di Redazione
Nella nostra lingua, missione, ha un significato univoco, ma da quando è diventata mission, le cose si sono ingarbugliate. E’ diventata impossible. Aveva lo scopo di redimere, costringere la gente ad adottare il bene con le buone o con le cative. Era una cosa seria, la mission ha invece protagonisti virtuali. Non si sa nemmeno da che parte stanno. Il bene rimane dietro le quinte o in fondo al tunnel, così in fondo che nessuno sa che cosa sia e dove si trovi realmente.
Le mission senza missione, insomma.
Non c’è chi non ne abbia una: il dirigente ha una missione, altrimenti non ottiene il rinnovo del contratto, e gli impiegati, gli operai hanno pure la loro missione, altrimenti non ottengono il premio di produttività. Ci sono anche le mission degli 007, quelle finte, del cinema, e quelle vere, dove si mette a repentaglio la vita senza poterlo farlo sapere a nessuno.
Le missioni rifulgono solo quando sono gli uomini politici ad assumersene la paternità. Ormai non c’è uomo politico che non abbia una missione da compiere per il bene del popolo.
La politica si è impadronita della missione.
Generalmente viene annunciata come “servizio”. Ad astra per aspera. Chi assume un ruolo istituzionale, di responsabilità politica, riceve una carica pubblica, annuncia sempre di stare compiendo una missione. Assume la funzione, l’incarico, la responsabilità perché è stato chiamato, non per sua scelta. Magari raggiunge l’obiettivo, ottiene il successo agognato dopo avere sgomitato, strattonato, ma rimane il fatto che a questa pugna è stato chiamato.
Giunto alla meta, vi guarda dritto negli occhi e pronuncia la fatidica frase: “Il partito mi ha chiesto questo sacrificio, non posso sottrarmi.. Oppure: “L’alta responsabilità che mi viene affidata mi fa tremare i polsi, ma è un servizio cui non posso sottrarmi. Me lo chiede il Paese, la mia gente…”
La sofferenza stampata sul viso scomparirà solo quando, concluso il breve discorso, il leader comincerà a stringere mani, dare pacche sulle spalle inseguito dai questuanti. Un che richiede il fermo immagine: vorrebbe conquistare, ma incontra facce note e sconosciute, tutte insieme,ed è costretto a soffermarsi, ad offrire segni di riconoscenza. Ma è già difficile associare la gratitudine a quei visi anonimi divenuti strumenti di afflizione.
Il servizio per il Paese, legittimato come missione, richiederà tenacia, abnegazione, accurata scelta di collaboratori, amici e nemici. Sì, anche i nemici devono essere scelti accuratamente. Sbagliarne uno, significa giocarsi tutto. L’amico può essere allontanato, sostituito, tradito, rinnegato ma il nemico no. T’insegue, ti toglie il respiro, intriga.
L’intelligenza, dunque, sta nello sceglierlo accuratamene.
Non sempre è possibile… Walter Veltroni ha scelto come nemico Silvio Berlusconi; Gianfranco Fini, Storace; Daniela Santanchè, la nipote di Mussolini; Pieferdinando Casini ha dovuto sceglierne due (Veltroni e Barlusconi). E cos’ via.
Perché sia credibile, la missione deve essere accettata ob torto collo. Quando la chiamata arriva, non ci si sottrae, si va avanti come il condottiero in testa al suo esercito, pronto a prendersi il primo colpo di cannone.
Il potere è uno strumento indispensabile, il corollario di una trama, l’arredo del contesto, la lancia impugnata come monito. L’uomo politico che subisce, lieto, senza opporre resistenza, la chiamata, se ne serve come un monaco del saio, il Papa della tiara, l’avvocato della toga, il magistrato dell’ermellino. Deve mostrarsi impaurito per la gravosa responsabilità assuntai ed insieme sicuro di sé, incarnare le debolezze dell’uomo comune e le straordinarie virtù dell’uomo fuori dal comune, essere come gli altri ma diverso dagli altri.
Abbiamo un solo esempio da offrirvi. Silvio Berlusconi, reduce di ben quattro missioni, è giunto alla quinta con la forza d’animo della prima. Durante i suoi incontri, i bagni di folla, i comizi sopra il predellino dell’auto, in piazza e nei talk show, non ha mai perduto di vista il senso della sua missione. In ogni discorso l’annuncio della missione è divenuta liturgia, che impone una rigida sequenza: dapprima una pausa, il sorriso tirato, il silenzio e l’attesa degli astanti; poi il capo reclinato lievemente, gli occhi socchiusi e l’aria contrita, che si risolve in gioia contenuta ma contagiosa. La postura felice lascia allora spazio alla parola. “Avremo responsabilità di governo”, dichiara, godendo del tripudio della folla. “Mi verrebbe da dire: allontanate da me questo calice”.
Altra pausa, più breve della prima. E poi, dispiaciuto: “Non sarà possibile allontanarlo”. Il richiamo al Golgota, alla collina degli ulivi, alla passione di Cristo emoziona e pretende partecipazione. Il Cavaliere scandaglia la folla copn il suo sguardo repentino, s’insinua ovunque,abbracciandola idealmente; ne coglie gesti, parole, pensieri. “Qualcuno penserà: ma chi glielo fa fare?”, soggiunge, ormai appagato. La fronte raggrinzita, le mani sopra il leggio, ammette, infine, sincero: “Me la faccio anch’io questa domanda, ma non c’é alternativa”.
Fonte: Siciliainformazioni.com
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