I centri urbani Unesco soffrono di sovraffollamento turistico che ha prodotto un consumo delle identità.
di Lino Bellia
L’Italia è la nazione con il maggior numero di siti UNESCO del mondo. Vuol dire che l’Organizzazione delle Nazioni Unite, per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, ha inserito nella lista del Patrimonio Mondiale dell’Umanità i luoghi di eccezionale valore culturale e naturale, per proteggerli, preservarli e tramandarli a tutte le generazioni future.
Nessun merito è della nostra generazione.
Vuol dire che centri antichi, sedimentatesi nel tempo lungo de loro esistere, con identità definite e non riproducibili, sono stati considerati di assoluto valore. E non mi riferisco solo a Roma, Venezia oppure Firenze, anche centri minori hanno avuto questo riconoscimento.
Siti culturale, monumenti, siti archeologici, città d’Arte.
Siti naturali come formazioni fisiche, riserve naturali, aree geologiche e archeologiche.
I centri urbani Unesco soffrono di sovraffollamento turistico che ha prodotto un consumo delle identità e l’appiattimento verso una omologazione.
Prima le periferie erano tutte uguali l’EUR, Mestre oppure Novoli, facevano parte dello stile internazionale delle periferie.
In epoca recente i centri antichi, che avevano identità da sempre riconoscibile, sono diventati omologati da dehor, ombrelloni, tendoni, tavolini e sedie in ogni angolo e il nauseabondo odore di fritto di pesce. Non ci sono più i turisti muniti di guide che cercavano di seguire la storia dei luoghi, ora un popolo che guarda senza capire, che fotografa ogni curiosità che incontra per il piacere effimero della presa.
Molta colpa di questo fenomeno è dei social, che hanno distribuito immagine senza la coscienza della vera realtà e valore dei fenomeni.
La pressione crescente si ripercuote anche nella vita ordinaria degli abitanti.
I luoghi di mare molto attrattivi, per dare risposta alle richeste di un turismo di solo consumo, hanno modificato assetti millenari. Senza capire come le trasformazioni sono azioni non più sanabili. Il consumo turistico balneare genera distruzione degli ecosistemi dunali e anche alterazione delle coste e dei lungomari. Sempre senza capire che sono un consumo del suolo, che mai più può tornare ad essere sanato. Il ripristino è quasi impossibile senza lasciare crateri residui, terra di nessuno, di nessuna appartenenza. Quindi gravi danni ambientali e urbani.
Alcune località marine sono diventate dei lunapark sovrapponendosi, a forza, a realtà delicate da millenni consolidate. Per il profitto di pochissimi, si distrugge una effettività architettonica e sociale specchio di un popolo, che magari ignora le manovre del profitto turistico, ma solo le subisce senza poter opporre resistenza.
Questo è il demerito della nostra generazione che consuma e ignora.
Così viene meno uno degli assunti della denominazione Unesco “per proteggerli, preservarli e tramandarli a tutte le generazioni future.”
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