di Redazione
«Vi servisse lo canto a fronna de limone, monzù?, comme se chiamma? Chi manda?»
«Si chiama Ignazio. Manda… donna Chiara. Di’ accossì: donna Chiara.»
Quello si concentra, tenendosi il mento fra le dita. Avanza un piede, poggia una mano al fianco, leva l’altra, come attore pronto a declamare. Emette voce un po’ strozzata, che via via si spiega in nasale melodia:
Fronnella amara,
dicite a Ignazio ca ce sta donna Chiara,
‘na palomma se fa aspetta’
Il canto a ‘fronn’ ‘e limone’ (fronda di limone, foglia di limone), della magnifica tradizione dei canti popolari della Campania, è eseguito solo con l’ausilio della voce e senza accompagnamento strumentale, a-cappella diremmo oggi, a voce, un vero e proprio dialogo. Le ‘fronne’, per questa inclinazione al dialogo, venivano utilizzate come comunicazione con i carcerati. Infatti, in passato, era abbastanza frequente sentire cantare sotto le carceri alcuni tipi di ‘fronne’, “discusse” da parenti o amici di reclusi. Spesso erano informazioni che si davano al carcerato, messaggi d’amore, parole di conforto, il tutto elaborato con un linguaggio oscuro e gergale che sfuggiva anche alla comprensione dei secondini. Ma quelli erano altri tempi. Oggi la comunicazione viaggia sui rapidi binari del web, è immediata, diretta, non cantata, scritta. I detenuti non possono leggere internet, ma, filtrati dalla direzione del carcere secondo le vigenti disposizioni di legge, i messaggi arrivano comunque a destinazione. La voglia di comunicare con il mondo è garantita e soddisfatta, dentro e fuori. Il caso emblematico di ScicliNews.
«Sono bravi ragazzi. Ti amo torna presto voglio riabbracciarti e farti capire quello ke provo x te . Vi aspettiamo al piu presto “una vostra coppia di amici” siete grandi. Non mollare, ti aspettiamo tutti. ‘mpare ci manki. Ti vogliamo bene! sono xsone cm tutti gli altri e vedete ch si sanno comportare meglio della gente normale, xche molte xsone credono che loro siano delle xsone anormali..INVECE VI SBAGLIATE. Sei un uomo fantastico, ti aspetto. Fatti forza. ‘Mpare fra un po’ sarai di nuovo tra di noi, ti aspettiamo. Uno di noi, ti aspettiamo con ansia. la gente buona dentro e i DELINQUENTI fuori! i carabinieri rompono, arrestano xsone innocenti, ma in che mondo siamo.. […]».
Sono solo alcuni dei commenti a corredo della notizia dell’operazione Mixer – condotta dalla DDA di Catania l’8 Maggio 2008, che ha visto Tredici sciclitani coinvolti, undici tratti in arresto, sette persone ai domiciliari, accusati di associazione a delinquere finalizzata al traffico e allo spaccio di sostanze stupefacenti e commercio di armi – sulle pagine di ScicliNews.
Sono le “cantate a fronn’ ‘e limone”, che le famiglie dei detenuti mandano ai propri carcerati, ai propri cari, eleggendo ScicliNews a strumento di opportuna solidarietà. In carcere i detenuti non hanno computer, ma qualcuno dice che porterà loro, tramite avvocati, la solidarietà dei lettori di questo sito, con la stampa dei post. Il dolore dell’arresto del proprio caro è partecipato e sentito, gridato, difeso. E ne viene fuori uno spaccato subculturale raccapricciante: i delinquenti sono brave persone, ragazzi per bene.
I delinquenti sono bravi ragazzi che non fanno nulla di male. Perché spacciare o trafficare d’armi, oggi, in quella che “forse” è la più bella città del mondo, non è considerato un male. I delinquenti sono persone che sanno difenderti -da veri “machi”- da un’offesa; per i familiari e gli amici dei tredici carcerati delinquere è altra cosa. “L’aver spacciato droga non è delitto così grave da meritare la galera”. “Segno che in alcuni ambiti sociali a Scicli chi delinque viene quasi visto come tutore di un ordine sociale che con la legalità e con lo Stato non ha nulla a che vedere”. I genitori e le mogli, gli amici e i parenti, trovano in ScicliNews lo strumento ideale per far sapere al detenuto che la città è con loro, che tutti gli vogliono bene. In fondo, i nostri delinquenti sono solo dei bravi ragazzi, dei ribelli senza causa. Sono lo specchio del nostro disincanto, la cattiva coscienza di una comunità in declino. Loro non hanno colpe. È la nostra società che non sa accoglierli e capire il loro disagio. Sì, cari lettori, spacciare e trafficare d’armi è manifesto di disagio. Sono dei bravi ragazzi, non scordiamolo. Ogni bravo ragazzo si costituisce in banda organizzata, spaccia cocaina ed hashish, vende armi, per vincere il malessere di una vita fatta di soli sacrifici, studio e lavoro. Qualsiasi bravo ragazzo, in tutti i mondi possibili, si comporterebbe così. La banda del Carmine, investigata dal 2004 dalla Dda è solo un’accozzaglia di bravi ragazzi. Delinquenti, ma bravi ragazzi.
È diventato di moda definire i banditi e i bulli di oggi dei disadattati, degli emarginati. Bastano un paio di articoli sui giornali che contano, qualche dibattito in tv, e la scellerata definizione di qualche “sociologo da salotto” diviene dottrina. Ma non è così. Non è mai stato così. Una generazione di giovani che vede nel malaffare lo scambio amorale e veloce di comportamenti mafiosi e facili guadagni, non è una generazione di bravi ragazzi disadattati. È una generazione di delinquenti e basta. Il messaggio che deve passare è questo. Solo questo. Ci è ancora data l’opportunità di educare i nostri figli? di esercitare la genitorialità, che non si riduce nel diritto d’ospizio, nel dovere di nutrimento e mantenimento, ma comprende anche aspetti di educazione, di custodia, di protezione?
Noi abbiamo l’arduo compito di trasmettere i veri e i buoni valori ai nostri figli, alla nuova generazione che sarà ed a quella che verrà. Il sacrificio, lo studio, il lavoro, la buona creanza e la cultura della legalità, da sempre, sono stati dei formidabili e salutari calci nel culo per tutti noi. È il giusto prezzo pagato dalle nostre sane e ribelli coscienze di ieri, quello che ci ha proiettato nell’età adulta, l’età delle responsabilità e dei buoni principi, con la consapevolezza che non esiste una delinquenza giusta ed un delinquere sbagliato, che il mezzo mafioso non giustifica mai il drammatico fine di un disagio, ovvero, che il mezzo sbagliato e mafioso, deforma, sporca e imbarbarisce il giusto fine della nostra esistenza e fa assomigliare i due avversari, il bene ed il male, come due gocce d’acqua, e rende ogni differenza priva di sostanza e valore. La bottiglia dove abbiamo chiuso il messaggio da trasmettere ai nostri giovani, deve saper galleggiare sulle onde crescenti del traviato agire e saper sbattere senza rompersi sui frangenti dell’imbarbarimento culturale, per giungere a destinazione. Non c’è dubbio che all’ombra delle “cantate” dei familiari dei reclusi si nasconde l’assassino della nostra civiltà. Chi vuole giocare allo sfascio della società e dei valori, difendendo la cultura mafiosa e dell’illegalità, si prenda la responsabilità. Noi non ci staremo.
Socrathe
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