Da Ghesuzzu a Furriàrisi a lecca e a mecca
di Un Uomo Libero
Dopo la curiosità e l’interesse suscitati dalla pubblicazione di una mia precedente ricerca etimologica, molti mi hanno incoraggiato a continuare a scrivere sull’argomento.
Ebbene, di buon grado accetto il consiglio e riprendo a “raccontare” le mille peripezie che certe parole o alcune frasi hanno dovuto affrontare per giungere fino a noi.
Noi le usiamo a volte con indifferenza, spesso distrattamente senza neppure immaginare quante vite abbiano nel frattempo attraversato.
Ricostruire questi percorsi carsici equivale a ritrovare un po’ della nostra identità perduta e, perché no?, un po’ anche della nostra storia.
Molti per esempio ignorano l’origine dell’augurio che spesso è facile sentire dopo uno sternuto: “Ghesúzzu!”
Ebbene, “Ghesúzzu” viene, com’è facile immaginare, da “Jesús!”, augurio anche oggi diffusissimo in Castiglia, espresso dopo uno sternuto esattamente come facciamo noi.
Secondo l’indiscutibile Dizionario della RAE (Real Academia Española), “Jesús” o “Jesús, María y José” sono esclamazioni con le quali si denota ammirazione, dolore, spavento o dispiacere.
Secondo antiche tradizioni castigliane “Jesús” è, in effetti, ciò che rimane della frase “Jesús te ayude!”(Il Signore ti aiuti!). Il “God bless you” degli inglesi e soprattutto degli americani. Questi ultimi hanno fatto addirittura della frase un inno patriottico: “God bless America”.
Perché allora a ogni sternuto ci si affrettava un tempo a pronunciare quella frase? Sicuramente la risposta a questa mia domanda ha a che fare con antiche credenze medievali secondo le quali con lo sternuto poteva anche fuggire dal corpo l’anima e cadere, se non opportunamente protetta, fra le grinfie del diavolo. È una teoria più o meno attendibile, questa, che ho letto da più parti e che qualche anziano mi ha anche confermato. Io l’ho trovata infinitamente interessante, anche se forse non sarà l’unica e la più vera.
Un’altra frase molto diffusa nel nostro dialetto è “Furriàrisi a lecca e a mecca” o anche semplicemente “A lecca e a mecca”.
Scorrazzando in Internet mi sono curiosamente imbattuto in un lavoro molto ben articolato del prof. Salvatore Trovato dell’Università di Catania. Il professore analizza, con l’aiuto di colleghi spagnoli, molto dettagliatamente la frase, citando le varianti più strane provenienti da regioni impensabili non solo spagnole ma anche dell’Italia meridionale, testimoniando così come l’espressione sia stata molto conosciuta e usata da tempi remoti.
Per quanto completo volesse essere tale lavoro, ho comunque rilevato, con mio grande disappunto, che il professore non cita in esso il testimone principale (in ogni caso sicuramente il più interessante dal punto di vista storico-letterario) di questo detto popolare e cioè Miguel De Cervantes il quale nel suo “El ingenioso hidalgo Don Quixote de la Mancha” parte I, capitolo XVIII, fa dire a Don Chisciotte da un Sancho stufo di andare in giro: “Sarebbe meglio e anche opportuno ritornare là da dove siamo partiti e smettere di andare “de ceca en meca” (di qua e di là ) come spesso si dice.”
Ad ogni modo, scartando tutte le varianti di questa espressione e ignorando le numerose quanto suggestive elucubrazioni mentali contenute nel saggio del professore, io riporto qui, invece, il significato che a esso diede il mio professore di Storia dell’Arte, celebre cattedratico dell’Accademia delle Belle Arti di San Fernando di Madrid (massimo tempio dell’arte in Spagna e non solo in Spagna) e grande studioso dell’arte musulmana nonché Soprintendente per molti anni del distretto culturale cui appartengono Cordova e Siviglia.
Nel 750 cade Damasco e la famiglia degli Omayyadi perde il califfato. ‘Abd al-Rahman I si rifugia a Cordova che a quei tempi era l’emirato più importante d’occidente ma anche il più lontano. Il suo successore, ‘Abd al-Rahman III, molti anni più tardi, riunirà gli emirati dell’Africa del nord in una lotta senza quartiere contro i Fatimidi del Cairo che, negando l’autorità del califfo di Baghdad, rivendicavano alla loro famiglia il califfato. Dalla disfatta dei Fatimidi, avvenuta a Melilla nell’anno 927, nascerà il califfato di Cordova che durerà fino al 1031.
La residenza del califfo, la zecca e la moschea erano un tutt’uno a Cordova. Attraverso un “pasadizo” segreto, infatti, il califfo giungeva dai sacri palazzi alla moschea per pregare senza che il popolo potesse incontrarlo o vederlo e poi riconoscerlo.
Non era cosa da poco. Oggi l’avremmo definita un’intelligente e prudente misura di sicurezza.
Il mondo musulmano si era fratturato in due grandi metà, dunque. Da una parte l’Occidente mitico e opulento con la favolosa moschea di Cordova, dall’altra il luogo visionario per eccellenza, meta storica del tradizionale pellegrinaggio islamico, la Mecca.
A quei tempi la moschea di Cordova era soprannominata la Ceca (pr: szecca) perché contigua alla zecca. Quindi è facile capire che cosa il proverbio volesse sottintendere: andare da un estremo all’altro, dall’Occidente all’Oriente.
Più tardi Ceca si corruppe in leca e così è arrivato fino a noi.
Questa è una delle ipotesi più condivise. Non l’unica accettabile. Resta comunque indiscutibile che questo proverbio sia stato importato nel sud dell’Italia dagli spagnoli. Non potrebbe spiegarsi diversamente. Gli arabi non c’entrano con la sua diffusione, infatti, per il semplice motivo che la Sicilia, sotto la loro dominazione, dipendeva dal califfo di Qairouan e non dal califfo di Cordova.
I musulmani, abituati a sottolineare il significato spirituale delle cose, danno una spiegazione più trascendente del detto popolare. Partendo dalla parola “zecca”, senza per questo necessariamente identificarla con la moschea di Cordova (o con la parte settentrionale dell’odierno Marocco, dove erano ubicate delle zecche), affermano che la frase vuole esprimere il viaggio dalla materialità delle cose, rappresentata appunto dalla zecca e dal denaro, verso il cielo e le realtà escatologiche, sintetizzate dalla Mecca, la città santa dei Musulmani.
IL Dizionario della RAE, comunque, a proposito della voce “Ceca” cita le due espressioni “de Ceca en Meca” o “de la Ceca a la Meca” e registra testualmente: “da una parte all’altra, di qua e di là”. Non dà nessun significato specifico ai termini, dunque, anche se implicitamente riconosce in “Ceca” la moschea di Cordova e per questo pone la maiuscola. Come secondo significato di “ceca” riporta ancora: “Dall’arabo sikka, casa dove si conia la moneta, in Marocco moneta”.
Altra divertente scoperta ce la riserva un proverbio tra noi molto popolare e diffuso:
“Come il cane dell’ortolano che non mangia e non fa mangiare”
“Como el perro del hortelano que ni come ni deja comer”
Questo modo di dire è assolutamente castigliano ed è antichissimo. Già era molto diffuso ai tempi di Lope De Vega (1562-1635), il grande commediografo spagnolo del “Siglo de Oro”. Lope fu conquistato da questo detto popolare a tal punto che lo scelse come titolo di una sua divertente commedia (El perro del hortelano, infatti) riproponendo in essa la piccola morale che il proverbio intimamente vuole trasmettere.
È interessante sottolineare che i cani, proprio perché carnivori, erano gli animali più adatti per vigilare gli orti.
Voglio terminare questa mia piccola scorribanda con un ricordo d’infanzia che credo di condividere con molti di quanti mi leggeranno.
Il racconto del ratón Pérez nasce a Madrid dalla penna di un noto gesuita, padre Luis Coloma (1851-1915). È la storia di un topolino che con la sua famigliola vive in via Arenal, nei pressi del palazzo reale. Una notte ruberà dalla bocca del giovanissimo Alfonso XIII (1886-1941) un dentino da latte, lasciandogli in cambio un magnifico regalo. Il topolino disneyano più famoso del mondo non è altro che la sua controfigura di celluloide. Quante volte, da bambini, le nostre mamme ci hanno raccontato questa splendida favola! La gioia del dono sapeva miracolosamente asciugare le nostre lacrime.
Così è stato per il giovanissimo principino poi futuro re (nonno dell’attuale Juan Carlos I) e per molti bambini poveri e ricchi di una città enorme, Madrid, che viveva di stenti e di espedienti, di infinite contraddizioni sotto gli occhi sereni di una nobiltà sprofondata nel lusso e insensibile alle sofferenze del popolo. Alfonso XIII abbandonò malinconicamente il palazzo reale alle 20,45 di un martedì 15 aprile del 1931. Di notte e per l’uscita secondaria meridionale attraverso il parco del Moro come un anonimo dipendente della casa reale. Lasciava, scortato da un corteo di macchine, il governo della nazione nelle mani del popolo che aveva preferito alla monarchia la repubblica.
Il piccolo topo, invece, è ancora là in via Arenal. Passo spesso davanti alla sua tana (che ora è diventata un moderno centro commerciale) ma ormai non mi fa più paura. Mi ricorda un’infanzia felice, il sorriso di mia madre e la sua voce calda che raccontava storie su storie inventate apposta per me. Spesso mi fermo, entro, accarezzo con gli occhi il suo piccolo monumento contenuto in una targa di bronzo apposta dall’Ayuntamiento di Madrid in uno spazio a lui dedicato. Ratón Pérez mi aspetta come un vecchio amico e mi sorride furbo, benevolmente compiaciuto.
© Riproduzione riservata