di Redazione
«Abbiamo firmato il verbale per certificare l’impossibilità dell’allontanamento dei bambini dal padre».
A conclusione di una giornata vissuta sul filo dell’incertezza alle 22,15 di venerdì, il sindaco Piero Rustico, avvocato difensore di C.A., tira un sospiro di sollievo. Fino a venerdì prossimo. La soluzione infatti è servita soltanto a fermare il funzionario dell’Ussm, Gaglione, incaricato dal Tribunale dei minori di Catania di portare i fratellini, di 4 e 6 anni, in una comunità. Attendere l’udienza di venerdì, però, non basterà per risolvere la complessa vicenda dell’affidamento dei piccoli.
Una vicenda su cui pesa come un macigno l’apparente facilità con cui i giudici del Tribunale dei minori dispongono provvedimenti contrastanti che affidano i figli all’uno o all’altro genitore in tempi talmente brevi da fare sorgere dubbi sull’esame attento degli atti depositati dai contendenti e sulla ricerca scrupolosa dell’unica cosa che conti veramente: l’interesse supremo dei bambini.
Altro macigno è l’assenza della madre. K.K. non si è presentata alle udienze, seppur rappresentata dal suo avvocato difensore, né ieri ha dato segno della sua presenza. Adesso, se non si vuol far passare a tutti i costi il principio che i figli appartengano alle mamme a prescindere, o che basta un colpo di tosse straniero perché l’Italia si consideri in torto, è chiaro che le note stonate della storia processuale dei fratellini sono troppe. Per non parlare delle procedure attuate venerdì per prelevare i bambini. Una giornata, che così viene ricostruita dai protagonisti.
Sono passate le 12 da qualche minuto, quando alla porta della casa dei nonni paterni bussano due poliziotti della squadra mobile. La missione è far entrare in casa di C.A. il signor Gaglione, rappresentante dell’ufficio servizi sociali minori che dipende direttamente dal ministero della Giustizia, per consentirgli di portare i bambini alla madre.
La madre, K.K., però non c’è. Allora, in attesa del suo arrivo, i piccoli devono andare in una comunità, praticamente segreta, a Catania. Ma i poliziotti, che sanno perfettamente quello che devono fare, non hanno in mano il provvedimento.
E siccome anche per ritirare un pacco alle Poste serve una ricevuta debitamente firmata, gli agenti chiedono che venga inviato il fax del decreto. Nel frattempo i nonni si barricano in casa con i due nipotini e dichiarano di non avere alcuna intenzione di consegnarli a chicchessìa. Un atteggiamento umanamente comprensibile visto che i bambini vivono con il padre nella casa accanto a quella dei nonni.
E mentre la sorella e il cognato di C.A. si affannano a spiegare l’ovvia composizione della famiglia su cui tanto si dibatte e di cui poco si conosce, a descrivere gli affetti e a far presente la condizione in cui bambini così piccoli verrebbero a trovarsi se improvvisamente sradicati dall’unico contesto conosciuto, emerge netta la divergenza tra l’essere uomini, con tutte le caratteristiche che differenziano la specie, e l’essere pubblici ufficiali in servizio. Il padre C.A. si sta intanto precipitando da Catania, dov’era andato per assistere all’udienza in Tribunale sul ricorso che, se accolto, dovrebbe quantomeno impedire l’espatrio dei figli, in attesa del pronunciamento definitivo sull’affidamento.
In casa, intanto, sotto gli occhi dei bambini, si asserragliano anche l’assistente sociale Tony Blandizi e il sindaco Piero Rustico che cercano di far capire la necessità di trattare i bimbi con la delicatezza che la circostanza impone. Oltre ogni logica, invece, l’autorità della legge irrompe nella vita dei piccoli e, con una violenza che i presenti riescono a stento a tradurre in parole, li solleva fisicamente per strapparli alla famiglia. Le grida e il pianto straziante dei fratellini raggiungono la strada.
E’ a quel punto che qualcuno esce sul balcone e urla a giornalisti e cameraman: «Salite, salite venite a vedere quello che sta succedendo». Una piccola folla si precipita in casa, ma a nessuno viene permesso di entrare. Sono le 17 del pomeriggio di un venerdì da dimenticare. I bambini non smettono di piangere mentre le voci concitate di chi sta all’interno della casa lasciano intuire una tensione che raggela l’aria.
Qualcuno avvicina i cameraman e li invita ad allontanarsi: «E’ tutto a posto, potete andare via. Ci siamo messi d’accordo e i bambini restano qui». Falso. Fino a quell’ora neanche l’ombra di una soluzione. Se non il tentativo di portare via i bambini, così come Legge impone, ad ogni costo e con ogni mezzo, anche una bugìa nel tentativo di liberarsi da telecamere il cui occhio potrebbe risultare imbarazzante. In paese però si è sparsa la voce. Le grida dei bambini, le suppliche disperate di papà, zii e nonni, attirano un capannello di gente che comincia a stazionare con i giornalisti davanti alla casa. E tutto questo alla Legge non va bene. Ci vuole calma, sangue freddo e niente testimoni perché un provvedimento venga eseguito contro la volontà di chi si pretende di tutelare. Un’ora dopo la situazione non cambia. Nessuno sembra essere nelle condizioni di prendere la decisione più semplice come quella di attendere l’arrivo della madre e lasciare che la contesa tra i due genitori non diventi rivendicazione di proprietà ma sia guidata dall’interesse dei bambini. Gli stessi che la legge ritiene incapaci di intendere, volere e decidere perché piccoli, ma capaci, al contrario, di capire che devono lasciare la loro casa e la loro famiglia. Per il loro bene. Lo dice la Legge. Del resto quanti di noi tra i 4 e i 6 anni non hanno deciso di cambiare vita senza esitazioni? Alla fine la stanchezza ha il sopravvento. Alle 21,30 viene stilato un verbale che congela momentaneamente la situazione.
Le urla cessano. Adesso, al telefono, si sentono le grida gioiose dei bambini che mangiano la pizza con i cuginetti e, fiduciosi, ritengono l’incubo concluso. Non sanno, purtroppo, che quello vissuto è solo l’inizio di un’avventura terribile nel mondo degli adulti.
Nella foto, il sito internet in cui la madre ha pubblicato i dati sensibili e le foto dei suoi figli
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