Una vera e propria deregulation, con la creazione di una zona grigia dove tutto diventerebbe possibile
di Gabriele Giannone
Palermo – Chi favoriva quella norma sulla digitalizzazione che avrebbe avuto costi pesantissimi per i Comuni? Quali sono gli interessi in gioco?
All’Assemblea Regionale Siciliana non si placano le tensioni dopo la clamorosa bocciatura dell’articolo 10 del Ddl Enti Locali. La norma sulla digitalizzazione degli archivi degli uffici tecnici comunali ha innescato uno scontro frontale dentro la maggioranza. Un nome è finito nel mirino: l’onorevole Ignazio Abbate, presidente della I Commissione Affari Istituzionali e relatore del provvedimento che ha trovato sponda nella Lega del Vice presidente della regione, Luca Sammartino.
Ecco il punto chiave. La Regione Siciliana impone un obbligo complesso e costoso a tutti i Comuni dell’isola, ma si lava le mani dai costi dell’operazione. Questo significa che saranno i singoli Comuni a dover trovare le risorse per digitalizzare gli archivi. Si tratta di una esternalizzazione in outsorcing di un servizio pubblico i cui costi ricadrebbero interamente sui cittadini nel momento in cui avranno bisogno di un documento relativo a una pratica edilizia, come ad esempio: concessioni edilizie, permessi di costruire, condoni, varianti urbanistiche, certificati di destinazione.
L’operazione è quella di creare un business per il privato concessionario del servizio, con contratti decennali o trentennali, dove i cittadini contribuenti sarebbero costretti a elevati esborsi di denaro per avere dei servizi pubblici che oggi costano meno e soprattutto sono nella titolarità dell’ente pubblico.
Una vera e propria deregulation, una privatizzazione di fatto degli uffici tecnici con la creazione di una zona grigia dove tutto diventerebbe possibile.
Le convenzioni Consip sono il vero gioco dell’articolo 10. Ecco il cuore pulsante del meccanismo. Su Consip e sul MePA esistono convenzioni quadro attive per servizi di digitalizzazione documentale, gestione elettronica dei documenti e conservazione sostitutiva. I principali operatori aggiudicatari sono un numero ristretto di grandi player nazionali: società come Almaviva, Engineering Ingegneria Informatica, InfoCert, Aruba e poche altre.
Quando questa legge entra in vigore, si verifica un fenomeno economico preciso: circa 390 comuni siciliani diventano simultaneamente acquirenti obbligati di servizi che queste aziende già offrono in catalogo. Il Comune non deve fare una gara: aderisce alla convenzione Consip, firma un ordinativo, e il fornitore eroga il servizio. Tutto formalmente legittimo, tutto perfettamente tracciabile, e tutto incredibilmente comodo per chi ha già un lotto aggiudicato.
La reazione di alcuni gruppi della maggioranza è stata furente.
Questo è l’attacco del Movimento per l’autonomia. Duro il commento dell’on. Santo Primavera che ha spiegato apertamente i motivi del ‘no’ degli autonomisti a quella norma: “Gli uffici tecnici urbanistici custodiscono i documenti più sensibili ed economicamente rilevanti di un territorio. Chi digitalizza quegli archivi ha accesso a informazioni di enorme valore. Un vero e proprio cavallo di Troia per alcune lobby dell’IT”.
Anche Forza Italia va all’attacco: “Norma inutile e pleonastica”. Durissime le parole del forzista Nicola D’Agostino: “L’articolo 10 è una norma inutile, fuorviante e pleonastica. Meglio votare contro che ritirare vigliaccamente il tesserino”.
In Aula è calato poi il gelo davanti alle parole del presidente dell’Antimafia regionale Antonello Cracolici, ancora più esplicito nella denuncia: “L’articolo 10 autorizzava i comuni a privatizzare i propri archivi urbanistici consentendo a chi avrebbe fatto quella digitalizzazione di riscuotere i canoni della certificazione. Una privatizzazione di fatto – ancora Cracolici -. Ci sono uomini e donne che stanno tornando a girare con le valigette nei Comuni e negli uffici di questa Regione”.
Ma cosa prevedeva davvero l’Articolo 10?
Secondo il dossier analitico circolato nei giorni precedenti al voto, l’articolo 10 imponeva ai circa 390 Comuni siciliani di avviare, entro 120 giorni, la digitalizzazione e dematerializzazione degli archivi documentali degli uffici tecnici urbanistici. La norma si chiudeva con la formula:
“Dall’attuazione del presente comma non derivano nuovi o maggiori oneri a carico del bilancio regionale.”
Il termine di quattro mesi, secondo il dossier, avrebbe reso quasi impossibile per i piccoli Comuni redigere capitolati tecnici complessi, indire gare strutturate, valutare offerte competitive. La conseguenza più probabile sarebbe stata il ricorso a affidamenti diretti sotto soglia adesioni a convenzioni Consip, e quindi acquisti su MePA. Tutte procedure legittime, ma che avrebbero favorito operatori già presenti nei cataloghi nazionali.
Il dossier sostiene che il pacchetto “chiavi in mano” avrebbe escluso di fatto piccoli operatori locali, favorendo grandi player nazionali già strutturati per fornire servizi completi e accreditati.
Il vero nodo economico sono i canoni pluriennali. La scansione rappresenta un costo una tantum. Ma GED, Gestione documentale, richiede l’adozione di software proprietari specifici.
Ogni fornitore di GED usa il proprio sistema, con le proprie logiche, i propri formati. Una volta
adottato, il cambio diventa costosissimo.
La conservazione sostitutiva e le piattaforme web generano canoni annuali, commissioni su transazioni PagoPA, contratti decennali o trentennali.
Le stime parlano di un potenziale mercato regionale compreso tra 23 e 62 milioni di euro tra momento di avvio e gestione per dieci anni. Un flusso stabile e garantito nel tempo. Sorge inoltre
la domanda: perché prevedere questo servizio solo per gli archivi urbanistici e non anagrafe, tributi o servizi sociali?
L’indicazione è chiara. La digitalizzazione deve riguardare solo gli uffici tecnici urbanistici. Archivi importantissimi che contengono: permessi di costruire, condoni edilizi, varianti urbanistiche, certificati di destinazione.
Per alcuni deputati non si trattava di opporsi alla digitalizzazione, ma di fermare una norma: priva di copertura finanziaria tecnicamente complessa, con tempi ritenuti irrealistici, potenzialmente onerosa per i Comuni.
Resta ora una domanda politica centrale. L’articolo 10 era solo scritto male, oppure era strutturalmente sbilanciato? La bocciatura ha fermato la norma, ma ha aperto una crisi nella maggioranza fra una parte della Dc e la Lega da un lato e lMpa, Forza Italia e Fratelli d’Italia dall’altro.
© Riproduzione riservata