La relazione dell'architetto Bellia al convegno sulla Pietra Madre Terra al Museo della Pietra di Sampieri
di Pasquale Bellia
Firenze – Possiamo vantarci di qualcosa?
Noi che siamo l’impasto infelice di tutti gli animali primitivi, una miscela antica di sapori, di odori, un concentrato di provvisorietà, possiamo vantarci di qualcosa? Sono convinto che la bestia umana, dopo millenni di civiltà, sotto la pelle conservi ancora le squame degli anfibi, le piume degli uccelli, la spina dorsale dei serpenti. Questa percezione si acquisisce progressivamente e si attraversa nel volgere del tempo; come molti aspetti dell’animo umano che forse bisognerebbe capire solo qualche istante prima di morire. Invece quella profonda coscienza – quasi per istinto, pressoché inconsapevolmente – comincia in età adolescenziale quando si scopre il mondo con le sue materie primigeni, con la stessa fertile curiosità degli uomini primitivi.
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La caverna rappresenta il corpo umano che tiene prigioniera l’anima, costringendola ed obbligandola ad ignorare il vero senso delle cose e a considerare solo la loro apparenza. Nella città fatta di pietra trionfa, in maniera tanto necessaria quanto paradossale, lo spirito.
Torno tra le pietre siracusane, e a Chiafura ogni estate. Viaggio di riscoperta. Per rivedere i luoghi della mia infanzia, per respirare l’aria di quella città, per ritrovare misura nella solitaria contemplazione del sito rupestre: per vestirmi delle squame degli anfibi, delle piume degli uccelli, della spina dorsale dei serpenti. Per risalire la “corrente del tempo”, alla ricerca di un nesso capace di legare la “verità delle apparenze” all’inevitabile nostalgia del ritorno.
Gli “occhi della vita” con cui il passato ci guarda: sono i nostri.
Un’impresa possibile solo nei luoghi dove si è molto sofferto e vissuto, nella città dove la storia si è accumulata sui muri delle case, sul selciato delle strade, ed aspetta appunto uno sguardo attento e l’agio del tempo della contemplazione per cedere all’osservatore il proprio tesoro.
L’uomo in città è separato dalla natura, i suoi sensi troppo provati dal vortice delle apparenze e perciò stanchi. Conosce con particolare intensità le condizioni di esilio dalle radici dalla madre terra cui è soggetto l’”io” in attesa di redenzione. La città è il luogo dove emerge con maggiore immediatezza la “fatale dislocazione nella nostra relazione con la natura”. Quella per cui l’asse della visione dell’uomo non coincide più con l’asse delle cose e ci condanna a questo esilio tra elementi finiti, muti e incapaci di condurci al Ventre ricco e unitario della Grande Madre.
In copertina:
La caverna è strettamente correlata al simbolismo del Cuore, come centro spirituale e iniziatico del macrocosmo e del microcosmo; sia la caverna sia il cuore sono simboleggiati dal triangolo femminile rovesciato. La montagna è il principio maschile, ciò che è visibile ed esterno, ed è rappresentata dal triangolo col vertice rivolto verso l’alto, mentre la caverna entro la montagna è il femminile, nascosto e chiuso; entrambi sono centri cosmici. Essendo parte della montagna, la caverna ne condivide il principio assiale.
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