La recensione di Giuseppe Pitrolo
di Giuseppe Pitrolo


Ragusa – Nell’ambito del festival letterario “A tutto volume” Domenica 1 Maggio alle 21.00 presso il teatro “Donnafugata” di Ibla Giuseppe Pitrolo presenterà “Un filo d’olio” (Sellerio), il più recente libro di Simonetta Agnello Hornby. Proponiamo qui parte della relazione di Pitrolo
Partecipano agli incontri Gratteri, Malvaldi, Mancuso, Minoli, Presta,
Bonito Oliva, Cazzullo, Cipolletta, Di Grado, Presta, Vacca,…
Per il programma vedi www.atuttovolume.org
“Un filo d’olio era prezioso in qualsiasi frangente”
Quali sono gli ingredienti per un bel libro? delle storie avvincenti, dei personaggi appassionanti, una location fascinosa e… una brava scrittrice che sappia amalgamarli e cucinarli, condendoli con “Un filo d’olio”: è questo il titolo del più recente libro di Simonetta Agnello Hornby (Sellerio, € 14), l’autrice siculo-inglese che ha esordito nel 2002 – superati i cinquant’anni – con “La Mennulara”, romanzo saldamente organizzato, ambientato nella prima metà del Novecento in Sicilia, ruotante su una protagonista indimenticabile: Maria Rosaria Inzerillo.
Sarebbe stato facile (e fallace) ghettizzare la Agnello Hornby nel novero dei fugaci narratori “unius libri”: ma la neo-scrittrice ha stupito e ammaliato i lettori, prima concludendo una trilogia siciliana con “La zia marchesa” (2004) e “Boccamurata” (2007), due romanzoni fitti di personaggi e storie ambientati il primo nell’Ottocento e il secondo ai nostri giorni, quindi situando nella Londra multiculturale contemporanea – da lei ben conosciuta – il legal thriller “Vento scomposto” (2009). Del 2010 sono “La monaca”, variazione sul classico tema della monacazione forzata, e “Camera oscura”, detection filologica e fotografica sull’ambiguo Lewis Carroll (sì, l’autore di “Alice in Wonderland”!).
Ora con “Un filo d’olio” scrive il suo “Lessico famigliare” e il suo “Vestivamo alla marinara”, cioè ci racconta le sue lunghe estati – da maggio a ottobre – degli anni Cinquanta alla villa-masseria Agnello di contrada Mosè (vicino ad Agrigento, dove trascorreva il resto dell’anno). L’originalità del libro, che si discosta da altri analoghi, è il punto di vista del narratore, infatti predomina la narrazione straniata della Simonetta bambina che, spesso, guarda e osserva, ma misunderstands, non comprende… Nel corso del libro comunque crescerà, passerà da osservatrice a “attrice”. E nel volume sono costanti la dialettica fra passato e presente, l’insegnare, la progettualità, il gusto del raccontare.
Il libro, in fondo, è una raccolta di racconti, fortemente e reciprocamente strutturati, organici, in cui anche gli aneddoti familiari tante volte ri-raccontati si incastrano armoniosamente.
Altro motivo di originalità del volume è la struttura: il libro nasce dal quaderno di ricette della bravissima nonna Maria, scomparsa quando la nipote Simonetta aveva un solo anno: quindi la prima parte di “Un filo d’olio” è il ricordo delle antiche estati, ma la seconda parte è la riproposizione – a cura della sorella Chiara Agnello – delle ricette della nonna. Con questa inedita combinazione libraria le sorelle Simonetta e Chiara ripetono i pomeriggi culinari della mamma “Elenù” e della zia “Teresù”, che insieme cucinavano gustosissimi dolci, e allo stesso tempo risarciscono il ricordo della nonna Maria. Il cucinare diventa un modo per ritrovarsi, e per ritrovare affetti, ricordi, sapori,… Come le foto di famiglia che illustrano il libro e che rinviano al gusto per le genealogie della Agnello Hornby, alla sua attenzione per le proprietà.
Emerge la descrizione di una famiglia benestante, oculata e patriarcale basata sull’agricoltura: ci addentriamo nella cultura materiale, nella vita quotidiana della Sicilia di sessanta anni fa, con i siciliani “tragediaturi” e il padre protettivo, presente-assente, amato e mitizzato.
Domina l’universo femminile: la competizione fra le cuoche, i dispetti del gineceo, l’esaltazione dei talenti femminili: era la civiltà della cura, dell’attenzione, dell’understatement, dell’eleganza. Ritorna l’attenzione per i minori, vera costante dell’Agnello. E scopriamo l’antica vocazione della autrice per l’affabulazione e il patrocinare.
Regna il sensismo dell’autrice, che scrive continuamente di odori, colori, sapori; che descrive di scorcio i personaggi ma è precisissima nella spiegazione delle procedure: come le ricette…
La Agnello ha un atteggiamento razionalizzante, come si evince anche dal suo periodare ordinato, tendente a spiegare e a organizzare la complessità, periodo ipotattico che si alterna a frasi brevissime in certe narrazioni concitate. significativo anche il ritmo ternario (“mandorli, pistacchi e olive”, “dolce, pastoso, inebriante”), che regola ed enfatizza. Costante l’imperfetto dell’iterazione memoriale, che si contrappone al passato remoto dello scarto improvviso. Frequente, e giustificato, l’uso del dialetto, usato in modo non macchiettistico ma realistico.
Il tono è prevalentemente ironico, a volte comico.
Ma ciò che prevale è il rispetto della Agnello Hornby per i suoi personaggi: quello stesso rispetto che la scrittrice ha per i personaggi dei suoi romanzi, siciliani, inglesi, donne, bambini.
Ai quali sarà sempre pronta a offrire un filo di parole e un filo d’olio…
© Riproduzione riservata