di Redazione
Veduta familiare di una stanza palestinese: le persone che dormono sul pavimento, strette le une alle altre, sono avvolte da coperte variopinte. Una manica color cachi richiama la mia attenzione. Poi mi accorgo di un paio di scarponi militari che spuntano sotto un’altra coperta, una gamba in uniforme e un elmetto capovolto. Sono soldati israeliani. Dormono in una casa palestinese di Gaza. Non c’è traccia degli abitanti. Devono essere “fuggiti” un’altra volta da rifugiati.
Questa foto è atterrata nella mia casella di posta elettronica insieme a un’altra ventina di immagini come invito alla riflessione di una guerra ingiusta. Il messaggio che l’ accompagnava diceva: “Look carefully Consuelo and say to the world what are u seeing!”. L’email era firmata dall’ex Presidente del Consiglio di Sicurezza canadese Jonathan Granoff, nonchè mio carissimo amico e personaggio di spicco nel mondo americano, che ho avuto la fortuna di conoscere nel mio primo approdo al Palazzo di Vetro di NY nel maggio del 2005 in occasione del 60 anniversario del Trattato di Non-Proliferazione Nucleare.
Granoff, ha voluto in un certo senso mostrarmi attraverso le foto come viene vista Gaza dalle più grandi Istituzioni Internazionali. Gaza è considerata come la più grande prigione del mondo, trasformata in un mattatoio e denominata “landswept”. E’ una parola per descrivere un luogo o dei luoghi dove ogni cosa, materiale e immateriale, è stata negata, trafugata, tolta di mezzo, abbattuta, prosciugata. Ogni cosa, tranne il terreno: ben presto sarà spazzata via e non resterà che la terra.
Le loro foto non vengono pubblicate sui giornali, ma sono visibili altrove. L’occupazione di una casa palestinese in modo da garantire ai soldati un luogo in cui dormire non è, almeno in Israele, un tema di interesse giornalistico. Oggi, però, la stampa è stata tenuta lontano da Gaza, e solo pochissime immagini degli orrori che sono stati commessi. Israele consente ai fotografi di stare su una collina al confine con la Striscia di Gaza e di riprendere da lontano le volute di fumo all’orizzonte, schermando quell’inferno. La collina che affaccia su Gaza è aperta ai turisti-visitatori. Il fatto che i mezzi di informazione siano passati sotto silenzio il loro rifiuto si accompagna al silenzio sulle manifestazioni degli ebrei israeliani contro la guerra, o sull’arresto di decine di manifestanti. Nessuno metterà sotto accusa i soldati della foto: hanno invaso una casa cacciandone gli abitanti per avere un posto in cui dormire. Il loro è un “atto di stato”.
Per il soldato israeliano la casa palestinese è uno spazio violabile. E’ un assioma che non nasce con la recente campagna di Gaza. La storia di questa violabilità risale a oltre sessant’anni fa, quando le voci contrarie all’espulsione dei palestinesi furono messi a tacere da un’altra voce, che conquistò la leadership militare politica dell’opinione pubblica ebraico, facendo dell’espulsione un fait accompli.
Purtroppo gli avvenimenti storici si susseguono e si manifestano in tutte le parti del mondo con le stesse anomalie e similitudini. Casi simili si sono manifestati anche nella Russia di Iosif Stalin e oggi di Vladimir Putin. La stampa sin dall’inizio del secolo scorso ha rappresentato e rappresenta per il Cremlino un forte strumento politico e per questo causa di persecuzione e omicidio. Ricordiamo infatti, lo scorso 19 gennaio, giorno in cui sono stati uccisi l’avvocato Stanislav Markelov e la giornalista Anastasija Barburova perchè difendendo, i deboli hanno scritto la propria condanna a morte. Dopo l’omicidio di Anna Politkovskaja, legata a Stanislav Markelov dall’interesse per il Caucaso settentrionale, i giornalisti russi si resero conto che alcuni di loro potevano essere i prossimi. Pensavo che il regime parlasse chiaro e agisse in modo deciso, dopo la morte di Anna Politkovskaja e invece il 19 gennaio alla lista dei nomi caduti si sono aggiunti quelli di Markelov e di Barburova. “Non c’è da stupirsi, dicono i giornalisti, tutti abbiamo capito il messaggio mandato dal regime.
Il 31 dicembre 1999, quando Eltsin annunciò il suo ritiro e designando Vladimir Putin come suo successore, per la stampa russa tutto cambiò. Appena assunto l’incarico, infatti, il nuovo presidente si è subito mosso contro i mezzi d’informazione. Ha usato mezzi legali ed economici per tenerli sotto controllo e per smorzarne i toni in tutte le sue sfaccettature, chiudendo i giornali e le tv che considerava ostili e poco inclini a collaborare. Oggi, nell’incidente mondiale sulla libertà di stampa pubblicato da Reporter senza frontiere, su 169 paesi la Russia occupa il 144esimo posto: subito dopo l’Afghanistan e lo Yemen, e appena prima Arabia Saudita e Zimbabwe. Quando un giornalista ha chiesto a Putin cosa risponde a chi lo accusa di aver limitato la libertà di stampa, il presidente ha detto: “E’ molto semplice. In Russia non abbiamo mai avuto la libertà di parola, quindi non capisco cosa si possa soffocare oggi. La libertà è la possibilità di esprimere le proprie opinioni, ma entro i limiti previsti dalla legge”.
La costituzione russa, in realtà, non fa nessun cenno a nessun limite. Anzi, l’art 29 garantisce la libertà di espressione. Eppure, da quando è al potere, Putin ha messo in riga i mezzi d’informazione con spietata rapidità. Nel 2001 l’emittente televisiva indipendente Ntv, colpevole di aver trasmesso servizi molto critici sulla guerra in Cecenia, è stata sottratta ai suoi proprietari e messa in mano a persone di fiducia vicine al Cremlino. La tv più seguita, Perveyj Kanal (Canale Uno), è solo un’appendice del governo.
Per Putin l’unico mezzo d’informazione che conta davvero è la tv. Ogni settimana il Cremlino convoca i direttori dei canali nazionali per stabilire la linea editoriale. In queste occasioni vengono distribuiti degli elenchi con i nomi dei personaggi che non possono comparire in tv perché sgraditi al potere. I dibattiti e le interviste in diretta non esistono più. La fedeltà dei conduttori, giornalisti e direttori di rete è comprata con stipendi senza precedenti nella storia della tv russa. Certo, ci sono ancora giornali e siti web liberi e indipendenti come Eco di Mosca, ma il loro pubblico è così limitato da non infastidire Putin. Questo è solo un modo per distrarre le persone dalle notizie vere, dalla politica vera. “I nemici li conosci, li combatti, ma alla fine ci fai pace. I traditori, invece devono essere schiacciati, annientati”. Questa è in pochissime parole la sua visione del mondo.
Consuelo Pacetto
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