di Redazione

-Lasci stare.-Disse il direttore con aria distratta, guardando l’orologio a muro per verificare che la sua ora coincidesse con l’ora che appariva sul suo computer.
Lei si voltò verso di lui, sorpresa, con occhi interrogativi e increduli. Rimaneva sempre curva sopra uno schedario aperto e con alcune schede fra le mani.
-Lasci stare tutto…-Le ordinò con più forza nella voce il direttore.
Il suo sguardo si ostinava a fissare il monitor del computer. Lei richiuse lo schedario, lasciando che le carpette si rimettessero da sole nella loro giusta posizione. Si drizzò sulla schiena e si avvicinò alla sua scrivania per capire.
-Sono già le dieci e fra poco sarà mezzanotte.- Continuò il direttore, seguendo un filo tutto suo di pensieri. -Stanotte è l’ultima dell’anno, ha giusto il tempo di correre alla metropolitana per prendere il primo treno e festeggiare così Capodanno con i suoi.-
Il suo sguardo era assolutamente incollato al monitor del computer mentre nervosamente la sua mano spostava il mouse.
-Non capisco…-Balbettò lei.
Dopo vent’anni era la prima volta che il direttore le rivolgeva la parola in maniera informale. La sua voce rivelava una delicatezza inusuale, mai conosciuta. Provò disagio. Rimase immobile, lì, davanti a lui, come una statua di sale. Quanti Capodanni avevano trascorso insieme, letteralmente ignorandosi! Avvertì un tremito alle mani e, con gli occhi fissi su di lui, cercava d’interpretare il senso più nascosto di quella strana concessione, di quelle parole che parevano buttate là, quasi per caso.
-Non perda altro tempo…- Insistette. Una voce sempre più dolce e convincente, priva dell’asprezza e della severità di tutta una vita.
La sua mano si ripiegò, racchiudendo il mouse come se volesse fermarlo. Un pugno chiuso nel quale sembrava volere imprigionare il cuore. Alzò timidamente uno sguardo arreso, sofferente, verso il volto di lei dubbioso e disfatto. I loro occhi si incontrarono per la prima volta dopo tanti anni. Dopo che per tanti anni si erano intenzionalmente evitati. Lei prese un po’ di coraggio.
-E lei, direttore?- Gli chiese.- Si ferma ancora o va via dopo di me?-
-Oh!- Esclamò lui con un sorriso stanco ed un gesto desolato della mano. –E dove vado?- Aggiunse.
Il suo volto era tirato, provato da un’intima segreta sofferenza. Lei notò che i suoi occhi guardavano con triste insistenza le fotografie della moglie e dei bambini che, da sempre, avevano occupato il posto principale della sua scrivania. Scese un silenzio imbarazzante e strano. Lei si fece coraggio un’altra volta ancora.
-Dai suoi, direttore. –Specificò. Continuò.-Dalla sua famiglia, la signora, i bambini…-
-La signora –rispose con una voce calma e terribile -mi ha abbandonato un mese fa e con lei ha portato via anche i bambini…è da allora che io non li ho più visti…-
-Ma?!…-Balbettò lei.-Come?-
-Una separazione prima ed il divorzio poi. Le hanno affidato i figli, la custodia…-
Lei lo seguì, discreta, con lo sguardo mentre lentamente si accasciava sopra le sue carte, poggiando la fronte sulle mani a pugno, messe apposta così, proprio per nascondere le lacrime. E provò un’infinita pietà. Era stato il mito della sua sfiorita giovinezza. L’uomo che aveva segretamente amato perché sapeva irraggiungibile, lontano. Fra gli affanni quotidiani della mente, quell’uomo era stato il sogno inconfessabile, l’isola che esiste solo per rifugiarvisi a fantasticare quando la vita é troppo amara per essere vissuta e basta. Un marito inconcludente e cassa-integrato, un figlio adulto che agitava, con le sue assenze, le sue notti insonni. Una figlia sposata ad un arabo che non amava la loro compagnia, che disprezzava il loro stile di vita occidentale. Emise un sospiro come se le stesse per mancare l’aria. Istintivamente si avvicinò alla finestra che dava sulla piazza del Callao. Le luminarie riempivano di festa la città con le loro luci intermittenti, stelle finte di galassie lontane. Giù la gente sembrava impazzita. Camminava speditamente verso piazza Porta del Sol. L’ultima luna di quell’anno triste era ormai alta nel cielo, luminosissima e fredda. Guardò sul palazzo di fronte, in alto, lo spettro di una pubblicità che si accendeva e spegneva, colorato come un arcobaleno.
-No!- Gli disse. Parlava ma, in effetti, pensava ad alta voce. –No!- Ripeté. –Mio marito sarà già a letto mezzo ubriaco, mio figlio sarà a quest’ora dove Dio solo sa e mia figlia non può neppure chiamarmi per telefono e farmi gli auguri, suo marito mi odia.-
Lui sollevò la testa come se si fosse risvegliato da un lungo sonno d’incubi.
-Tanti anni, una vita!, abbiamo lavorato gomito a gomito senza neppure conoscerci…-Esclamò con una voce colpevole, piena di rimorso.
-Già!- Rispose lei. Si voltò e di nuovo i suoi occhi incrociarono quelli di lui ardenti di vergogna. Guardò l’orologio a muro: erano le undici. –Presto!- Gli disse. –Indossa il cappotto, la sciarpa, abbiamo giusto il tempo di raggiungere la piazza prima che l’orologio batta mezzanotte.-
Lui si alzò, eseguì meccanicamente i suoi ordini. In un attimo fu pronto. Lei raggiunse il suo ufficio, indossò il cappotto, annodò al collo il suo vecchio foulard, si aggiustò il cappellino di lana che aveva confezionato con le sue mani, i guanti. Lui, non visto, asciugò un’ultima lacrima e spense il suo computer. Quando lei ritornò, spense l’interruttore generale, presero insieme l’ascensore e subito raggiunsero la strada. Evitavano di guardarsi ma ne sentivano forte il desiderio. Una vera e propria moltitudine, noncurante del freddo della notte, sciamava da tutte le strade. La prese timidamente sottobraccio e si lasciarono condurre dalla folla verso piazza Porta del Sol. In un angolo della via Preciados un vecchio, dalla barba incolta e dal cappotto lacero e abbondante, suonava magnificamente una lucida e ingombrante fisarmonica. Lui si fermò come rapito.
-E’ la mia vecchia canzone preferita…-Mormorò sorpreso. I suoi occhi cercavano una conferma o semplicemente una risposta.
Lei abbassò lo sguardo.
-E’ “Historia de un amor”…fu così, ballando questo pezzo in una balera di Alicante, che conobbi mio marito e m’innamorai…-
Lui si sentì stringere il cuore.
-Presto, facciamo presto, già l’orologio batte la mezza o non arriveremo a mangiare l’uva della sorte…- Lo incalzò nel tentativo di esorcizzare il passato, allontanando i ricordi.
Si fecero strada, sgomitando. Tutti guardavano l’orologio del palazzo della posta sul quadrante del quale quanta storia e quanto tempo erano passati. Una palla cominciò a scendere ad ogni rintocco. I vicini offrirono loro acini di uva mentre ognuno formulava segretamente un desiderio, per una consuetudine antica. Fino a quando le lancette batterono mezzanotte. Il campanile sì infiammò di mille fiaccole, il cielo s’illuminò a giorno con fuochi pirotecnici mentre le campane salutavano il nuovo anno. Qualcuno, nella confusione, allungò loro grandi bicchieri di plastica colmi a metà di ottimo cava. Bevvero dimenticando le loro vite e le loro tristezze in un tripudio di gioia collettiva. Un allegro baccanale. Propiziatorio di un anno nuovo che pareva somigliare tanto all’anno già trascorso. La gente cominciò ad abbandonare la piazza per ritornare alle proprie case. Rifluiva dalle stesse strade per le quali era arrivata. Si ritrovarono soli.
-Vado a casa. –Gli disse, guardando l’orologio che già segnava l’una.
-Ti accompagno?- Le chiese premuroso. E aggiunse:-La macchina si trova nel solito parcheggio.-
-No!- Rispose Lei. -So che la metropolitana funziona fino alle due.-
Questa volta lo guardò con occhi dolci, languidi e vide che anche i suoi occhi la guardavano con infinita tenerezza. Lei si tolse il guanto dalla sua destra e gliela porse. Lui gliela strinse forte fra le sue mani fredde, non tralasciando di guardarle gli occhi.
-Grazie!- Le disse. –Grazie per questo Capodanno insolito!-
-E’ stato un piacere averlo trascorso insieme a lei, direttore.- Biascicò lei a mezza voce.
Lui capì.
-Ci vedremo lunedì?- Chiese per mascherare il suo disagio.
-Sì, direttore, come al solito!- Rispose lei con voce sicura e si avviò verso la stazione della metropolitana.
Lui rimase fermo a guardarla, mentre scendeva i gradini, fino a quando la pesante porta di vetro si richiuse dietro di lei. Dopo, lentamente, s’incamminò verso il parcheggio dove aveva lasciato la sua auto.
Un Uomo Libero
© Riproduzione riservata