Cultura
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22/07/2008 00:26

Un uomo libero: Marrakech

di Redazione











Eccomi di ritorno da Marrakesch. Vivo per fortuna. Una cittá sull’orlo di un’epidemia di tifo o di colera. Strana, misteriosa e magica. Come in una nuova Venezia minacciata dal morbo, tutto trasudava abbandono e morte. Le mosche, a miriadi, assalivano i brandelli di carne degli animali squartati, spietatamente offerti dai venditori nel souk. Affollatissimo, variopinto, maleodorante ed insidiosissimo. Le vetuste tracce della dinastia Badi, che il tempo e i nemici non seppero cancellare, giacevano, ora, sotto un sole crudele, in uno stato di evidente trascuratezza. In un fetore pungente di urina fermentata dal caldo della notte, l’antichissima piazza Jemaa-el-Fna, giá dalle prime ore del giorno, dispensava il suo millenario spettacolo fatto da saltimbanchi, incantatori di serpenti, lettrici della mano, fattucchieri e maghi.

Un oriente povero e malinconico sul quale vegliavano da secoli l’ascetico ed austero minareto, ultimo resto dell’antica moschea Koutoubia; la severa cordigliera dell’alto Atlas, dalle vette innevate e lontane; lo spirito di Al-Mansour e  la sua nostalgia struggente e rassegnata di un’Andalusia irrimediabilmente e definitivamente perduta.

Caro amico, ti ho voluto partecipare le mie impressioni sul viaggio. Forse saranno molto discutibili. Peró sono vere.

Un abbraccio. 

Un Uomo Libero

Marrakech

Il comandante dell’aereo ci comunicó, qualche minuto prima che atterrassimo, la temperatura di Marrakesch. Quantacinque gradi all’ombra ed erano quasi le ventidue della notte. Una tempesta di sabbia del deserto si era abbattuta sulla cittá, attimi prima del nostro arrivo, lasciando sabbia dappertutto ed una fitta ed impenetrabile coltre di nubi nel cielo. Per fortuna che io avevo prenotato un albergo a cinque stelle. Magari non erano cinque, le stelle, ed alla fine potevano essere quattro o tre, peró, onestamente, mi trovai molto bene. L’albergo era stranamente pulitissimo. La cucina notevole (ebbi modo di apprezzarla nei giorni che seguirono). Il personale educato ed affabile. Lo frequentava soprattutto una clientela francese. Non mancavano gli italiani. Scoprii che si appoggiava ad esso il tour operator italiano Francorosso. Gli spagnoli erano non piú di cinque. Partii da solo alla scoperta della cittá. Misteriosa, magica, maleodorante nel souk, nelle strade, nei giardini. Decadente e magnifica. Nei sontuosi palazzi era palpabile un’antica cultura, un’opulenza fatta di tante, troppe, piccole povertá. Le case della medina, apparentemente anonime, nascondevano gioielli impensabili, autentici ambienti da mille e una notte. La piazza Jemaa al Fna, millenaria testimone di varie dinastie che si erano sovrapposte nel tempo e nella storia, mi accolse giá di primo mattino con un acre e nauseabondo fetore di urina fermentata dal caldo della notte. Con i suoi incantatori di serpenti, le donne velate che leggevano la mano, i maghi, i saltimbanchi, le decoratrici con siringhe cariche di Henné. I colorati carretti con arance, spremute per qualche dirham, dissetavano  le arsure estive. Mi immersi in un bailamme fatto di biciclette e motorini che sfrecciavano senza regole da tutte le direzioni, di carrette improvvisate trainate da piccoli asini, cariche di fichidindia, nascosti sotto coltri pesanti all’insidia dei raggi del sole. L’antico minareto della Koutoubia vegliava da secoli, paziente e rassegnato, sullo spettacolo commovente e triste di un oriente sfruttato e povero. Mi confusi fra la folla del souk e piú di una volta rifiutai l’amabile e pericolosa cortesia di un accompagnatore. Sciami di mosche aggredivano le carni, offerte senza pietá dai venditori con grida e cantilene. Torme di ragazzini e di vecchi imploravano la generositá di un’elemosina per una vita avara ed accettata. Benedetta nel nome di quel Dio che ci ha creato uguali nella legge e diversi, tanto diversi, poi nei godimenti. Mi nauseai. Non potevo accettare tutto questo. Eppure io l’Occidente lo incarnavo. Era mezzogiorno. Non resistetti comunque all’invito di una comoda poltroncina del café France in piazza Jemaa al Fna ed alla curiositá tutta orientale di aspettare che il mondo passi sotto i tuoi occhi indagatori ed increduli. Guardai un cartello appeso ad un pilastro dell’improvvisata veranda dallo stile vagamente coloniale. Leggevo in francese la lista delle bevande e dei piatti che approntava quel “rinomato” ristorante. Il cameriere mi aveva notato da un pezzo e mi studiava. Si avvicinó, interrogandomi con il suo silenzio. Abbassai ancora lo sguardo per  leggere tutto il cartello, fino all’ultima riga, prendendo tempo.

” Una Fanta!”

Esclamai trionfante e deciso. Avevo finalmente trovato l’Occidente che mi mancava nel suo simbolo piú effimero, in una bottiglia di acqua colorata che mi faceva sentire, in quel momento, in quel mondo di derelitti, diverso e ricco, stupidamente cieco. La nenia suonata dal piffero dell’incantatore di serpenti mi giungeva insistente, stridula. La piazza anche sotto il sole rovente  era straordinariamente trafficata. Forse mi appisolai. Mi risveglió il cameriere che mi aveva servito l’aranciata. La sua mano sfioró con la delicatezza di una carezza la mia, arresa alla calura e alla stanchezza accumulata durante il lungo viaggio. Incantato come i serpenti della piazza.

“Monsieur…”

Ebbi un sussulto. Non vedevo con nitidezza. Temetti un colpo di calore. La mia testa era vuota.

“Pas de problème!”

Continuó rassicurante l’uomo che intuí il mio disagio.

“Voici vos lunettes”.

Mi porse gli occhiali, scivolati sulla camicia mentre mi ero appisolato, che lui aveva con cura amorevolmente raccolto. Lo guardai stupefatto. Rimisi i miei occhiali e volevo regalargli una mancia.

“No!”

Mi rispose con un gesto leggero e fiero della mano.

“C’est mon travail.” 

Abbozzó un sorriso. Ritornai al mio lussuoso albergo sconfitto ed umiliato per quel gesto semplice che riassumeva la vera ed antica vocazione dell’Uomo. L’Occidente, il mio occidente, tecnologico e lontano, cacciatore frenetico del tempo e del profitto, aveva ormai dimenticato quello che l’Oriente manteneva intatto: il senso e la spontaneitá dell’amicizia, la sacralitá dell’ospite e del passeggero, l’intensa gratuitá del dono.

 

Un Uomo Libero