di Redazione
In comune solo l’età. Quella delle nonne e del branco di nonni.
Quella della saggezza contro la violenza che età non sembra avere.
Sono state le anziane a rimbrottare in piazza i vecchi e a gridare il loro sconcerto ai Servizi sociali contro quel gruppo di anziani che ingiustificatamente si accompagnava a una giovane vita sfruttandone l’ingenuità e l’incapacità di reazione.
La storia della ventiduenne sciclitana riporta la memoria a Rosaria Carpanzano, madre minorata di figli della violenza.
Entrambi accomunate da una vita nata difficile, entrambi strumenti inerti nelle mani di orchi senza coraggio né dignità, entrambi vittime dell’indifferenza che, con cadenza quotidiana, alimenta le tragedie visibili.
Quelle che cominciano alla luce del giorno, sotto gli occhi di tutti, e si consumano di notte quando il buio lega le mani e soffoca le grida.
Quando nessuno può vedere che in sei, in un tugurio, stuprano ripetutamente una ragazza legata a un giaciglio.
A chi, lei, inconsapevolmente donna, avrebbe potuto o dovuto confidare che la sua fragile vita aveva attirato l’attenzione morbosa di un branco di vecchi vogliosi di mostrarsi inutilmente maschi nell’unica funzione che consentiva loro di sentirsi tali?
Forse l’ha fatto, forse non le hanno creduto. Ora il branco si difenderà. E magari, dirà che la giovane, maggiorenne, era consenziente.
E qualcuno vorrà pure accertare cosa indossava la ragazza per accomunare vittima e carnefici e confondere un immaginario collettivo in cui l’orco ha smesso i panni dello sconosciuto per indossare quelli del genitore, del parente, dell’amico, del vicino e, adesso, persino quelli di canuti vecchietti simili a babbo natale.
Le buone, in questo racconto dell’orrore, sono le streghe.
Nonne petulanti e ficcanaso, donne che hanno avuto il coraggio di guardare, indignarsi e denunciare.
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