Cultura
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30/06/2012 09:28

Viaggio in Sicilia. Epilogo: riflessione a ruote ferme

Per gratitudine e con affetto

di Lino Bellia

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Firenze – Molti ciclisti si sono accostati al mio cammino in tutte le regioni attraversate. Tutti con grande sensibilità e comprensione del gesto. Altri amici – tramite i mezzi di comunicazione oggi in uso – mi sono stati viconi e mi hanno posto domande sul motivo del viaggio.

Tra sfida e necessità di questa azione, ha bene afferrato Alberto che a Firenze è la persona che mi conosce meglio di tutti, per lunga frequenza e Sua propria saggezza.

Quando mi scrive:

Caro Lino, ti sto seguendo attraverso Ragusanews e sempre più mi rendo conto quanto aiuto e forza  ti dia la bicicletta. Avere una risorsa di tale portata è davvero molto importante. E forse la tua non è soltanto una sfida, è qualcosa di più che mi sfugge.

In effetti – anche con non completa coscienza – il viaggio non è solo la concretezza del muoversi, ma anche il simbolismo dell’esilio, della perdita, dell’allontanamento dalle cose consuete, nel tentativo di un ritrovamento. Mi sono sentito un moderno Ulisside leopardiano, catapultato nell’ignoto dell’incertezza e anche dell’illusione. Il pedalatore e il pensatore – in un simile viaggio -, nascono insieme, sovrappongono. Figura erratica dominata da un desiderio di scoperta e anche da un’angoscia ed una inquietudine tutta da consumare tra fatica e sudore nei chilometri percorsi. Angoscia perché se da una parte c’è, è vero, l’insopprimibile bisogno di evadere da una propria condizione abituale, dall’altra si presenta chiara e cruda l’incertezza della meta in cui il naufragio è sempre in agguato.

In niente questo itinerario da “pastore errante” è segno di un gesto eroico. È stato essenzialmente una evasione, un bisogno di libertà, una necessità alla scoperta delle sensazioni pregevoli della vita da troppe regole mortificate. Il necessario passaggio dal conosciuto – fin troppo bene conosciuto – all’ignoto, dal limitato all’immenso.

 

Sulla solitudine in bicicletta, riporto un brano autobiografico tratto dal romanzo : Lino Bellia, Gente del Martedì – testamento spirituale, ed Ellj Nolbia, Firenze, 2009.

 

‘Dopo anni di gare, si era dedicato a percorrere lunghi itinerari in solitario impegno, come una vera missione. Erano quelle fatiche tra straordinari paesaggi, l’occasione per meditare sugli eventi della sua vita trascorsa, per riflettere su ciò in cui poteva ancora sperare.

 

Nel consumare quelle distanze aveva il tempo per riflettere sull’azione dell’impresa, ma anche sui significati e i valori della vita, in simbiosi e sudditanza con il mezzo. In consanguineità con chi, per compagnia occasionale, delle volte gli pedala accanto. Però lo sforzo lo considerava impegno solitario. Pedalava da solo. Possedeva il ritmo delle proprie pedalate e conosceva il limite delle proprie capacità di resistere allo sforzo che, quando viene meno, paralizza.

Quindi, correva sempre da solo. Correva contro se stesso. Correva contro quel personaggio, quella parte di sé, che incestuosamente lui stesso aveva generato e programmato, amato e odiato, frutto di lunghi allenamenti, di tabelle orarie e di velocità medie e proiezione di personali successi, per poter spostare molto in avanti le proprie qualità di resistenza. Dentro la mente di Lino quegli itinerari di un chilometraggio che aveva poco dell’umano, erano tutti e tracciati a chiare linee. Dentro la sua mente le intemperie e le bufere della fatica si alternavano a percezioni gradevoli e luminose. Le avventure si svolgevano secondo un suo preciso e lucido programma. Come una traccia impressa su un supporto morbido, Lino quella traccia colmava con determinatezza e con il coraggio della passione, riempiendola con la voglia di gioiosa fatica, senza sbavature. Le sue non erano classificabili come stravaganze, bensì erano avventure allo stato puro da vivere e ripensare, erano imprese, attimi di felicissima fatica impressi a lungo nella memoria di chi lo conosceva.

Coerente ai presupposti del suo impegno politico e sociale, aveva aderito al gruppo politico-ecologico “Critical mass”, movimento per il riscatto del valore del muoversi in bicicletta, rispetto all’uso dell’automobile. Aveva organizzato manifestazioni e perfino allestito appositamente una maglia, tutta nera con la fascia rossa – colori dell’anarchia – con la scritta “one less car”.

 

Il solitario impegno lo aveva condotto – sopratutto dal trauma del lutto, che teneva stretto al cuore come un trofeo – a vivere in una condizione di solitudine quasi perenne. Stava con le persone, partecipava e condivideva tanto della vita comunitaria – specie in facoltà -, ma preferiva la solitaria compagnia di se stesso. Quando era dentro lo “zingaraggio” ciclistico, il problema era la parola. Arrivava a sera senza aver aperto bocca, perché aveva parlato tutto il giorno con “se stesso”. Solo pronunciando a se stesso delle parole senza fiato. Si era inventato un suo mondo: si raccontava le cose, quello che faceva, si dava i consigli e le sgridate. Ma aveva notato che il suono era meglio. Perché la voce interna è pericolosa, senza che te ne renda conto, sprofondi sempre più giù, lentamente fino a quando, nella grotta rimescoli il passato, e ti dai sì ragione, e anche troppi torti. E la voce dentro comincia a farsi grossa, la testa comincia a rimbombarti come un locomotore, senti l’eco delle tue parole e un fischio lungo che rimane. Ma siccome non sei muto, la voce piglia e una mattina esce e si fa grido. È una voce brutta. Non capisci nulla: sei come un alveare senza la regina.

 

Quando prendeva la libera, la sua giornata da uccello solo in bicicletta, guardava solo il cielo. L’ora e il tempo erano tracciati lassù. La vita era ogni giorno un giorno dopo l’altro: dall’alba al tramonto. Viveva come in un sogno. Perché il sogno è bello in solitudine, stretto nelle mani nude, magari sporche di sudore e di grasso di catena, che, quando le strofini, materializzano il “genio” come nel mistero della Lampada.

Diceva: “Del resto la vita stessa è come una gara ciclistica. Partiamo tutti insieme, condividiamo amicizia, entusiasmo e passione. Poi, la gioia iniziale cede il passo alle vere sfide: stanchezza, dubbi sulle nostre capacità. Ad un tratto ci accorgiamo che alcuni amici hanno rinunciato a correre, pedalano ancora perché non si possono fermare a metà del viaggio. Il gruppo di costoro diventa sempre più numeroso: a nulla serve andare verso l’ammiraglia, allontanando le bellezze e la sfida offerte dalla strada. Perdono sempre più terreno e, alla fine, li distanziamo. E così siamo obbligati ad affrontare la solitudine, gli imprevisti per chiudere rischiose curve sempre nuove e sconosciute. Ad un certo punto, dopo alcune cadute dalle quali abbiamo dovuto risollevarci senza l’aiuto di nessuno, ci domandiamo se valga la pena sottoporsi a un tale sforzo.”

 

Ringrazio tutti gli amici che mi sono stati vicini in quest’ultimo viaggio ognuno secondo possibilità e sensibilità.

 

Lino Bellia