Attualità
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22/06/2011 12:19

Volume 0, metricubi 0. Previsioni urbanistiche per l’anno 2030

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Il 13 dicembre 2010 il Piano strutturale di Firenze a volume “0” è stato adottato

di Pasquale Bellia

Scicli, periferia
Scicli, periferia

Firenze – Voglio esprimere un parere per il bene del territorio e delle generazioni future.

 

L’idea di città si è dissolta e ripensarla dal punto di vista urbanistico: è ormai un’urgenza.

 

Il 13 dicembre 2010 il Piano strutturale di Firenze a volume “0” è stato adottato. Proposto dall’irrefrenabile Renzi e appoggiato dalla sinistra. “È tra i più innovativi della storia del nostro Paese, il primo in Italia a Volumi zero. Diciamo stop al consumo di suolo”, sostiene Matteo Renzi “puntando su uno sviluppo non in contrasto con la sostenibilità, attraverso il recupero e il riuso”.  

 

Tradotto semplicemente, interrompere la cementificazione ed applicare una nuova idea di professione e concetto di città. La città come un organismo vivente si muove. Attività cessano, altre si spostano, diverse diventano incongruenti. La delocalizzazione lascia enormi spazi alla dismissione.

 

Queste aree rappresentano il tessuto connettivo in una città frammentata e occasione di lavoro.

 

In un’epoca di globalizzazione le economie si sono messe in cerca di città. Una ricerca di modernità troppo spesso tradita dalla rendita e dalla cattiva programmazione, stretta ad una legislatura.

 

Il lavoro dei tecnici deve essere principalmente destinato a rimodellare l’esistente a tutto vantaggio di chi vi abita. A questo obiettivo si deve aggiungere la riduzione dell’impronta ecologica della città, per ridefinirla a servizio dell’ecosistema e non come una divoratrice di risorse che la Terra non è più in grado di offrire.

 

 “Curiamo” la città. 

La cura apre spazi inimmaginabili al lavoro dei progettisti e alle imprese. Invece di aggiungere periferie a periferie, recuperiamo quelle esistenti.

Il nostro pensiero deve cambiare. Dice Giuseppe Pattarini presidente degli edili di Assindustria “per anni abbiamo considerato il metro quadro e il metro cubo come divinità, come obiettivi sacri da perseguire ad ogni costo. Ora serve una prospettiva diversa. Dobbiamo guardare al recupero e alla valorizzazione dell’esistente con uno sforzo di creatività e innovazione”.

 

Il mondo va in questa direzione. Chi prima lo capisce, prima potrà coglierne i frutti. Frutti che serviranno per il bene della collettività e non dei singoli imprenditori che hanno fatto delle città  il territorio di sola miope, personale speculazione.

 

È anche vero, questo approccio necessita raffinatissime ed esperte capacità progettuali – non proprio diffuse – più che realizzare un telaio in c.a., solai, copertura, tamponamenti, spessissimo senza qualità. Le imprese per lavorare sull’esistente devo avere profonde conoscenze. Difficili, ma anche entusiasmanti.

 

L’edilizia muove economie inimmaginabili e dove c’è molta movimentazione di soldi  spesso si annida il malaffare. I cittadini di questo processo sono l’elemento debole che subisce nei costi, nel paesaggio deturpato, nel vedere soddisfatti gli interessi dei soliti pochi e dimenticati i propri.

 

Leggo ormai da tempo su questo giornale, si piagnucola per l’edilizia ferma. Nel periodo dell’abusivismo dilagante … tanti, dalla mattina alla sera, si sono improvvisati impresari edili. Tecnici, aziende ed esercizi dell’indotto: si dicono in sofferenza. Ora sono troppi. Ora non c’è più quel abbondante per tutti. Bisogna cambiare posizione culturale e sociale. Non essere più ingordi.

 

Pensiamo per il bene comune: città e paesaggio. E non più solo agli interessi privati. 

 

 

 

 

 

 

 

Nella foto, Scicli, periferia