Cultura
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17/07/2008 16:36

Dasvidanija: La valigia sul letto. Da Mosca a Scicli, la paura del ritorno

di Redazione

Meteo: Scicli 30°C Meteo per Ragusa

L’ultimo temporale ha sensibilmente rinfrescato l’aria. Continua a piovere.

La pioggia cade lenta, monotona, autunnale.

Gli oggetti mi osservano silenziosi. Le mie biro hanno ripreso la posizione verticale all’interno del barattolo di caffè americano solubile che le ospita nella sua nuova funzione di portapenne; la testa di un faraone egiziano dal davanzale della finestra mi punta gli occhi immobili addosso; il topolino di ceramica che Musail ha tirato fuori dallo zaino porgendomelo timidamente sulla sua tenera mano da alunno curioso e affezionato, sembra stringersi al carretto siciliano che troneggia dentro una piccola sfera di vetro, immerso nell’acqua trasparente che tanto ricorda il Mediterraneo. Non neve artificiale ricade su di esso agitandolo, ma minuscole paillettes brillanti. Non si può concepire un souvenir siciliano con i fiocchi di neve sintetica! Quelli fanno figura migliore dentro l’altro globo, lo stesso che sul piano di marmo del canterano nella mia stanza da letto, a Scicli, mi ricorda il primo viaggio a Mosca.

La neve … quante ore trascorse dietro i vetri a osservarla cadere nelle sue eleganti e silenziose danze notturne … e questo cielo, così pesante di pioggia, così cupo, sembra preludere al suo non lontano ritorno. Ma la valigia è pronta: la brulla, afosa, materna Sicilia adesso sembra qui, dietro l’angolo di Igral’naja ulitsa. Avverto già il calore del sole genuino sulla pelle stanca di schivare il contatto con gli zefiri siberiani.

Invece il percorso fino all’aeroporto è piuttosto lungo. Il tassista tarda qualche minuto e l’inutile ansia di non giungere in tempo comincia a predominare sull’intima volontà di tenere i nervi saldi.

Infine, arriva. Sembra simpatico. Cominciamo a chiacchierare. E’ la prima volta che faccio amicizia con un tassista; ha una gran voglia di parlare. Ne ho anche io. Mi racconta di essere arrivato in città da poco, a Febbraio. E’ originario del sud (ecco spiegata la sua loquacità!) Dice che a Mosca si trova bene; il lavoro gli consente di vivere dignitosamente. Sorride con aria amichevole e mi chiede dell’Italia, di Adriano Celentano, della mafia sicula. Ascolta con interesse le risposte e si complimenta con me per come parlo la lingua. “Grazie, – replico umilmente – in realtà faccio una gran fatica a mettere insieme una frase di dieci parole senza commettere un numero infinito di errori!” Mi consola asserendo che la stragrande maggioranza di stranieri che ha trasportato non era in grado di spiegare in russo la destinazione da raggiungere. Gli faccio notare bonariamente che la sua lingua non è poi così facile da imparare …

Intanto strade, palazzi, chiese, monumenti e volti della gente sfilano veloci oltre il finestrino. L’occhio avido di catturare particolari, non si lascia distrarre dalla gradevole conversazione e fotografa, come impazzito, tutto ciò che gli appare degno di interesse.

L’aeroporto grigio, la cui monumentale severità è appena interrotta dalla gigantesca scritta arancione “Sheremjetevo”, si profila all’orizzonte.

Aleksandr rifiuta la mancia: dice che è stato un piacere accompagnarmi fin là. Mi augura buon viaggio con una calorosa stretta di mano (no, non è decisamente moscovita!) e intraprende il suo tragitto di ritorno verso la caotica metropoli.

Il cielo resta cupo, minaccioso. La pioggia continua a cadere, l’aria è fresca. Tiro su la cerniera del giubbino; sapevo che non sarebbe stato d’impaccio!

In attesa dell’imbarco, comincio a immergermi nel clima italico: la sala del gate 20 pullula di connazionali. Mi sento già a casa: chi si lamenta dei controlli troppo severi, chi della pessima qualità del caffè erogato da una comunissima macchinetta per le bevande, chi racconta bisbigliando le sue avventure sentimentali con le signore del posto e chi si vanta di aver eluso il confronto con la temibile polizia moscovita durante una notte brava, ma in fin dei conti fortunata.

Noto che, a differenza dei russi, gli italiani mal sopportiamo le attese: ci muoviamo in continuazione passeggiando impazienti avanti e indietro, ci guardiamo e riguardiamo intorno come a voler scoprire nuovi particolari in un ambiente già noto, bisbigliamo qualche commento al vetriolo sul primo passante che ci capita a tiro sottolineando con sguardi e con neologismi estemporanei la stranezza delle sue scarpe o l’inadeguatezza del suo vestiario; giocherelliamo col cellulare per evitare fastidiosi formicolii alle mani. Movimentare l’ambiente, per noi, è un’arte semplice.

Una signora napoletana vanta le sue qualità culinarie… mi pare già di sentire gli odori spandersi nell’aria: il profumo del pane di casa appena sfornato, delle “scacce” di cipolla e pomodoro ancora in cottura, dei pomodori rossi e succosi delle campagne donnalucatesi… niente cetrioli nell’insalata, please! Mi torna in mente un ricordo di qualche mese fa, all’interno di un self service italo-americano: un gruppo di turisti meridionali si affretta verso il buffet italiano senza minimamente degnare di uno sguardo la pizza in bella mostra dietro le vetrine. Hanno intuito al volo che poco ha a che fare con la nostra! “Le forchette … – si dispera un signore – dove saranno le forchette?” Gli indico il banco delle stoviglie e lui non si meraviglia neanche di sentir parlare la sua lingua! Forse, mi dico, non si è ancora reso conto di trovarsi in Russia!

Dopo qualche ora occupo il mio posto sull’aereo; ovviamente partiremo in ritardo. La pista sembra un’autostrada italiana in agosto: è intasata di velivoli come mai mi era capitato di vedere. Siedo accanto all’oblò, osservo la sconfinata campagna che circonda l’aeroporto. Questo è l’ultimo ricordo che i turisti occasionali conserveranno della loro gita a Mosca: filari di betulle ritti e severi come i soldati dell’Armata Rossa, il suolo picchiettato dalle petulanti gocce di pioggia e, di nuovo, la scritta arancione in cima all’edificio grigio: “Sheremjetevo”. Per chi non riesce a leggerla un’accozzaglia di indecifrabili lettere cirilliche.

Finalmente si parte; il comandante annuncia con voce sollevata l’imminente decollo; uno dietro l’altro, i “clic” delle cinture di sicurezza risuonano come un breve concerto metallico. L’aereo si lancia nella sua rapida corsa; qualche viso si contorce in una smorfia di paura reprimendo a fatica un gridolino ansioso, altri rimangono nascosti dietro i quotidiani in assorta lettura.

Sento una goccia tiepida percorrermi la gota destra, poi un’altra lungo la sinistra… non è pioggia; non potrebbe essere … l’aereo si stacca dal suolo e, in fretta, s’immerge tra le nuvole. Mosca si allontana velocemente dalla vista. “Dasvidanija”, dunque. A settembre.