Cultura
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31/12/2010 16:27

La Sicilia raccontata attraverso la pellicola

La lezione di Bufalino

di Redazione

Il Gattopardo
Il Gattopardo

«Vi sono luoghi naturaliter cinematografici. I quali, cioè, invitano, quando non obbligano, la macchina da presa a cercarli, inseguirli, possederli. Luoghi che per una felice alleanza di suggestioni audiovisive, sociostoriche, antropologiche costituiscono già di per sé scenografie e sceneggiature bell’è fatte… Un luogo simile è la Sicilia».
La pensava così Gesualdo Bufalino, uomo – prima ancora che scrittore – legato alla sua terra da un rapporto viscerale, del quale si nutriva nella vita come nell’arte. In una Sicilia che è stata protagonista della Storia e che della Storia è figlia e, al contempo, madre.
Di un’epoca, soprattutto. Il Risorgimento. Quel Risorgimento che da bambini, sui banchi di scuola, ci è stato raccontato come impresa possibile grazie al coraggio dei Mille, facendoci sentire – conterranei di quei “picciotti siciliani” che li accolsero e che a loro si unirono – parte di un pezzo di storia clamoroso e indimenticabile. Ammantato da un fascino patriottico e rivoluzionario che, negli anni, e di questi tempi soprattutto, ha dovuto fare i conti con tradizione e revisionismo storico.
Anche al cinema. Attraverso film che hanno fatto discutere critici, politici, storici e intellettuali. Da “1860” di Alessandro Blasetti (1934) a “Noi credevamo” di Mario Martone (2010).
Eppure, al di là di ogni polemica, è con quello stesso incanto infantile un po’ ingenuo, misto di apprensione, speranza e ammirazione, che sembra di assistere al racconto degli avvenimenti che precedettero la spedizione dei Mille attraverso lo sguardo di Carmeliddu, il pastore «giovane, entusiasta, intelligente» protagonista di “1860” di Blasetti, che nel 1934 anticipò il neorealismo italiano. Con la scoperta del paesaggio, fotografato in bianco e nero. E l’ispirazione popolare, tutta nei volti degli attori non professionisti, come lo stesso Carmeliddu che, dalla Sicilia alla Liguria, attraversa l’Italia per accertarsi che la spedizione di Garibaldi parta davvero. Diventando così testimone, nel suo viaggio verso Nord, degli umori di un’Italia ancora da costruire, cui danno voce l’aristocratico repubblicano che vorrebbe Vittorio Emanuele II come Presidente della Repubblica, quello che vorrebbe «il Papa alla testa della confederazione italiana» e l’aristocratico sostenitore dell’autonomia con il motto «tutti fratelli, tutti italiani, ma ciascuno a casa sua!». Tutti personaggi che Carmeliddu rincontrerà a Quarto, pronti a salpare per la Sicilia al seguito di un Garibaldi soltanto evocato, che nel film appare di sfuggita in appena sei rapide inquadrature.
Nessun trionfalismo, dunque, nel film di Blasetti, che punta tutto sul ruolo attivo delle classi popolari siciliane. Al contrario di quanto accade in “Viva l’Italia” di Roberto Rossellini, che nel 1961 – complice forse la ricorrenza del centenario dell’Unità d’Italia, cui si avvicinava con animo meno cupo e rammaricato del Martone di “Noi credevamo”, realizzato cinquant’anni dopo – lavorò ad una pellicola più corale e senz’altro più celebrativa. Nello stile e nei toni, accentuati dall’uso del colore, e nella prospettiva adottata. Quella di un Garibaldi stratega, protagonista assoluto di una “guerra di liberazione” di cui sente la responabilità. Mentre i siciliani tentennano, spaesati e passivi, prima di scendere dalle montagne di Calatafimi per dare manforte a questo “eroe del popolo”, magnanimo e coraggioso.
Un punto di vista agiografico che si capovolge radicalmente in “Bronte. Cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato”, film di Florestano Vancini del 1972 che, tra le versioni cinematografiche del Risorgimento italiano, rappresenta un capitolo a parte.
Ispirato alla novella “Libertà” di Giovanni Verga, basato su documenti d’epoca relativi alla strage di Bronte del 10 agosto 1860 e scritto, tra gli altri, da Leonardo Sciascia, con lo stile asciutto della ricerca di archivio e della cronaca – come del resto anticipa il titolo – della quale il film possiede la forza e l’efficacia. Non tanto nella prima parte, che pecca forse di eccessiva semplificazione nel descrivere la ferocia contadina, quanto piuttosto nella seconda, che ha messo d’accordo, se non anche intellettuali e politici, quanto meno la critica, unanime nel considerare “Bronte” una lucida lezione di controinformazione storica, in cui il tema del “Risorgimento tradito” viene trattato con imparzialità e passione civile vibrante, restando alla larga dalle ideologie.
È proprio il tema del Risorgimento tradito, delle aspettative sociali disattese, peraltro, a creare un legame di fondo tra il film di Vancini e quello recentissimo di Martone (purtroppo più televisivo che cinematografico), passando per altre due pellicole, “Il Gattopardo” di Luchino Visconti (1963) e “I Viceré” di Roberto Faenza (2007). 
Entrambi di ispirazione letteraria. Entrambi ambientati all’indomani dell’impresa garibaldina nella Sicilia aristocratica, costretta a fare i conti con un mondo che sta cambiando.
Eppure sono due film diversi tra loro, non solo nell’estetica, sempre accurata nei dettagli, ma anche per il rapporto con i romanzi da cui sono stati tratti e per le diverse influenze sulla genesi di alcuni stereotipi legati alla “sicilianità”.
Da una parte, “Il Gattopardo” di Luchino Visconti, che dietro l’affresco splendido e sfarzoso di un grande maestro restituisce integro lo spirito amaro e scettico del romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, divulgando al grande pubblico l’immagine di una Sicilia affetta da un immobilismo storico cronico e da una vanità che è più forte della miseria.
Dall’altra, “I Viceré” di Roberto Faenza, dichiaratamente presentato come libero ed infedele adattamento del capolavoro di Federico De Roberto e meritevole di aver acceso i riflettori sulla sorprendente modernità politica di un capolavoro letterario dimenticato, oltre che di aver esteso all’Italia intera, oltre i confini dell’isola, il trasformismo opportunista delle classi dirigenti.
In un’Italia unita che, forse, aspetta ancora oggi che vengano fatti gli italiani.