Cultura
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12/07/2011 00:18

Scicli, Chiafura. Le caverne lager in attesa dei Fondi Europei

Il reportage apparso su La Sicilia a firma di Mario Barresi

di Mario Barresi

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Chiafura
Chiafura

Scicli – La miseria, a Chiafura, si misurava con la distanza dall’acqua. I più disgraziati fra i disgraziati abitavano nelle grotte degli anelli superiori, i più agiati fra i disperati dormivano a pochi passi dal torrente. Ma fra loro c’era un patto scritto col sangue: aiutarsi l’un con l’altro, in una forma di mutualità ancestrale. Era così duemila anni fa, fino al 1960. Quando un’ordinanza di sgombero del Comune “deportò” il popolo degli aggrottati di Chiafura nell’illusione neo-proletaria delle case popolari. E per loro fu un gelido tuffo nel fantasmagorico mondo della modernità. Tanto che – si narra – la reazione di un chiafuraro appena traslocato fu, tradotta dallo sciclitano, pressappoco questa: «Bella questa mangiatoia dentro casa. Ma come faccio a convincere il mulo a salire fino al secondo piano…?». E continuava a osservare perplesso la vasca da bagno.

Da quartiere-lager da nascondere a orgoglio di una civiltà che diventa museo di se stessa. «Sono più importanti dei Sassi di Matera», ebbe a dire Carlo Levi. Le grotte di Chiafura colpirono già mezzo secolo fa gli intellettuali siciliani e non solo. Tanto che nel 1959 il Pci, l’amministrazione comunale (comunista) e il vivace circolo “Vitaliano Brancati” organizzarono una spedizione alla quale presero parte gente come Pier Paolo Pasolini, Renato Guttuso e Carlo Levi, tanto per citare i più noti. Di quella visita – oltre al gustoso reportage di Pasolini su “Vie Nuove”, che pubblichiamo accanto – resta un nutrito corredo fotografico. Che rappresenta il primo nucleo del museo etno-antropologico che non c’è. Nelle grotte a due passi dalla chiesa di San Bartolomeo è stata realizzata una reception e un piccolo vano con immagini, manifesti e ritagli di giornali.

Già perché la città degli invisibili è rimasta invisibile. Oggi Chiafura non è agibile per ovvi motivi di pubblica incolumità. E il finanziamento degli anni 90 (all’epoca circa 4 miliardi di lire per il primo stralcio del recupero e della messa in sicurezza) non ha avuto ulteriori sviluppi.

All’orizzonte di chi vorrebbe recuperare questo straordinario lascito del passato – e sono tanti, dalle associazioni al Comune – c’è un muro, ben più scosceso e infingardo della montagna che avvolge il villaggio rupestre. Ovvero: la burocrazia. Con due aspetti distinti ma convergenti verso il nulla. Primo: le migliaia di eredi dei chiafurari sparsi nel mondo e potenziali destinatari di un esproprio del Comune. Secondo: la mancanza totale di fondi, sia per gli stessi espropri, sia per il recupero delle caverne-museo. E dire che per quest’ultima operazione – secondo alcuni studi di massima – non servirebbe una cifra astronomica. Due o tre milioni di euro, magari da attingere dalla “mungitoia” comunitaria spesso usata per progetti-fantasma o di dubbia utilità. E lì che aspetta, ai piedi delle grotte, c’è Ninu Manenti ‘u lantirnaru. «I turisti qui per vedere Chiafura? Per me sarebbe una manna, chissà quante lanterne gli venderei ai forestieri». Aspetta, zu’ Ninu. Aspetta. E non perdere quel fiero sorriso.

 

 

Foto Davide Anastasi