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Battiato: Caliti junku, ca passa la china, caliti junku, da sira a matina

Apriti Sesamo

 Milano - “Un antico detto, cinese o tibetano, forse arabo o siciliano, dice così:

Caliti junku, ca passa la china,

caliti junku, da sira a matina”

“Che farò senza Euridice?”

In un tempo in cui, per citare Rosa Balistreri, “anche gli uccelli sono stanchi di cantare”, Franco Battiato, alla soglia dei 68 anni, ha pubblicato stamani il suo nuovo album, “Apriti Sesamo”, annunciando: «Lascio agli eredi l'imparzialità, la volontà di crescere e capire, uno sguardo feroce e indulgente per non offendere inutilmente», e continua: «Lascio i miei esercizi sulla respirazione, Cristo nei vangeli parla di reincarnazione».

L’incedere sentenzioso del duo Battiato-Sgalambro (il sodalizio con Manlio, il filosofo da Lentini, è giunto al diciottesimo anno) è sempre stupefacente: «Do you know Tulku Urgyen?».

Chi non conosce il maestro buddista Tulku Urgyen?!

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Se siete tra quanti non lo hanno mai sentito nominare, bene, fatevene una ragione.

E rassegnatevi se non conoscete passacaglie cinquecentesche, o il meraviglioso tema dell'Orfeo ed Euridice di Christoph Willibald Gluck posto come incipit al pezzo “Caliti junku”.

Battiato ha una speranza: da qualche parte “sta nascendo l'uomo nuovo”, la metanoia greca, il cambiamento di mente, che i cristiani chiamano Risurrezione e che Gurdjieff, maestro spirituale di Franco, chiamò Centro di gravità. Permanente.

“Caliti junku, ca passa la china

Caliti junku da sira a matina”.

Perché calarsi, diventare flessuosi come un giunco di fronte a un fiume in piena? Perché rinunciare e rassegnarsi?

La risposta è ne “Il cammino interminabile”, un pezzo felice di undici anni fa:

'U tempu sta finennu na 'n ci pinzari

macari aceddi sunu stanchi di cantari.

Se il tempo della nostra vita sta per finire, meglio non affannarsene. E affidarsi a Rosa Balistreri o a Gluck: la musica è un lenitivo, un antidepressivo che nelle canzoni di Battiato è in grado di far convivere gli opposti, senza soluzione di continuità.

Un miraggio per chi non è ancora stanco di cantare. E di vivere. 

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