Cultura Scicli

Max Gazzè: vi spiego perchè sono sciclitano

Quando la musica può fare

Non torneremo, credo, polvere, ma lievito”

 

Scicli - Non deve essere stato un grande giorno per Don Memmo Gazzè, appuntato dei Carabinieri della stazione di Scicli, quello del suo trasferimento a Saluzzo, in Piemonte.

Subito le valigie, lui, la signora Giovanna Di Natale, sua moglie, e il piccolo Enzo, classe 1929, al secolo Benito: erano altri tempi.

Don Memmo avrebbe peregrinato ancora per molti anni, sin quando non si sarebbe stabilito a Roma. Enzo prometteva bene, una laurea in legge e poi la carriere ministeriale. Prima ai Lavori pubblici a Porta Pia, poi la Farnesina, gli Esteri, infine la Comunità Europea. A Bruxelles Massimiliano e Francesco avrebbero fatto gli studi liceali, “figli di loro padre”, avrebbe detto don Memmo: pittori, poeti e musicisti. E Max avrebbe costipato la mansarda di casa di circa duecentottanta dipinti: papà Enzo, un po' per esigenze logistiche, un po' per sciclitaneria, ne avrebbe venduto qualche decina a sua insaputa, e anche a buon prezzo.

A casa, quando i nonni erano ancora vivi, era una babilonia: Max e Francesco parlavano “l'italiano troppo stretto”, nonno Memmo ricordava sempre la casa di via Irminio, alla Stradanuova, quella del “ciumiddu”, e poi la festa delle feste: la processione dell'Uomo Vivo.

Era davvero commosso il pomeriggio del 3 agosto (1999 ndr) il dottor Enzo Gazzè: rivedere dopo 63 anni di assenza da Scicli, le case di via Irminio, di via Fiumillo, la statua del Cristo Risorto, immagini scontornate nella memoria, luoghi mitizzati nei racconti dei suoi genitori, è stato per lui un'emozione fortissima.

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E anche don Memmo, che di musica pop non deve essere stato certo un cultore, sarebbe stato contento di assistere, in via Mormina Penna, a pochi metri dalla sua casa del “ciumiddu”, alla consegna della cittadinanza onoraria, o di una cosa che gli somigliava, a suo nipote Max.

L'appuntamento era per le diciannove in piazza Italia. Puntuale la Megane Scenic accosta davanti al Caffè Sicilia. Il tempo di un aperitivo e subito il tour de force: Madonna delle Milizie, Presepe di San Bartolomeo. Al carmine assistiamo addirittura a un battesimo. Su per la salita di Santa Maria La Nova, il dottor Enzo vuole mostrare a Max il mitico “Gioia”. Per i quartieri di Scicli è un pullulare di bambini, per i quali andare a mare il 3 di agosto è un privilegio. I piccoli fans riconoscono subito il loro beniamino, del resto ha la faccia, inconfondibile, di uno sceso or ora dalla Stanbul, la nave dei turchi di Belcane.

Tappa obbligata al Caffè Letterario del Brancati, troviamo una litografia di Mario Schifano, “Coca-Cola” si intitola, quando si dice il caso: la moglie di Max ha lavorato come stampatrice al fianco di Schifano nella produzione di litografie.

Ceniamo. Antipasto di mare, fettuccine alla crema di gamberi. Max racconta di essersi sentito qualche giorno prima con Franco Battiato, suo predecessore in un incontro con il pubblico tenutosi a Scicli il 16 dicembre del '97. Max parla di “Atlantide”, di “Breve invito a rinviare il suicidio”, e poi della canzone più bella del '98: “Shock in my town”, con quella pausa geniale tra lo “shock” e “in”, con le sue geometrie musicali, le sue ergonomie armoniche. “Battiato, a 54 anni, incarna la contemporaneità molto più e molto meglio di me, che di anni ne ho 32”.

Parliamo della “musica irrisolta” di Max, dell'alternanza di toni alti e bassi che creano un continuum senza soluzione, come in “Cara Valentina”, “canzone gettonatissima alla radio, nonostante sia senza ritornello”.

E poi l'importanza di essere cresciuto artisticamente in gruppo: Alex Britti, Niccolò Fabi, Daniele Silvestri, a “Il Locale” di Vicolo del Fico, proprio dietro piazza Navona.

Massimiliano compone le sue canzoni cucendo brandelli di poesie di suo padre, testi di suo fratello Francesco. Prima le parole, poi la musica, perché le parole hanno già una loro musicalità che la musica deve appunto tirare fuori. E a tal proposito torniamo a parlare di “Cara Valentina”, nata come una ipotetica lettera di Max a sua moglie.

La cena viene praticamente interrotta dall'arrivo dei primi fans, tra essi un signor Gazzè ultraottantenne che ricostruisce con orgoglio tutte le ramificazioni della “gens”, andando a ripescare la parentela con Max. “Cociafave o caladritta?” è stato il tormentone di questi giorni. Max si diverte all'idea dei suoi possibili soprannomi. Saliamo sul palco insieme all'assessore Giuseppe Pitrolo, che ha organizzato la serata, facciamo una “carrambata” costringendo il dottor Enzo al suo esordio in pubblico alla bella età di 69 anni. Il sindaco Bartolomeo Falla consegna il Leone di Bronzo scolpito da Carmelo Candiano all'illustre ospite, è una cittadinanza onoraria virtuale. Max ci teneva moltissimo, non si è mai sentito romano in vita sua, parla l'inglese e il francese di madrelingua, ha imparato a “pensare in italiano” solo negli ultimi otto anni, da quando è tornato nella capitale. Esperite le formalità, facciamo una lunga intervista, interviene anche il pubblico, alla fine Massimiliano non può esimersi. Chitarra sì, chitarra no, insceniamo una manfrina prevedibilissima, insomma Max ci regala “Vento d'estate” e poi, accompagnato dal battito ritmico delle mani del pubblico, “Una musica può fare”.

Andrà via alle due di notte, dopo un'ora e un quarto di autografi (“non vado via se non firmo l'autografo a tutte le persone che me lo chiederanno”), decine di foto con le famiglie dei quindici Gazzè che stanno sull'elenco telefonico, e dopo una promessa assunta in pubblico e confermata in privato: entro il prossimo anno Max terrà un concerto a Scicli. Per la città di don Memmo Gazzè.

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