Cultura Scicli

Piero Guccione, l’insostenibile impalpabilità delle cose

Il libro di Motta

Scicli - Ogni anno vengono pubblicate decine di migliaia di libri: molti inutili, parecchi accessori, pochi necessari: “Le cose impalpabili. Conversazione con Guccione” - intervista all’artista e antologia di scritti inediti sullo stesso, a cura di Antonio Motta - è un libro necessario.

Antonio Motta è nato e vive a San Marco in Lamis, dove dirige il Centro di Documentazione “Leonardo Sciascia - Archivio del Novecento”; è uno di quegli intellettuali silenziosi e indispensabili che si pongono a servizio della cultura curando, innanzitutto, raccolte di scritti critici su un autore: come 

1)             “La verità, l’aspra verità” (Lacaita, 1985): ricca, necessaria, antologia di studi su Sciascia; (a cui Motta ha poi dedicato Il sereno pessimista: omaggio a Leonardo Sciascia, 1991; Giorni felici con Sciascia, 2004; Legature: alla ricerca dei libri di Sciascia, 2009); e come

2)             “Piero Guccione”, numero monografico (1990) della rivista “Galleria” che raccoglieva gli scritti su Guccione dal 1962 al 1990 (la rivista fu diretta per decenni da Sciascia, che è il punto di intersezione fra Motta e Guccione).

Le antologie della critica sono opere più che meritorie: necessarie. E’ problematico scrivere di un autore, di pittura, e di un pittore come Guccione: i tanti che hanno scritto di lui, in questo mezzo secolo, possono aiutarci a comprenderne le opere: si veda pure, a proposito, “Per Piero: scritti e testimonianze”, la raccolta di testi inediti curati da Tina Causarano e Giovanna Occhipinti per i 70 anni di Piero (nel 2005); si veda “Piero Guccione, 1990-2010”, la ricchissima antologia critica curata da Paolo Nifosì e Giorgio Sparacino per il “Rossitto” nel 2010.

Si possono intanto trarre delle considerazioni su queste quattro raccolte:

-       Guccione è un pittore amato dai letterati, come evidenziato dall’elenco di chi ha scritto su di lui: Buzzati, Attilio Bertolucci, Alfonso Gatto, Sciascia, Siciliano, Sanvitale, Antonio Debenedetti, Fernandez, Mario Fortunato, Dante Isella, Moravia, Davide Lajolo, Nico Orengo, Rebulla, Giorgio Soavi, Susan Sontag, Testori…;

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-       su Guccione in questi ultimi decenni si è provata una nuova generazione di scrittori: Angelo Scandurra, Corrado Sofia, Franco A. Belgiorno, Salvatore Scalia, Bufalino, Bonina, Gino Carbonaro, Stefano Malatesta, Tahar Ben Jelloun, Vincenzo Consolo, Salvatore Schembari, Elena Pontiggia, Giovanni Occhipinti,…;

-         a Guccione alcuni critici hanno dedicato “lunghe fedeltà”: Guido Giuffrè, Lorenza Trucchi, Roberto Tassi, Paolo Nifosì,…;

-         Guccione è stato interpretato anche da nuovi studiosi: Marco Goldin, Marco Vallora, Renato Barilli, Flavio Caroli, Maurizio Calvesi, Carmelo Arezzo, Lucia Nifosì, Sgarbi, Andrea Guastella, Elisa Mandarà, Antonio Paolucci, Carol Wojtila,…  

Le centinaia di scritti ci danno una visione complessiva del Maestro, ci fanno intravvedere – nella pluralità dei punti di vista - linee di tendenza, all’interno delle parole dello stesso Guccione, ma anche fra quelle di un critico nel corso degli anni, e fra i testi di un critico e quelli di un altro. Ci fanno capire il metodo di lavoro di Guccione, che torna incessantemente su certi temi, ricercando la profondità.

Ne “Le cose impalpabili. Conversazione con Piero Guccione” abbiamo altri testi inediti, recenti, di critici, scrittori, amici, musicisti (Luisa Adorno, Franco Battiato, Ginevra Bompiani, Piero Citati, Aldo Gerbino, Stefano Malatesta, Antonio Motta, Paolo Nifosì, Gaetano Savatteri, Angelo Scandurra, Ferdinando Scianna, Manlio Sgalambro, Vittorio Sgarbi, Marco Vallora, Stefano Vilardo. Completano il volume fotografie di Giuseppe Leone e Guy Bassac).

Il titolo è un ossimoro: le “cose” dovrebbero essere tangibili, e non “impalpabili”, ma è lo stesso Motta a farcene capire il senso: “si direbbe che la ‘cosa vista’ non esista che nella sua immaginazione, in-visibile, im-palpabile come nebbia lontana che involge le cose” [come non pensare agli amatissimi Friedrich e Turner?]; “Dipingendo le cose impalpabili (il mare, il cielo, il vento) non ti capita di sentirti fuori del tempo?”; e ci aiuta pure Malatesta: “le sue tele, materiche o impalpabili, trasparenti o opache, realistiche o iperrealistiche”.

Nella varietà dei quindici scritti ritornano delle costanti, che come echi si richiamano reciprocamente:

-       il mare (“l’azzurro”), ovviamente; il paesaggio; il rapporto col territorio, con ciò che circonda Guccione e che Guccione vede, e che ci ha insegnato a vedere;

-       la Sicilia, l’estrema meridionalità della provincia di Ragusa e di Scicli; ma una Sicilia non tracotante sfacciata ed eccessiva, bensì smorzata, attenuata

-       l’uomo Guccione, “monaco” contro la nostra epoca assordata ed assordante (Battiato, Malatesta, Scianna); o “guardiano del faro, che presidia la civiltà, osservando l’ultimo orizzonte, misurando il suo e il nostro destino con l’infinità del mare” (Sgarbi); in un’epoca di presenzialismo Guccione ama stare in disparte e parlare poco, ma con profondità e chiarezza;

-       i silenzi di Guccione, sia del suo dipingere in estrema concentrazione che dei suoi quadri, privi di rumore (vedi invece Delacroix, Renoir, i Futuristi,…);

-       la guccioniana ricerca dell’essenzialità, parola che deriva da “essenziale”, che discende da “essenza”: ovvero bisogna sfrondare il superfluo, perché “less is more” (Mier van de Rohe);  Guccione parlando delle spedizioni con Fabrizio Mori nel deserto afferma: “La visione del deserto [e del mare, aggiungiamo noi], nella sua essenzialità, è più vicina alla vita di quanto non si creda”;

-       la dialettica fra l’impulso, l’emozione, e la chiarificazione, la razionalità, per produrre lo stupore: Guccione appare come un pittore razionale, “ordinatore del caos” (Trucchi per Matisse), certo, ma in cui si insinua il tema surrealistico dell’inconscio;

-       la difficoltà a scrivere della (impalpabile…) pittura di Guccione, per cui si ricorre alla poesia, si rimanda a Lucrezio, Mallarmé, Valéry, Leopardi (cui Guccione si avvicina per la soggettività, per il partire dai dati sensibili per andare oltre, verso “l’impalpabile”);

-       la difesa della Pittura, “malgrado tutto”, in Guccione; la sua ammirazione e nostalgia per il linguaggio della grande pittura; i d’aprés, per ricordare e innovare;  la resistenza della pittura, che è resistenza all’insignificanza del mondo odierno

-       la pazienza, competenza e cura artigianale di Guccione, per il quale “la scelta del colore non è solo un fatto di ispirazione, ma anche di cultura e di esperienza” e il dipingere è “un lento processo di avvicinamento alla realtà” (lo “slow painting”). Il ritornare e il variare su certi temi (il mare, le città, le automobili, gli aeroporti, la campagna iblea, i carrubi, i fiori, gli ibischi,…) come un musicista, per approfondire, per estrarre tutte le potenzialità di un soggetto, di un’emozione (si pensi solo alle “Variazioni Goldberg” o al “Clavicembalo ben temperato” di Bach).

 Italo Calvino (1923-85) così scriveva su Mann: “C’è Thomas Mann, si obietta: e sì, lui capì tutto o quasi del nostro mondo, ma sporgendosi da un’estrema ringhiera dell’Ottocento. Noi guardiamo il mondo precipitando nella tromba delle scale”.

Anche Guccione, come Calvino, è un intellettuale del secondo Novecento, dell’“età liquida” (Bauman), caratterizzata dalla mancanza di punti di riferimento, dalla volatilità e mutevolezza dei costumi. Come “fare arte” in un’epoca sdrucciolevole, in cui niente sembra durare?

            E’ questo il problema che hanno dovuto affrontare gli ultimi umanisti, sia pure “umanisti del bradisismo”: dare forma all’informe, strutturare l’indefinito: possiamo pensare a Borges, Bacon, Fellini, Calvino, Lucien Freud, Kubrick, Garcia Marquez, Kundera, Part.

            Anche Piero Guccione dagli anni Cinquanta ha dato voce all’abisso, tramutando “il rumore del mondo” in melodia, partendo dalla pittura, dalla figurazione, dal paesaggio, ma anche dalle opere dei maestri precedenti.

            Ha camminato sublimando la forza nella delicatezza, il contingente nell’assoluto. Ha viaggiato verso la “straziata bellezza” (Goldin) e la liquida armonia del reale.

Guccione ci ha fatto confrontare con la forza e la delicatezza, l’intensità e l’ineffabilità, il quotidiano ed il tempo, l’esserci e l’Essere, il reale e l’armonia.

            Ci ha avvicinato alla grande arte.

Che è concreta e impalpabile… 

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