Lettere in redazione Scicli

L'ex Convento del Carmine sia motore di cultura

Riceviamo e pubblichiamo

Scicli - Scrivo di getto, anzi di rigetto, sulla questione Museo - Ex Convento: Immagino esista un buco nero prodotto da tutta la sterminata quantità di richieste, progetti, piani di lavoro, proponimenti, idee e propositi, che giungono con cadenza pressoché quotidiana agli uffici protocollo dei comuni italiani.

Un buco nero archivia questa pletora di questue, cosicché in un mondo parallelo, in cui si riuscisse a fare quello che bisognerebbe fare, sarebbe anche divertente censire tutti i progetti irrealizzati e irrealizzabili tra le richieste possibili e impossibili.

Ma come recita uno dei commenti più prosaici e veristi mai letti, e firmato “PRIMA SCICLI”: bisogna “Penzare ai bidoni della spazatura, che al convento ci penza la chiesa” .

Ed eccoci qui: siamo a Scicli, ed è qui che due anni fa, esattamente nel gennaio del 2017, presentai un “progetto”. Mi trovavo in quel momento divisa, per ragioni personali, fra la città in cui vivo oggi, e il paese in cui nascevo ieri.

Colta da un tanto genuino quanto ingenuo desiderio di sottoporre, a un’amministrazione appena insediatasi, lo scheletro di un progetto che risultava ambizioso e arduo, intraprendo questa discesa poco divina ma tanto commedia negli inferi molto poco infuocati delle amministrazioni locali.

Il progetto guardava al potenziale anche turistico di una cittadina, che ha avuto un buon favore e una buona fortuna rientrando, con merito, fra gli itinerari turistici più battuti e gettonati della Sicilia. Notavo, quindi, come un modo per contribuire all’offerta culturale, ergo turistica, di un luogo, potesse essere rappresentato anche dall’istituzione di una realtà museale.

Ora, sapevo ovviamente che il confine tra la realtà e l’irrealtà museale può essere vago e indefinito; tuttavia, il mio progetto nasceva dall’aver osservato, ad esempio, che cittadine, come Rovereto o Bolzano, Bergamo o Lissone, persino Gallarate e Prato, avevano, anche in virtù di storie legate alla sensibilità culturale e alle amministrazioni illuminate prima, ed efficienti dopo, dato luogo ad alcune delle realtà museali tra le più interessanti del nostro Paese.

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Sono cittadine, fatta eccezione per Prato, del Nord Italia; è sottinteso che siano sorte in contesti industriali floridi e ridenti rispetto al nostro profondo (conto) rosso .

Allora allunghiamo la lista con il Man di Nuoro e il MACA di Cosenza, così da dribblare subito le obiezioni che pretendono sempre di rifarsi a debolezze strutturali e alla povertà di risorse.

Ci vogliamo veramente rovinare e aggiungiamo alla lista la sorprendente realtà di Castelbuono (PA) con la sua Galleria Civica.

A questo si aggiunge la sterminata pluralità di gallerie civiche che in moltissime città d’Italia e anche in piccoli centri riescono, attraverso un buon management e buone programmazioni, a ospitare mostre e percorsi espositivi che fungono da richiamo per torme di visitatori.

La galleria civica potrebbe apparire, come sempre, un’impresa non d’ immediata e facile recezione.

Già quando si presentava il progetto, confrontandomi anche con i più CIOvani, capivo che non veniva avvertita da molti come un effettivo beneficio per la città.
Le alternative ci sono sempre e sono sempre tante: “centri per gli anziani”, “associazioni rosa”, “quote fucsia”, “circoli di burraco”, “Comitati cittadini per la Città più bella del Mondo”, etc etc.

Ma questo genere di realtà, in fondo ma anche in superficie, è molto importante, non solo perché si possano ospitare tele bianche (nella migliore delle ipotesi con tagli centrali) da ricondividere sui social con hashtag #lopotevofareanchio #sequestoèunartista.

Se si guarda alle attività del museo, ci si può rendere immediatamente conto della sua potenziale polifunzionalità: cinema, proiezioni, convegni, incontri, workshop, seminari, concerti, contest, e ovviamente mostre e percorsi espositivi che possono e devono fornire una buona offerta culturale oltre che poter affiancare l’offerta formativa scolastica e universitaria.

Avevo individuato come con alcuni dei centri che ho sopracitato, il Mart di Rovereto, il Man o anche il Il MAGA di Gallarate, esistessero delle analogie per quel che concerne la genesi e dunque l’esigenza di istituire una galleria civica. Tutte avevano avuto una tradizione, una scuola di artisti, che aveva operato nella cittadina e per tale ragione la città si era sentita di onorare tale contributo destinandogli uno spazio.

Insomma, mi era sembrato possibile non solo sognare che questo potesse accadere anche a Scicli ma addirittura credere davvero di poterlo realizzare.

Consultandomi con diversi “abbietti ai lavori” tra gli amici insiders delle istituzioni sopracitate, ne parlai con l’assessore alla cultura di Scicli.

L’interlocuzione mi è subito apparsa una delle più auspicabili, pensavo, cioè, di trovare una discreta sensibilità e l’ entusiasmo giusto per poter accogliere questo genere di progetto.
Così, infatti, è stato.

In questo primo colloquio presentai l’idea, ipotizzando anche un contenitore ideale e indicando proprio l’ex Convento del Carmine, di freschissima restaurazione.

L’assessore apprese il progetto, che nella sua forma embrionale avrebbe certamente previsto anche una sezione permanente dedicata alla Scuola di Scicli. Si parlò, infatti, in quell’occasione, di una Fondazione Guccione che a quel punto poteva finalmente avere una destinazione adeguata e poteva rappresentare il nucleo attorno a cui sviluppare una galleria civica per come l’avevo pensata.

In quell’occasione, peraltro, l’assessore mi fece presente che una richiesta di ricollocazione che guardava all’ex Convento, era stata avanzata da un‘importante realtà museale del paese, rappresentata dal Museo del Costume.
Avevo già sentito parlare molto bene dell’ottimo lavoro di archivio e catalogazione portato avanti con zelo e impegno dai curatori del Museo del Costume.
Ne avevo sentito parlare a Catania, dove la Fondazione La Verde La Malfa si rifaceva agli archivi del museo del Costume di Scicli per alcune esposizioni. Un fatto che mi inorgoglii e che mi fece pensare quanto poco lustro gli venisse fornito proprio dalle amministrazioni locali.

Un mese dopo vengo invitata dall’assessore a un incontro durante il quale si sarebbe proprio discusso delle potenziali destinazioni d’uso dell’ex Convento. Non mi venne suggerito di intervenire. Pensai che sarebbero stati proprio gli amministratori a parlare dei vari progetti presi in considerazione.

Tuttavia, assistetti a una successione di interventi che mi fecero presto sentire in una situazione surreale e deformata.

Intervento n.1: si espone una stranissima teoria sulla futilità dei musei, contenitori sterili e inanimati, in cui in sostanza i ragazzini svengono dalla noia, trascinati, come sono, a calci in *ulo dai loro professori. Certo, non è un’immagine totalmente priva di fondamento, soprattutto se i musei in questione sono musei di reliquie sacre di santi, di poeti e di navigatori. Vabbé.

Interventi n. 2, n.3, etc.: in un crescendo rossiniano, si avvicendano considerazioni più o meno condivisibili.

Infine, vi fu l’inattesa (da parte mia) presentazione, maldestra e goffa, di un progetto incredibilmente somigliante al mio. Anzi, se fosse stato letto per bene ed enunciato meglio, non vi sarebbero stati dubbi: era proprio il mio! La presentazione in questione, però, veniva attribuita e dunque portata avanti da un esponente della lista civica rappresentata dalla giunta.

In tutto ciò della mia proposta: nulla… silenzio e lattine che rotolano per strada. Vabbè vol.2.

Supero l’accavallamento di voci e chiedo la parola al sindaco che evidentemente mi ignora.
Dopo una roba simile, avrei gettato lì la spugna.

Ma fortunatamente avevo parlato di questo progetto ad altri ragazzi che, in quell’occasione, mi furono di reale supporto. Quindi, a fine convegno, ancora basita per una tanto disinvolta scorrettezza, raggiungo il sindaco e chiedo come mai non fosse stata fatta menzione del mio progetto.

In quest’occasione, tuttavia, scopro un clima molto solidale con la mia proposta fra i CIOvani e meno giovani, che nutrono l’entusiasmo di portare avanti questo progetto. Alcune fra queste persone mi suggeriscono di muovermi anche parallelamente e presentare il progetto all’allora senatrice del PD, dott.ssa Venerina Padua, che avrebbe potuto coglierne la portata positiva e sostenere in Senato la richiesta di supporto al Mibac.
E così, citando Goethe: “Nel momento in cui uno si compromette definitivamente… anche la provvidenza si muove.”

Per me, totalmente digiuna di dinamiche di questo genere, fu sorprendente constatare come alcuni incontri con la senatrice fecero sì che le cose si muovessero come in un’onda verde.

L’unico episodio in cui l’amministrazione si è premurata di far riferimento a me fu proprio il giorno prima che il signor Sindaco dovesse recarsi a Roma per presentare il progetto al ministro Franceschini. Incontro ottenuto a seguito dei ripetuti colloqui avuti da me con la senatrice Padua. A quel punto sì, mi viene chiesto di inviare il mio progetto.

Dopo questo episodio, per un anno ho continuato a chiedere incontri, e richiesto aggiornamenti che sono arrivati sempre blandi e sfiatati.

Quello che mi spiace è la grande opportunità che la città possa perdere non portando avanti correttamente e con determinazione questo progetto, potenzialmente fecondo per Scicli, per chi ci vive, e per chi la visita. 

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