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I Florio

L'epopea di una famiglia siciliana

Nel romanzo di Stefania Auci, "I leoni di Sicilia. La saga dei Florio" (Editrice Nord), l'autrice narra l'ascesa di una delle più ricche e potenti famiglie della Sicilia postunitaria, concentrandosi sulle prime due generazioni dei Florio, nel periodo tra 1799 e il 1868. Ci ricorda la storia dei fratelli Paolo e Ignazio, originari di Bagna Calabra, che emigrarono dalla loro terra povera e scossa da terremoti per aprire a Palermo un negozio di aromateria (spezie, droghe e merci coloniali), che con il tempo divenne uno dei più rinomati. Merito della quantità e qualità delle spezie trattate, e in particolare del cortice, un farmaco derivato dalla corteccia dell'albero di china: potente contro le endemiche febbri della malaria.

Il vero fondatore della dinastia fu però il figlio di Paolo, Vincenzo. Questi si ritrovò da solo alla guida dell'attività a 29 anni, ma subito diversificò gli articoli trattati e si lanciò nella valorizzazione di prodotti tipici della Sicilia con una nuova sensibilità, attenta ai bisogni dell'incipiente rivoluzione industriale. Ecco allora lo sfruttamento delle solfatare, per ricavare uno zolfo divenuto materia prima di strategica importanza per le industrie chimiche (come acido solforico o base per la produzione dei fiammiferi). Ecco anche l'impegno nelle tradizionali tonnare, a Formica e Favignana, adottando il nuovissimo metodo inventato da Nicolas Appert: la conservazione dei cibi in contenitori sterilizzati di vetro o metallo. Il tonno sotto sale lasciò quindi spazio al tonno bollito e messo sott'olio, che si conservava più a lungo e aveva un gusto migliore. Né poteva mancare il vino, anzi il Marsala, un vino fortificato, profumato e poco costoso, che il commerciante John Woodhouse aveva introdotto con fortuna in Gran Bretagna già a fine Settecento.

Vincenzo Florio sfidò il monopolio inglese di Woodhouse e dell'amico Benjamin Ingham per produrre con successo un vino di qualità superiore. Le possibilità non mancavano per imprenditori dotati dei giusti mezzi e di un forte dinamismo in quel momento di grande espansione.
Oltre a puntare nei settori tessile, bancario e assicurativo, Vincenzo Florio si lanciò anche nella navigazione. Aveva iniziato a comprare piccoli velieri per il trasporto delle sue spezie in giro per il mondo, quando capì che si era sull'orlo di un'importante svolta nella marineria, e cioè il passaggio dalle navi a vela a quelle a vapore. La flotta commerciale italiana nella seconda metà dell'Ottocento era lontana da quelle delle grandi potenze, con dimensioni simili a quella francese, solo un terzo rispetto alla Germania (all'epoca vera potenza navale) e lontanissima dai potenti britannici. C'erano molti spazi di crescita per il trasporto merci e passeggeri, come pure per efficienti servizi postali marittimi — che Florio riuscì prontamente ad aggiudicarsi. Inoltre egli acquisì una fonderia, la Oretea, per rifornire di pezzi i suoi navigli a vapore, creando così una perfetta sinergia.
In parallelo, Vincenzo Florio fu attivo nella vita politica e amministrativa, ricoprendo vari incarichi in Sicilia, come governatore del Banco di corte e presidente della Camera di commercio di Palermo. La sua carriera politica culminò nei 1864, quando fu nominato senatore del Regno d'Italia, quattro anni prima della sua morte.
Il romanzo intreccia queste vicende storiche con la vita privata dei Florio, trasportando il lettore in un mondo affascinante di forti personalità, che agirono in una fase storica piena di enormi ostacoli, ma anche di grandi aspettative per il futuro.