Cultura Scicli

Scicli, una città in posa

Sciascia a proposito di Leone citava il libro fotografico “Images à la sauvette”, letteralmente “Immagini di sfuggita”

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“Figurati in questa città che è la più bella del mondo la bella gente che vi deve abitare. I bei padri che qui devono avere tutti i figli. I bei nonni con la barba bianca che devono avere. E le belle mamme che devono avere. Le sorelle. Le zie. Le cugine. Le mamme…”,

Elio Vittorini

“Poi spuntava dalla campagna di carrubi Baghdad-Scicli, bianca, abbagliante sotto il sole del tramonto. Stradine piene di ombre, vicoli con chiaroscuri goyani, ragazzi dai capelli crespi e neri”,

Franco A. Belgiorno

“Capii che Scicli aveva qualcosa nella sua accoglienza, nella sua dolcezza, nella sua placidità, un che di femminile, quasi di materno…”, ci confida Luca Zingaretti: chi ha iniziato a conoscere la Via Mormina Penna, Scicli, Modica, Ragusa etc… guardando “Il commissario Montalbano” ha scoperto delle città dall’atmosfera sospesa, atemporale; città deserte, silenziose, metafisiche. Ma irreali, se non inesistenti: perché le città del Val di Noto sono vitali e dinamiche, vanno conosciute e vissute nell’animazione della quotidianità, e soprattutto nei giorni di festa. Come fa Giuseppe Leone, che da più di mezzo secolo fotografa, indaga, sviscera, e (ci) fa conoscere Scicli, la nostra provincia e la Sicilia intera.
Antropologo coinvolto e attento (partecipe del barthesiano “punctum”, l’applicazione, il gusto per qualcuno o qualcosa), Leone ha continuato il lavoro di Serafino Amabile Guastella e di Antonino Uccello, facendo in tempo a fermare e rendere perenni sui suoi negativi paesaggi, luoghi, pietre, monumenti, feste, tradizioni, mestieri, volti, mimiche, gesti che altrimenti – in tempi di omologazione e dimenticanze – correvano (e correrebbero) il rischio di scomparire.
Le feste fotografate da Leone si svolgono proprio dentro un contesto urbano specifico: quello delle cittadine siciliane, in cui architetture e processioni, modanature e festeggiamenti, mascheroni e visi fanno parte organicamente della stessa cultura. E’ difficile, ad esempio, immaginare la sorprendente e “meravigliosa” Madonna delle Milizie fuori dal contesto barocco, magari nel romanico padano; e come potremmo figurarci l’esplosiva, mediterranea, primaverile vitalità del Cristo Risorto (“u’ Ggioia!”) fra le nebbie del Piemonte?
Leone è instancabile etnografo e fotografo, è “geografo incomparabile” (così Jean Clair su Cartier-Bresson) di donne e uomini dentro campagne e città: nei suoi scatti immortala le feste sicule facendoci ammirare contemporaneamente i sagrati, le facciate, le chiese, le statue, i capitelli, le sovrapporte, le cantorie, gli stucchi, le cupole, i palazzi, i balconi, i portali, i vestiboli, gli scaloni, i cortili di Ragusa, Noto, Catania, Comiso, Sortino, Ferla, Palazzolo, Scicli e della Sicilia tutta.
Bufalino parlava di “luce e lutto” per definire la Sicilia: ma la Sicilia occidentale e quella orientale hanno modi diversi di “lutteggiare” e festeggiare, con la prevalenza nella Sicilia ionica della luce sul lutto: affinché l’isola non sia solo sepolcro, ma grembo. “Luce SUL lutto”, perché il nostro “lutto” è pieno di “luce”, mediterraneo, greco. Roberto Vecchioni - grecista e cantautore - nella poesia dedicata a Scicli parla di "luminosa penombra/ nel senso dell'antico che non muore”.
Leone ha trovato dei soggetti particolarmente congeniali nelle tre Feste di Primavera sciclitane: la dionisiaca Cavalcata di San Giuseppe, l’esuberante Gioia, la spiazzante Madonna a cavallo. Feste appunto luminose, mediterranee, eccessive, esplosive. Barocche. Leone – come l’Henri Cartier Bresson de “Les Européens” - ha fotografato per decenni gli sciclitani e le feste di Scicli, realizzando con gli occhi e col cuore il censimento fotografico della Scicli che scompariva e la biografia collettiva degli sciclitani: se analizziamo queste foto possiamo constatare i mutamenti della città e degli sciclitani. Come in una delle scene finali di “Nuovo cinema Paradiso” ritroviamo bambini diventati ragazzi, uomini divenuti anziani, ragazze ormai donne (per non dire dei mutamenti dei vestiti e delle acconciature).
Riconosciamo le trasformazioni degli sciclitani.
Ritroviamo la vita che corre.
Sciascia a proposito di Leone citava il libro fotografico “Images à la sauvette”, letteralmente “Immagini di sfuggita” (nell’edizione inglese “The decisive moment”) di Henri Cartier-Bresson: Leone si è formato alla scuola di HCB, Brassai, Capa, Seymour, Doisneau (“Osservare. Osservare. Osservare”), Eugene Smith, Erwitt, Roiter, Enzo Sellerio, quei maestri della fotografia per i quali ogni scatto deve essere realistico e allo stesso emblematico, concreto e simbolico. I fotografi lavorano per sineddoche, delimitano una porzione circoscritta di tempo e di spazio che però deve andare oltre, raccontare, significare (“Le fotografie possono raggiungere l'eternità attraverso il momento”, HCB): “di fatto ogni fotografia è un mezzo per verificare, confermare e costruire una visione totale della realtà”, ci insegna John Berger; e Susan Sontag precisa: “il pittore costruisce, il fotografo rivela”.
Ecco, Leone ha costruito la visione totale di Scicli, rivelandoci Scicli e noi stessi.
Ma come sono gli sciclitani (e la Scicli) di Peppino Leone? quali sono le loro peculiarità? Ne “estraiamo” solo alcune, lasciando al fruitore delle foto il piacere di farsi antropologo, sociologo e semiologo dell’homo sciclisiensis (o sciclitanus): l’essere collocati fuori mano, “all’agnone”, in un’isola dentro l’isola; il conseguente forte senso delle radici e dell’identità cittadina; la consequenziale iniziale cautela, se non diffidenza, per l’estraneo, il “frustieri” (gli sciclitani condividono quell’antico proverbio inglese, riportato da Chatwin, che recita: “il forestiero, se non è un mercante, è un nemico”); e tuttavia anche l’innato rispetto, la tolleranza, l’apertura, la schiettezza, la dialogicità, la cultura dell’accoglienza; la capacità d’ingegnarsi, di avventurarsi, di cercare nuove vie, di uscire, perché “cu nescia arrinescia”; l’originalità, la passione, l’esuberanza.
La Scicli di Leone è un mondo chiuso e autentico, una Macondo iblea in cui tutti si conoscono e che fornisce ai cittadini delle precise, immutabili, naturali, rassicuranti norme di comportamento: “jusu”, cioè la piazza, è, pirandellianamente, scuola, teatro, “Gran Tribunale”.
Questo “piccolo mondo amato” è recuperato e salvato dall’oblio tramite il prodigioso archivio fotografico di Leone, di cui “Sicilia, un paese in posa” ci regala un significativo estratto (prefazione di Silvano Nigro, postfazione di Getano Celestre, Plumelia Edizioni). Leone si fa memoria, archivista e cantore della nostra città (“l’essenza della fotografia non è il rappresentare, ma il rimemorare”, Barthes), presentandoci, da attivo narratore oculare, sculture e palazzi, certo, ma sopratutto festeggiamenti, consuetudini, lavori, facce, gestualità, atteggiamenti; riportando in vita una Scicli arcaica e “paleo-antropologica” ormai in gran parte scomparsa.
Ma che grazie a Leone continua a vivere.


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