Cultura Modica

Francesco Merlo: i siciliani, popolo afflitto da eccesso di identità

Il mistero della parola "Mafia" attribuita da Manzoni a Cervantes

Modica - Eccesso di identità.
I siciliani ne soffrono. Almeno secondo Francesco Merlo, che però ammonisce: "Vale la pena vivere, fin quando ci sarà qualcuno che pensa di poter dare una speranza e denunciare i soprusi con la propria scrittura".
Ospite del Comune di Modica per presentare, insieme ad Antonio Gnoli, il libro "Grand Hotel Scalfari", su vita e opere del fondatore di Repubblica, Merlo riflette sul concetto di Sicilitudine, e lo fa a 30 anni dalla morte di Sciascia.
"Leonardo usava questa idea come aggancio per riportare la Sicilia in Europa, per tenerla nel mondo. Ma l'identità siciliana non può diventare una prigione pittoresca. E' impensabile che una donna vestita di nero a Parigi sia sexy, e a Modica sia in lutto. C'è una retorica che ha creato una identità sulla Sicilia che ci strozza, fatta di luoghi comuni. Gli stessi che Sciascia ha combattuto".
Sicilia e scrittura. Sicilitudine e sciascismo.
Leonardo Sciascia riteneva che la penna, come una spada, è in grado di cancellare il sopruso. Così, la letteratura è l'atto mancato della democrazia. In un paese in cui nessun mistero di Stato è definitivamente risolto, solo il Commissario Montalbano trova i colpevoli.
Ma c'è un problema che riguarda la nostra identità e l'approccio a Sciascia. La Sicilitudine non può essere paradigma, identità definitiva, modello culturale conclusivo di una esperienza culturale e di vita. La dimensione siciliana è il punto di partenza di una identità che va superata, confrontata, evoluta nel tempo.
Così Sciascia.
Non può essere usato per difendere Dell'Utri, per rafforzare il garantismo della Destra Berlusconiana o per discutere oggi del Pool Antimafia di Palermo.
Sciascia è letteratura, e come tale va letto. Fuori dalla contingenza del dibattito politico contemporaneo, fuori dalla strumentalizzazione. Sciascia va conosciuto, studiato, superato.
Trenta anni fa Sciascia moriva. E gli anniversari sono delle iatture, che, come il Natale, in quanto rito, desantificano la festa. Superare Sciascia vuol dire restituirlo alla grande letteratura, ben capendo che Leonardo è stato l'inventore del giallo italiano, e il primo scrittore a occuparsi dopo la Resistenza, di Mafia.
E a questo proposito Francesco Merlo riflette sulla tecnica indiziaria usata da Sciascia anche nella rilettura dei suoi riferimenti letterari, fra questi Cervantes e Manzoni.

In occasione del maxi processo di Palermo del 1986, Sciascia scrisse un articolo sull'Espresso citando Alessandro Manzoni, il quale lesse in spagnolo il Don Chisciotte. Manzoni, quando si imbatteva in espressioni ancora vive nel dialetto milanese, le annotava. Ebbene, annotò, fra le espressioni in spagnolo usate da Cervantes, la parola "Mafia", scrivendo a margine: astuzia, malizia.
Eppure, mai, in alcuna circostanza, Cervantes scrive "Mafia" nei suoi testi. Come è possibile che Manzoni abbia annotato la parola "Mafia" come termine usato da Cervantes, se mai, nei testi di Cervantes, ci si imbatte in questo lemma?
Sciascia di questo tema era letteralmente ossessionato, per sua stessa ammissione.
La soluzione, se si applica la tecnica indiziaria dei romanzi di Sciascia al caso, è la seguente: Manzoni trovò la cosa, non la parola.
Cosa sono i bravi, se non i picciotti? Manzoni, come Cervantes, parla di mafia nei Promessi Sposi, quando la delinquenza va al potere, quando l'abuso diventa regola. Non ha bisogno, esattamente come non ne ebbe bisogno Cervantes, di scrivere il termine Mafia. La descrisse, partendo dal significato di astuzia, malizia.
Cosa è cambiato nell'Italia di oggi rispetto a quella di allora? Che l'amministrazione austriaca ha lasciato al Nord del nostro Paese un senso dello Stato diverso da quello che il Sud ha ricevuto dai Borbone.
Ma questa è un'altra storia.