Cultura
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19/03/2011 00:14

Perchè noi siciliani dovremmo celebrare l’unità d’Italia?

Viva l'Italia, viva Garibaldi

di Un Uomo Libero

I Mille e Garibaldi, Guttuso
I Mille e Garibaldi, Guttuso

Madrid – Dal lontano 1860 sono trascorsi cento cinquant’anni e oggi come ieri l’unità d’Italia è fonte di divisione e di polemiche.

Polemiche innescate già nel giorno stesso del fatidico “sbarco dei Mille” a Marsala.

Polemiche innescate oggi da un atteggiamento della Lega definito dai più antistorico, antirepubblicano, anticonformista.

Ma perché noi siciliani dovremmo celebrare l’unità d’Italia? 

Anch’io mi sono posto questa domanda e non ho trovato risposte valide se non le solite banalità scritte sull’onda di un affettato sentimento da una stampa tuttora poco obiettiva e indipendente.

Tutta la letteratura pre e post-unitaria e parecchi storici hanno poi taroccato il concetto di “Patria” fino a snaturarlo nel senso più autentico del termine.

Molto contribuirono la letteratura e la musica.

Ippolito Nievo e Giuseppe Cesare Abba. De Amicis e D’Annunzio, Ugo Foscolo e i grandi poeti romantici, Carducci, Verdi. I martiri del Quarantotto guardavano al Foscolo come allo stereotipo dell’eroe. Subivano il fascino della sua lirica e delle sue parole. Vagheggiavano d’imitare il sacrificio del suo Jacopo Ortis, esempio perfetto di patriota. Più tardi D’Annunzio avrebbe dato voce e sostanza al patriottismo italico prima della malinconica strumentalizzazione operata da Mussolini e dal fascismo.

Il Risorgimento ci consegna un Vittorio Emanuele rozzo e impacciato, preoccupato solo di spostare un po’ più in là i confini del suo piccolo regno.

Ci descrive un Mazzini, idealista convinto, incarnazione di un “cinismo messianico”, come felicemente lo definisce in una sua “Storia d’Italia” Sergio Romano. Uomo che non disdegnerà “l’assassinio politico, l’atto terroristico, il sacrificio di un complotto mal congegnato” teorizzati come “tappe obbligate di un percorso che la meta avrebbe riscattato e purificato”. (1)

Il Risorgimento contrappone un Cattaneo federalista e confuso a un Cavour dallo sguardo politico miope che mai immaginò un’Italia unita dalle Alpi a Capo Passero. Quest’ultimo era stato una volta sola a Roma e si vantava di non conoscere quasi niente del resto della penisola.

Rilancia, invece, la figura di un Garibaldi assolto dallo storico Denis Mack Smith, presentato come “personaggio grandioso”, “personalità a tutto tondo, pittoresca e degna d’ammirazione” anche se poi lo storico inglese aggiunge che “agiva per istinto e intuizione”, che non ci furono “discepoli intimi ad annotare ogni sua mossa e pensiero, e le sue stesse lettere sono quelle di un estroverso che parla ostinatamente di tutto meno che di se stesso”.

Londra e la società vittoriana erano impazzite per lui. Denis Mack Smith, in effetti, ha una percezione dell'”eroe dei due mondi” tipicamente inglese. E come non potrebbe essere diversamente? Non così Sergio Romano. “A causa di Garibaldi, -scrive con più acutezza politica e senso della storia il diplomatico – l’Italia ha alle sue origini non un progetto, ma un atto, non un’idea, ma un’intuizione. Marcata da questo certificato di battesimo essa soggiace naturalmente nei suoi momenti più difficili al fascino di un gesto risolutivo e di un avvenimento liberatorio, alla convinzione che la storia, la sua storia almeno, possa mutare corso per l’improvvisa apparizione di un fatto nuovo.”(2)

Due studiosi a confronto, dunque. Due culture diverse. Due modi differenti di leggere la storia muovendo da due diversi punti di osservazione.

Nel lontano 1970, ricordo, il chiarissimo e amatissimo prof. Salvatore Fiorino, docente di lingua e letteratura inglese al Magistero di Catania, m’invitò a leggere un interessante opuscolo, frutto di una sua personale ricerca avente per oggetto la corrispondenza epistolare intercorsa tra il vice console britannico a Marsala S.E. R.D. Collins e S.E. John Goodwin, console inglese a Palermo.

Dalle lettere autografe appaiono subito chiari l’interesse del diplomatico inglese per l’impresa garibaldina e la sua preoccupazione per gli interessi della comunità inglese di Marsala.

Il vice console non avrebbe avuto motivo di mentire al suo superiore, eppure falsifica per certi versi la storia dando un’interpretazione tutta “british” dei fatti e degli uomini. Nella lettera del 14 maggio del 1860 ingigantisce, per esempio, il numero dei garibaldini e lo porta da mille a millecinquecento. Riferisce anche che gli uomini del “generale” Garibaldi sono ben armati e dispongono di molte munizioni, di fucili e di quattro cannoni. Sottolinea che sono principalmente italiani. In essa descrive uno sbarco pacifico nel quale “the emigrants” (gli emigranti, sic!) prendono possesso della città (di Marsala ndr) senza nessuna opposizione.(3)

In un’altra lettera dell’1 giugno, il vice console dà notizia ancora al suo superiore di un successivo sbarco di un centinaio di uomini. Erano, in effetti, dei rinforzi. In quest’altro dispaccio specifica che il contingente è composto principalmente da siciliani, provenienti da Genova, guidati da Enrico Fardella e diretti alla volta di Trapani. Il diplomatico, a questo punto, si spinge fino a insinuare, fingendo un timore poco credibile, che le truppe borboniche, ancora di stanza in quella città, si sarebbero potute abbandonare a saccheggi e rappresaglie prima di lasciarla ai nuovi conquistatori.(3)

A stento in un altro documento il diplomatico lascia trapelare il clima d’incertezza politica e di grande confusione ideologica che inevitabilmente seguì la conquista garibaldina. Le istituzioni borboniche nell’isola erano state liquidate in tutta fretta dall’acclamato dittatore dando vita a un vuoto di potere pericoloso che seminava malcontento e sospetto nel popolo. A referendum per l’annessione della Sicilia concluso, svoltosi il 22 ottobre quasi sotto la minaccia delle armi, molti si chiedevano dove fossero andati a finire i loro “no”, visto che i risultati erano sempre e quasi in ogni comune all’unanimità “unitari”.

A Modica, il 7 agosto del 1860, il Governatore Filippo de Leva scriveva al Signor Segretario di Stato in Palermo che, con riferimento a una supplica dei nativi del comune di Spaccaforno, di Santa Croce, di Scicli, si onorava “sommettere come ciascuno mal capendo la gloriosa nostra rivoluzione, e la libertà guadagnata a costo del sangue, si è fatto ardito pretendere delle cariche dileggiando coloro che vi sedessero, e l’Autorità che glieli ha conferiti; e ciò con la iattanza dei propri meriti, privilegi e preferenze.”

Nella stessa lettera il de Leva denunciava le calunnie dell’ex Sottintendente don Francesco Murè, accusandolo di frequentare il salotto della baronessa Rosso, nota filoborbonica e reazionaria. (4)

Più che l’aristocrazia locale la piccola borghesia, trasformista e spregiudicata, era assillata di fatto dal bisogno di riciclarsi o dal disperato tentativo di cogliere al volo un’occasione unica per accaparrarsi un potere dal quale in precedenza era stata esclusa.

Garibaldi, non appena conquistata Palermo, aveva liquidato i gesuiti e il Banco dei Domini al di là del faro. Potere clericale e potere finanziario erano stati spazzati nel giro di qualche settimana.

Nei primi di giugno, nel baglio Woodhouse di Marsala, fu dato un grande ballo al quale partecipò tutta l’élite della città e un ospite d’eccezione, il console piemontese Sebastiano Lipari, noto commerciante di vini. Tra musiche, gelati tricolori e brindisi la comunità inglese e la migliore imprenditoria piemontese festeggiavano il trionfo della loro politica siciliana al grido di “Viva la regina Vittoria”. (5)

Più tardi, il 2 agosto, Bixio, su mandato di Garibaldi, avrebbe trucidato a Bronte inermi contadini colpevoli solo di aver invocato un’utopica e socialista distribuzione delle terre della ducea. Le loro case furono bruciate dagli uomini di Bixio al grido di “Viva l’Italia, viva Garibaldi.”

L’unica preoccupazione dell’ambasciatore inglese Goodwin, in quell’occasione, era stata quella di pretendere che il governo rivoluzionario ricercasse e punisse l’autore dell’omicidio dell’amministratore di lady Bridport. Goodwin scriverà ancora a lord John Russell, segretario agli Esteri britannico, per rassicurarlo del fatto che, in quei disordini, “le proprietà di lady Bridport (la signora proprietaria delle terre della ducea di Nelson ndr), per fortuna non erano state toccate” (5)

Un anno dopo lo sbarco dei Mille a Marsala, il 15 ottobre del 1861, il vice console inglese scriveva un’ennesima lettera al suo governo. Lo informava che l’agricoltura nell’isola era ritornata a essere prosperosa e ricca, le tonnare non erano redditizie solo per la scarsezza del pesce pescato e che il sale prodotto nelle saline aveva un basso prezzo a causa di una scarsa domanda di mercato. La rivoluzione comunque non aveva prodotto nessuna influenza su tutto questo, precisava. Lo stato sociale era ben organizzato e la sicurezza delle persone e dei beni era garantita. Buon governo, dunque; migliore del precedente. I Carabinieri controllavano molto bene la piazza, anche se i processi non sempre finivano con una condanna. Le leggi civili e penali erano ottimamente amministrate, anche se una certa confusione nella Guardia Nazionale di Marsala, in effetti, si era avvertita…(3)

Insomma tutto era ritornato perfetto e tranquillo per l’altezzosa e partigiana comunità inglese. L’obiettivo era stato centrato. Il Dittatore si era abbondantemente sdebitato. Il regno delle due Sicilie, dall’economia florida e solida, era stato smantellato a dovere per guadagnare ai commerci inglesi i mercati mediterranei che mai sarebbero stati conquistati sotto il pungolo della rivoluzione industriale. L’Inghilterra era riuscita nel suo capolavoro politico-diplomatico, dunque, a riscrivere gli equilibri di un’Europa fragile e pasticciona. Ma presto si sarebbe dovuta ricredere.

La politica interna del nuovo stato non fu migliore della politica estera. Custoza e Mentana scrissero purtroppo tristemente la parola “fine” sull’epopea garibaldina. Il Dittatore stesso sarà ignorato, tradito e umiliato.

Nel 1866, a Palermo, la rivolta del Sette e mezzo sarà soffocata nel sangue nel nome di Vittorio Emanuele. Troppo tardi l’aristocrazia siciliana aveva capito di avere dato gratis i gioielli di famiglia a un’accozzaglia di furbi e di ladri. Il Sud fu impoverito da ingrati balzelli, stremato dalla leva obbligatoria, condannato a una diaspora inesorabile e lenta verso i paesi del Nord Africa prima e poi verso le misteriose e lontane terre americane.

La facile profezia del Metternich trovava, ahimè, la sua più sciagurata verifica.

E’, allora, il caso di dire oggi che l’unità d’Italia si realizzò sotto una cattiva stella e portò male a chi quell’unità la volle o contribuì a realizzarla? Forse sì. Anche se riconosco che la mia potrà essere una provocazione pessimistica e amara, in effetti, è ciò che balza con prepotenza agli occhi disincantati di un Sud attonito e lontano, perso fra le sabbie e le afe di un deserto africano molto più vicino e meno arido degli inaccessibili centri decisionali e di potere. E lo sbarco dei Mille? Non fu altro, anch’esso, che un’imperdonabile guasconata, un avvenimento infausto foriero per noi meridionali solo di miseria, morte e lacrime.

 

 

 

(1) Storia d’Italia, Sergio Romano, Il Giornale, biblioteca storica, Longanesi & C., Milano, 1998

(2) Garibaldi, Denis Mack Smith, Il Giornale, biblioteca storica, Mondadori editore spa, Milano, 1993

(3) Five dispatches of a british consul on Garibaldi, S. Fiorino, La stampa, Catania, 1970

(4) Doc. n.21 annesso a “Caratteri ed aspetti del 1860 nella provincia di Noto, Corrado Gallo, La Sicilia e l’unità d’Italia, Atti del Congresso Internazionale di Studi Storici sul Risorgimento Italiano, Palermo 15-20 aprile 1961, Comunicazioni a cura di Salvatore Massimo Ganci e Rosa Guccione Scaglione, Feltrinelli editore, Milano, luglio 1962

(5) Raleigh Trevelyan, Principi sotto il vulcano, Rizzoli editore, Milano 1977

 

 

 

 

Nella foto, La battaglia di Ponte dell’Ammiraglio, Renato Guttuso