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23/03/2011 09:49

Il ballottaggio. Raffaele Lombardo, Doge di Sicilia

Gli incarichi agli uomini dell'Mpa, regola ferrea del Serenissimo Raffaele

di Giuseppe Savà

Il Doge del Tintoretto
Il Doge del Tintoretto

Il ballottaggio?

Cose da veneziani, troppo sofisticate per noi siculi.

E così il Parlamento Regionale Siciliano, noto anche come Ars, che non ha niente a che fare col latino “Ars gratia Artis”, quello che leggiamo nei Lunedìfilm di Rai Uno -con la colonna sonora degli Stadio e Lucio Dalla-, ma che vuol dire Assemblea Regionale Siciliana, ha eliminato il ballottaggio, almeno nei comuni tra 10 e 15 mila abitanti.

Il sindaco si elegge col proporzionale, “a morte subitanea”, come si dice da queste parti.

Avremmo un suggerimento, a questo punto, da fare al Governatore Raffaele Lombardo.

Poiché il suo Dogato resti imperituro nella memoria dell’Isola, introduca una nuova legge del ballottaggio per scegliere i manager della sanità, gli uomini del sottogoverno negli enti inutili ma di spesa, gli avvocati, gli ingegneri e i lacchè destinati a far parte della sua faraonica e serenissima corte.

 

Ma non alla maniera moderna. Ma a quella degli antichi veneziani.

 

A inventare il ballottaggio furono gli elettori del Doge, in Laguna.

La ballotta era una piccola palla sputata fuori dall’urna che decretava l’elezione del “Dose”, un Capo dello Stato ante litteram, più di un Premier, quasi un Re.

Ma un Re Repubblicano.

Il Doge infatti non trasmetteva lo scettro regale al figlio, ma alla sua morte ne veniva eletto uno nuovo.

Volete sapere che si faceva con le ballotte?

Si ballottava!

Ovvero si votava.

E come?

In maniera allucinante.

 

Alla morte del doge si riuniva il Maggior Consiglio.

Il consigliere più giovane usciva fuori dal palazzo, acchiappava per i capelli il primo ragazzino di età fra gli 8 e i 10 anni e lo portava a fare una specie di pesca di beneficenza.

Il ragazzino doveva estrarre da un’urna i nomi di 30 consiglieri, col limite che non appartenessero alla stessa famiglia e non avessero alcun legame di sangue, dai quali si sarebbero tratti a sorte 9, col compito di nominare 40, ridotti a 12 per ballottaggio.

 

Come si ballottava?

Per evitare brogli, nepotismi, intrallazzi, si estraevano le palline (ballotte o balote) da un’urna.

Le palline erano di metallo e venivano estratte con delle manine di legno, delle pinze, e contenevano il nome del votato.

 

 

I 12 ballottati dovevano eleggere 25 membri, da cui estrarre 9 che eleggessero 45 consiglieri, da cui estrarne 11 che nominassero infine i 41 cui sarebbe spettata l’elezione del nuovo Doge.

 

L’elezione del doge era poi ratificata dal Maggior Consiglio e il nuovo principe veniva presentato al popolo con la forma “Questi xe monsignor el Doxe, se ve piaxe” (“Costui è il nostro signore, il Doge, se vi piace”).

 

Raffaele Lombardo potrebbe fare così.

Al fine di evitare che qualcuno possa dir che solo gli uomini targati Mpa prendono finanziamenti, incarichi, provvigioni in Sicilia, potrebbe introdurre la legge per l’elezione del Doge per gli incarichi pubblici siciliani.

Farraginosa quanto mai, ma in grado di assicurare che nessuno sia in grado di prevedere con largo anticipo il nominato.

Capacità profetica che i siciliani abbiamo imparato a esercitare con grande precisione da quando è in campo questo governo regionale, dalle maggioranze cangianti, ma dagli incarichi esclusivamente targati Mpa.