Lettere in redazione
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29/07/2025 20:48

Il disastro ambientale dell’Irminio: Quando l’agricoltura intensiva cancella la storia e svaluta le nostre case

Riceviamo e pubblichiamo

di Lettera firmata

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Scicli – La valle dell’Irminio: un ecosistema millenario sotto assedio.

Lungo le sponde del fiume Irminio, nella provincia di Ragusa, si sta consumando un dramma ambientale che rappresenta l’emblema di una trasformazione del territorio siciliano tanto rapida quanto devastante. Le antiche distese di ulivi secolari, custodi silenziosi di una tradizione agricola millenaria, stanno cedendo il passo a una modernizzazione che non conosce limiti né rispetto per il patrimonio naturale e culturale dell’isola.

La valle dell’Irminio, che si snoda tra i comuni di Ragusa, Modica e Scicli, ha sempre rappresentato uno degli ecosistemi più ricchi e diversificati della Sicilia sud-orientale.

L’avanzata inarrestabile delle serre.

Negli ultimi decenni, tuttavia, questo equilibrio millenario è stato spezzato dall’arrivo dell’agricoltura intensiva in serra, che ha sradicato i nostri bei paesaggi antichi, senza nessun piano regolatore. Il risultato sono chilometri quadrati di territorio ricoperti da tunnel di plastica che respingono i turisti e abbassano il valore immobiliare della nostra bellissima zona.
Il fenomeno ha raggiunto proporzioni industriali: si stima che nella provincia di Ragusa esistano oltre 20.000 ettari di serre, sparse in tutto il territorio, e non concentrate in determinati posti per poter sviluppare il settore turistico che prende gia’ molto piu’ piede nella nostra regione.

Oggi, il turismo rappresenta il 10% del nostro GDP, e l’agricoltura l’11%.
Con poche avvertenze regolatorie, isolando questi settori in territori limitrofi ma separati, potremmo arricchirci, offrendo un’ infrastruttura turistica di alto livello intorno alle nostre spiaggie, borghi di pescatori ancora quasi intatti e campagne. Il calcolo è semplice : Un rudere in campagna tra Donnalucata e Scicli con una vista sul verde e/o sul mare si vende a 1.000 euro al metro quadrato. Lo stesso rudere con vista sulle serre, a 3/4 volte meno.

Un sistema di controlli inefficaci e complicità istituzionali.

La devastazione ambientale dell’Irminio non sarebbe stata possibile senza un sistema di controlli che ha mostrato preoccupanti lacune e, in alcuni casi, vere e proprie complicità.
La rete di relazioni che lega grandi imprenditori agricoli, rappresentanti politici locali, funzionari della Soprintendenza e del Corpo Forestale ha creato un meccanismo perverso in cui gli interessi economici privati hanno prevalso sulla tutela del patrimonio pubblico.
Le forze dell’ordine, pur essendo a conoscenza delle irregolarità urbanistiche e ambientali, hanno spesso adottato un approccio di sostanziale inerzia, limitandosi a interventi tardivi e inefficaci che non hanno mai realmente fermato il fenomeno. I sequestri, quando ci sono stati, sono arrivati a trasformazione già avvenuta, rendendo di fatto impossibile il ripristino dello stato originario dei luoghi.

La Soprintendenza ai Beni Culturali e Ambientali, che dovrebbe essere il baluardo della tutela paesaggistica, ha dimostrato una capacità di intervento limitata, spesso paralizzata da procedure burocratiche complesse e da un organico insufficiente. Non mancano i sospetti su possibili conflitti di interesse che potrebbero aver condizionato alcune decisioni cruciali per la salvaguardia del territorio.

Il Corpo Forestale, tradizionalmente custode degli equilibri ambientali, ha visto ridimensionato il proprio ruolo e la propria autorità, trovandosi spesso in difficoltà nell’opporsi a interessi economici potenti e ben collegati politicamente. Le inchieste giornalistiche degli ultimi anni hanno evidenziato come alcuni funzionari abbiano mantenuto rapporti troppo confidenziali con gli stessi soggetti che avrebbero dovuto controllare.

Un ecosistema perduto per sempre.

La sradicazione degli ulivi lungo l’Irminio non rappresenta solo una perdita economica o paesaggistica, ma un vero e proprio disastro ecologico dalle conseguenze irreversibili. Questi alberi, alcuni dei quali centenari, svolgevano funzioni ecosistemiche fondamentali: le loro radici profonde contrastavano l’erosione del suolo, le chiome offrivano rifugio a numerose specie di uccelli e piccoli mammiferi, e il loro sistema radicale contribuiva alla ricarica delle falde acquifere.

Con la loro eliminazione, si è assistito a un impoverimento drammatico della biodiversità locale. Molte specie di insetti impollinatori, fondamentali per l’equilibrio dell’ecosistema, hanno visto ridursi drasticamente i loro habitat.

Il microclima della valle è cambiato: le serre, con le loro coperture plastiche, creano un effetto serra localizzato che altera le temperature e l’umidità dell’aria. L’assenza degli alberi ha eliminato l’effetto di mitigazione termica che questi fornivano naturalmente, contribuendo all’aumento delle temperature locali e alla riduzione della piovosità.

L’impatto idrogeologico: quando la terra non trattiene più l’acqua.

Uno degli aspetti più preoccupanti di questa trasformazione riguarda l’impatto idrogeologico.

Gli ulivi, con il loro apparato radicale esteso e profondo, svolgevano un ruolo cruciale nella stabilizzazione del terreno e nella regolazione del deflusso delle acque piovane. La loro rimozione ha esposto il suolo all’erosione, fenomeno già drammaticamente evidente durante le precipitazioni intense che caratterizzano sempre più frequentemente il clima siciliano.

Il fiume Irminio stesso sta pagando le conseguenze di questa trasformazione. Le sue acque, un tempo cristalline, sono oggi spesso torbide a causa del dilavamento dei terreni spogli. L’inquinamento da fertilizzanti e pesticidi utilizzati nelle serre ha alterato la qualità delle acque, con gravi ripercussioni sulla fauna ittica e sugli ecosistemi acquatici.
Le falde acquifere, già sotto pressione a causa dei cambiamenti climatici, subiscono un ulteriore stress per l’intensivo prelievo idrico necessario alle coltivazioni in serra, mentre la ridotta capacità di infiltrazione dei suoli impermeabilizzati compromette la ricarica naturale degli acquiferi.

Il costo sociale e culturale e enorme, la sradicazione degli ulivi dell’Irminio rappresenta la cancellazione di un patrimonio culturale inestimabile: generazioni di contadini siciliani, custodi di saperi antichi legati alla coltivazione tradizionale e alla produzione di un olio d’oliva di qualità eccellente.

La perdita di questo patrimonio ha significato anche la scomparsa di un modello agricolo sostenibile che aveva dimostrato per secoli la sua efficacia. L’olivicoltura tradizionale, pur garantendo rese minori rispetto all’agricoltura intensiva, assicurava un reddito stabile ai piccoli proprietari terrieri e manteneva vivo il tessuto sociale delle comunità rurali.

Oggi, al contrario, l’agricoltura in serra richiede investimenti ingenti e tecnologie avanzate, escludendo di fatto i piccoli agricoltori e concentrando la proprietà terriera nelle mani di pochi operatori specializzati. Il risultato è uno spopolamento delle campagne, un influx di lavoro illegale e una perdita di identità culturale che impoverisce l’intero territorio.

È necessario immaginare un’agricoltura che sappia coniugare innovazione tecnologica e rispetto per l’ambiente, produttività economica e conservazione del paesaggio. Questo significa investire in ricerca per sviluppare tecniche di coltivazione sostenibili, valorizzare le produzioni di qualità legate al territorio, supportare economicamente la transizione verso pratiche agricole più rispettose dell’ecosistema; ma anche usare altri settori economici come il turismo per nutrire queste scelte.
Usciamo dal tunnel dei contributi che falsificano un’economia in perdita, e proteggiamo il nostro patrimonio verde con un turismo di qualita’, che ci permette di monetizzare la bellezza del nostro territori e investire nel suo futuro.

Il caso dell’Irminio non è purtroppo isolato, ma rappresenta un fenomeno che sta interessando ampie aree del Mezzogiorno. Solo una presa di coscienza collettiva del valore del proprio patrimonio può fermare questa deriva e orientare insieme lo sviluppo agricolo e turistico verso modelli di duraturo profitto.