Cultura Modica

Modica, la patria ingrata

Enzo Ruta sarà ricordato in qualche modo o a lui toccherà la stessa sorte che è toccata ad altri?

Modica, la patria ingrata

Modcia - La morte di Enzo Ruta a Modica mi ha suggerito alcune riflessioni.
Enzo Ruta è appartenuto alla schiera dei modicani intelligenti che hanno molto sofferto per la loro terra, che l’hanno amata fino allo spasimo, che l’hanno onorata con la loro arte.
Come spesso è accaduto, nella migliore delle ipotesi si è trattato di amore non corrisposto, nella peggiore di un amore tradito per bassi interessucci di bottega.
Eppure non tutti i Modicani -quelli con la “M” maiuscola che io rispetto e amo, per esempio - hanno avuto sulla coscienza questo peccato. A molti di loro sarebbe piaciuto gestire in un modo diverso la memoria, celebrarla come giustizia comanda, perpetuarla come esempio e sprone per le giovani generazioni.
Domanda: Enzo Ruta sarà ricordato in qualche modo o a lui toccherà la stessa sorte che è toccata ad altri?
La città di Modica ha un vizio antico, soffre di severe amnesie spesso causate da giochini di palazzo più che da speculative crisi di trascendenza.
Il teatro dell’opera, vero status symbol di un’élite piccolo borghese, nato nella prima metà dell’Ottocento, subito dopo l‘Unità d’Italia fu intitolato da alcuni buontemponi dell’epoca, per puro servilismo, a Garibaldi.
Garibaldi? E che c’entrava l‘avventuriero dei due mondi, predone del Meridione d’Italia, col teatro dell’opera?
Fu una delle prime ingenue domande che mi feci quando, ragazzo, cominciai a frequentare le “superiori” a Modica, facendo il pendolare da Scicli.
Invecchiando e appassionandomi alla lirica e alla musica classica in genere scoprii che proprio Modica aveva dato i natali a un celebre musicista, Pietro Floridia.
Un uomo sfortunato, Floridia, che qualcuno ad arte denigrò. Sicuramente non conosciuto e apprezzato come Puccini, nonostante suo contemporaneo e artista quanto lui. La sua opera fu svalutata e colpita da un’inspiegabile damnatio memoriae.
Che sfortuna nascere a Modica, pensai! In atri posti avrebbero dedicato a Floridia per lo meno il teatro dell’opera, non come poi avvenne un auditorium musicale per acquietare un tardivo (molto tardivo) rimorso di coscienza. In altri posti avrebbero costruito eventi musicali intorno alla sua figura (vedi Pesaro con Rossini, Catania con Bellini), gli avrebbero predisposto un omaggio obbligato a ogni apertura della stagione concertistica. Avrebbero insomma fatto un onesto business (il termine inglese in città oggi è particolarmente di moda).
E invece no. A Modica l’unico business permesso è quello della cioccolata che di Modica non ha neppure l’involucro col quale si commercializza!
Ultimamente ho tirato fuori tutta la storia di Agostino Caser, alias Grimaldi dalle casse polverose dell’Archivio Storico Nazionale di Madrid, il patriarca della famiglia Grimaldi di Modica, benefattrice della città, per intenderci. Mi sarei aspettato fanfare per aver trovato il suo titolo di baccelliere, prestigiosissimo e raro, conseguito in giurisprudenza nel lontano 1538 presso l’Università di Salamanca. Quanto meno un meritato grazie dal Presidente e dai componenti della Fondazione Grimaldi, dal sindaco di Modica. E invece? Silenzio. O, meglio, difficoltà, diffidenze sollevate in merito al mio puntuale lavoro di ricerca, dubbi sull’autenticità delle fonti regolarmente citate e alcune fotografate pure nelle mie pubblicazioni. Come se i documenti, nonostante la loro provenienza indiscutibile, dovessero per forza mentire, giusto per non turbare una verità costruita a tavolino da qualcuno. Una storia da raccontare ai posteri e al turista dal sapore pirandelliano, che non esiste ma che deve esistere per forza e, anche se inventata, deve essere data e creduta per vera.
Che sfortuna amare Modica, pensai!
E quel povero Salvatore Quasimodo, premio Nobel per la poesia, nato per caso a Modica, costretto suo malgrado a essere memoria della città, anche quando di essa aveva mantenuto appena un ricordo, forse nel racconto della madre?
Che sfortuna essere nato a Modica!
La mia antologia di quinta superiore lo dava nato a Siracusa, ma non solo la mia antologia… qualcuno, poco informato, gliel’avrà suggerita agli autori di queste opere quella nascita improvvida e il mio valente professore di lettere, ricordo, con rabbia era lì a correggere i testi!
E ci può stare allora una biblioteca cittadina a lui intitolata. Anche una casa natale trasformata in museo, sebbene qualche dubbio che il poeta abbia emesso là il suo primo vagito a me è venuto.
Voglio sperare che quest’altra casa museo non segua le sorti dell’altra, quella di Pietro Floridia.
A proposito di museo… Ora la chiacchiera cittadina si è molto scaldata sul museo etnografico.
Incarico vitalizio sì, incarico vitalizio no.
Guelfi contro ghibellini.
Il povero Franco Ruta, erede dell’illustre famiglia Bonaiuto che, davvero, ha fatto la storia moderna di Modica e ha contribuito non poco alla nascita del Museo etnografico cittadino, si rivolterà nella tomba.
Conoscevo il carissimo Franco e sono sicuro che avrebbe rifatto tutto come prima, se fosse ritornato in vita.
Ma lui era un modicano speciale, un visionario innamorato delle pietre che custodivano la storia, era anche un uomo generoso e leale.
Forse addirittura a sue spese avrebbe comprato anche la palma del “quadrato”, attaccata dal punteruolo rosso come tante altre della città. Per non far morire un pezzo di storia, un pezzo di memoria.
Una palma più giovane è ritornata al suo posto, grazie solo a una colletta fatta tra amici. Vivaddio!
Che sfortuna però nascere o morire a Modica.
Non un vicolo che ricordi Franco, non una targa! Vittima anche lui della stessa “damnatio memoriae” che colpì il povero Floridia.
E poi Raffaele Poidomani, elegante scrittore di una Modica che l‘ha quasi dimenticato ma che rivive ancora per fortuna, struggente e vera, grazie alla magia della sua penna e all’incanto dei suoi ricordi.
E poi ancora, “Ciccio” Belgiorno, caro e indimenticabile, mito autentico della mia prima giovinezza, in attesa anche lui di un riconoscimento ufficiale postumo.
La città, ostaggio di una politica piatta e smemorata, insegue leggende metropolitane che non possono appartenerle, dimenticando invece i figli che l’hanno resa grande agli occhi del mondo.
Domani, il giudizio dei giovani che erediteranno la terra e la storia sarà terribile e severo.
Mentre oggi in continuazione mi chiedo col Profeta: “Sentinella, quanto manca all’alba?”

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