Esteri Il commento

L’Epifania di Trump

Cambia il corso della politica americana in una giornata che passerà alla storia

L’Epifania di Trump

 «Una data che resterà segnata dall’infamia». Riecheggiano in queste ore le parole pronunciate da Franklin Roosevelt di fronte al Congresso degli Stati Uniti all’indomani dell’attacco giapponese su Pearl Harbor, il 7 dicembre 1941. Lo stesso si dirà del 6 gennaio di ottant’anni dopo, giorno in cui proprio il Campidoglio di Washington è stato bivacco di orde scatenate da un altro presidente, Donald Trump. Questa volta però il paese non si trova in guerra contro una potenza straniera, bensì con se stesso. È chiaro che siamo a una svolta, talmente chiaro da indurci ad affermare che quella appena consumatasi equivale, anche a prescindere dal calendario, a una vera e propria “epifania”.
Finora la sede del Congresso aveva subito un’unica incursione, oltre due secoli fa, per la precisione nel 1814, durante un’altra guerra, l’ultima combattuta tra il Regno Unito e gli allora neonati Stati Uniti. Gli fu dato fuoco dalle truppe britanniche. Questa volta non si è arrivati a tanto e di giubbe rosse non se ne sono viste. Piuttosto si è trattato di una farsa in perfetto stile trumpiano, a metà tra terrorismo domestico e reality show, che però è sfociata in tragedia, una ferita profonda e per giunta autoinferta. La minaccia interna alle istituzioni democratiche, rappresentata da Trump e i suoi seguaci, risulta quindi più che mai evidente, pure ai molti che hanno ignorato imperterriti le palesi pulsioni autoritarie di un presidente buono a nulla e capace di tutto, finanche di vellicare gli istinti delle milizie di estrema destra armate fino ai denti e intrise di ideologia suprematista.

Lampante – manco a dirlo – è la colorazione razziale degli eventi. Non solo per le sventolio di bandiere della Confederazione sudista, quella che a metà Ottocento difese la schiavitù e perse la guerra civile, o perché ad assaltare il Campidoglio sono stati – va da sé – dei bianchi, ma anche in virtù di un atteggiamento fin troppo compiacente da parte delle forze dell’ordine. Ovviamente la cosa è poi scappata di mano, donde lo spargimento di sangue: un esito prevedibile e che però non è stato adeguatamente anticipato e contrastato. Senz’altro le cose sarebbero andate diversamente, e di gran lunga, se il colore della pelle di chi ha sferrato l’attacco fosse stato un altro. È un sintomo inequivocabile di quel razzismo istituzionale profondamente radicato e fermamente denunciato dal movimento Black Lives Matter, che pure ha avuto strascichi violenti ma nel nome di una giusta causa ed esprimendo una partecipazione popolare di ben altre proporzioni, dal volto multirazziale e in grandissima parte di natura pacifica.
Guai comunque a concentrare l’attenzione unicamente su Trump o sul branco di scalmanati che ha fatto irruzione nelle aule del Congresso, le stesse in cui il Partito repubblicano in questi anni ha sostenuto indefesso il suo massimo esponente al vertice delle istituzioni. Una fetta consistente dei repubblicani ne ha persino avallato – fino all’ultimo e cioè anche alla ripresa dei lavori parlamentari avvenuta dopo l’assalto – le pretestuose contestazioni al responso delle urne. Un gesto simbolico, perché la ratifica dell’elezione presidenziale da parte della Camera dei Rappresentanti e del Senato era scontata – di norma, del resto, si tratta di un atto puramente formale. C’è un preciso calcolo politico dietro a tutto ciò, talmente cinico, tuttavia, da rivelarsi autolesionistico. Giocare col fuoco della violenza politica pur di mantenere una qualche presa sulla base del partito, a lungo saldamente nelle mani di Trump, spacca i repubblicani, molti dei quali temono invece un danno irreparabile alla propria credibilità. Il presidente uscente e definitivamente uscito di senno, nonostante tutto, gode ancora di un certo seguito, ma per la maggioranza degli elettori e per i potentati economici che gonfiano le casse del partito, la misura è colma.

Prova ne sia la sconfitta sofferta nel ballottaggio per i due seggi della Georgia al Senato, un risultato che consegna al Partito democratico il controllo di entrambe le camere del Congresso oltre alla presidenza. La notizia, confermata poco prima della gazzarra in Campidoglio, è fatalmente passata in secondo piano nella concitazione delle ultime ore, ma anche in questo caso si tratta di un passaggio a suo modo storico. Già Biden è stato il primo candidato democratico alla presidenza a vincere in Georgia dal 1992. In uno stato del profondo sud tradizionalmente di marca repubblicana, era inoltre dal 1996 che i democratici non vincevano un seggio senatoriale e l’ultima volta che li ebbero entrambi a disposizione fu nel 1980. E non è tutto: gli eletti sono un nero e un ebreo. Non era mai successo e non è poco, se si considera la miscela indigesta di obliqui ma inconfondibili pregiudizi ento-razziali, compresi i manifesti rigurgiti suprematisti e un antisemitismo strisciante, di cui si alimentano molti, troppi seguaci di Trump.

Insomma, i repubblicani, almeno quelli che conservano un briciolo di buonsenso e acume politico, hanno capito che con The Donald ormai perdono su tutta la linea. Lo ha capito soprattuto Mitch McConnell, per anni influentissimo leader di un Senato a maggioranza repubblicana, che ha adesso vede sgretolarsi un bel pezzo del proprio potere. Non a caso, la moglie di McConnell, titolare dei trasporti nell’amministrazione Trump, è stata la prima a dimettersi da ministro dopo i fatti del 6 gennaio. Altri fedelissimi stanno seguendo il suo esempio, dopo aver fiancheggiato il “puzzone” biondo in ogni sua impresa, traendone per la verità non pochi benefici. I repubblicani hanno incassato l’ennesimo taglio alle tasse, unico atto legislativo di rilievo degli ultimi quattro anni, in perfetta continuità con quella che da tempo immemore è la linea del partito in economia. Sono riusciti a forzare norme consolidate pur di installare una maggioranza conservatrice alla Corte Suprema, realizzando così un disegno da decenni portato avanti con meticolosa pazienza, e lo hanno fatto anche grazie al loro ormai non più tanto amato presidente. Infatti non gli serve più e quindi lo scaricano.
Come i Re Magi hanno visto la luce, ma dopo aver fatto indigestione di dolciumi, destinati questa volta agli avversari, nella calza per loro c’è il carbone. L’Epifania tutte le feste si porta via, recita il detto, e per i repubblicani la festa è davvero finita. Smontano il presepe, ripongono il bambinello biondo e paffuto che con blasfema devozione hanno adorato e che forse, follemente, sogna di volare via su una scopa…


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