Attualità Canale di sangue

Quei corpi esanimi gettati in mare dai superstiti. Fava: «Tutti a Pozzallo»

C'è un'altra neonata morta di sete nel Mediterraneo, il sindaco Ammatuna: "Scene da lager nazisti"

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 Pozzallo - Le 6 vittime dell'ultimo terribile naufragio terminato al molo di Pozzallo sono state gettate in mare dai 26 compagni superstiti, in un viaggio interminabile durato più di 10 giorni durante il quale - per evitare i miasmi dei cadaveri in putrefazione e alleggerire il peso del barchino, tanto piccolo da non fornire alcun riparo - se ne sono dovuti sbarazzare: tre donne, due bambini di 1 e 2 anni e un ragazzino di 12 anni morti di fame, di sete e di disperazione nel XXI secolo, nella traversata della speranza attraverso il Canale di Sicilia. Erano in 32 quando il 30 agosto scorso sono salpati dalle spiagge della costa turca, afghani e siriani: sono rimasti senza carburante e per giorni sono andati alla deriva, trascinati verso la Libia orientale. «Era da anni che non li vedevamo arrivare in questo stato - racconta il sindaco di Pozzallo, Roberto Ammatuna, che ha assistito all'arrivo in porto dei naufraghi, visibilmente denutriti e con segni di desquamazione sulla pelle -. L'immagine terribile era paragonabile a quella dei sopravvissuti nei campi di concentramento nazisti».

«Impressionante lo stato di disidratazione e debolezza di tutti, faticavano a mantenere la posizione eretta. Oltre al grave stato di disidratazione - ha detto -, si evidenziava anche un'eccessiva desquamazione cutanea da prolungata esposizione al vento, al sole e al mare». L'allucinante condizione in cui versavano i profughi era nota da giorni e nessuno, soprattutto le istituzioni, se n'è curato. Giorni in cui sono passati inosservati, come fantasmi, condannati a morte tra i flutti. Il dramma dell'indifferenza e dell'assuefazione al dolore, che si aggiunge a quello dell'immigrazione. Tragedia su tragedia, come quella della piccola Loujin, la bimba siriana di 4 anni morta di stenti su un'altra barca. Neanche il tempo di rifiatare e c'è allerta per un'ennesima carretta con 250 immigrati, partita dal Libano una settimana fa e alla deriva in zona Sar maltese, su cui sarebbe morta una neonata di appena 3 mesi. Ne dà notizia Alarm Phone, in contatto col padre della piccola.

La vicenda s’innesta nella campagna elettorale in corso, anche a livello nazionale: “Caterina Chinnici, Letta, Fratoianni, ma anche Bonino e Conte vengano con me a Pozzallo, frontiera insanguinata della Sicilia e dell’Europa - esorta Claudio Fava, candidato alle regionali del movimento Cento Passi -. Sei morti, donne e bambini, a cui dobbiamo almeno un tardivo gesto di accoglienza e di amore. La linea di demarcazione resta sempre la stessa, a prescindere da campagne elettorali e schieramenti: umanità contro barbarie”. “Questa inaccettabile perdita di vite umane dimostra ancora una volta l’urgente necessità di ripristinare un meccanismo di ricerca e soccorso tempestivo ed efficiente, guidato dagli stati nel Mediterraneo - ha dichiarato Chiara Cardoletti, rappresentante dell’Unhcr in Italia, Santa Sede e San Marino -. Il soccorso in mare è un imperativo umanitario, radicato nel diritto internazionale. Allo stesso tempo, è necessario fare di più per ampliare i canali sicuri e regolari e crearne di nuovi per fare in modo che le persone in fuga da guerre e persecuzioni possano trovare sicurezza senza mettere ulteriormente a rischio le loro vite”.

Cordoglio è stato espresso anche dal Centro Astalli, il servizio dei Gesuiti per i rifugiati: “Siamo sgomenti e addolorati per questa tragica notizia - ha affermato il presidente, Padre Camillo Ripamonti -. Inaccettabile e profondamente sbagliato che l’Europa si ostini a lasciar morire nell’indifferenza sempre più colpevole degli innocenti. Si tratta di disperati in fuga da guerre e miseria che cercano salvezza affidandosi ai trafficanti, in mancanza di alternative legali. Continuare a restare fermi in posizioni di chiusura, voler bloccare gli arrivi è irrealistico - conclude il gesuita -. Governare le migrazioni per trasformarle in una risorsa per le nostre società è un banco di prova in cui si misurano capacità di costruire il bene comune e visione del futuro”. "Il migrante va accolto, accompagnato, sostenuto e integrato - ha ricordato il Papa ieri, all'udienza generale con i rappresentanti di Confindustria -. E un modo di integrarlo è il lavoro. Ma se il migrante è respinto o semplicemente usato come un bracciante senza diritti questa è un'ingiustizia grande, fa anche male al proprio Paese".


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