Attualità Tv

La mossa del cavallo, il Far West siciliano di Camilleri

Ester Pantano, una Claudia Cardinale camilleriana

Iniziamo dalle note dolenti. Aver forzato Michele Riondino a fare il ligure non è stata una buona idea. L'attore pugliese, già noto al grande pubblico per aver indossato i panni del Giovane Montalbano, soffre maledettamente nel recitare in questo terribile falsetto cui lo ha costretto il regista de "La mossa del cavallo", in onda stasera su Rai Uno, prima trasposizione filmica di un romanzo storico di Andrea Camilleri. E dire che la prova di Gianluca Maria Tavarelli alla regia non è male, ma il protagonista del film per la Tv prodotto da Palomar, Riondino appunto, è stato violentato. La sua dizione è inascoltabile. Peccato. E dire che lo stesso problema aveva avuto Luca Zingaretti nel 1998, quando chiese ad Andrea Camilleri come interpretare il dialetto siciliano. Zingaretti ha un romanesco di fondo nella pronuncia che non gli permette di essere totalmente credibile come siciliano. Camilleri, che di Zingaretti era stato docente all'Accademia, suggerì a Luca di non forzare troppo, ma di fare il siciliano che ha un retrogusto romanesco nella pronuncia. Come giustificare questa misticanza? Facile! Nessuno vieta al Commissario Montalbano di avere una mamma romana, e quindi una ascendenza romanesca. Non capiamo perché ne "La mossa del cavallo", Giovanni Bovara, che di Vigata è originario, debba forzarsi di piangere in questo incredibile dialetto genovese. Un disastro! Bastava sfumare il genovese mescolandolo sin dall'inizio con il siciliano, mantenendo l'esigenza narrativa che impone al protagonista di parlare prima l'italiano e solo a fine racconto, il dialetto siciliano. 

Convincente Ester Pantano, la femme fatale del film: provocante, siciliana, ruffiana, la Claudia Cardinale del West camilleriano. Bravo Cocò Gulotta (interpreta Spampinato, un uomo rozzo e cinico; pur essendo il delegato di polizia, è totalmente asservito al potere di don Cocò e dell'avvocato Fasulo) e superlativo il parroco, Antonio Pandolfo, di Alcamo, classe 1975. Ricorda, in alcune corde, Leo Gullotta. Circa il tono complessivo del film, a parte alcuni personaggi figuranti che sembrano usciti dai seriali di Bud Spencer, la Sicilia tinteggiata è un po' cartonata. Infelice la casa di Giovanni Bovara, troppo poco credibile (un manufatto forse del 1970, con una tettoia in legno a mascherare, tutt'altro che un immobile ottocentesco), e finta la piazza nel bellissimo loggiato del Sinatra a Ispica. Sembra di vedere il "ciak, motore, azione!", appena prima del taglio di montaggio. Voto complessivo sei, eccezion fatta per Ester, Cocò e Antonio Padolfo, di una spanna più bravi. Scarse le musiche. 

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