Benessere Covid

Diuretici: il Reomax può essere una speranza contro il Covid

Un importante scoperta arriva dall'università di Bari, il Reomax, questo il nome commerciale, un vecchio diuretico già in commercio potrebbe impedire al Coronavirus di replicarsi.

Un vecchio farmaco già in commercio può essere una speranza contro il Covid

Un vecchio diuretico già in commercio può essere una speranza contro il Covid, la recente scoperta all’università di Bari..
"È stata una pura curiosità scientifica “ Così abbiamo scoperto che un vecchio farmaco già in commercio può essere una speranza contro il Covid"

Anna Maria Sardanelli, una dei docenti di biochimica all’Università di Bari che hanno avuto l’intuizione. Ci siamo chiesti se in commercio ci fossero molecole in grado di agire sulle proteine che fanno proliferare il virus. Così si evitano le procedure per immettere in commercio un nuovo farmaco".

Ora se i test sull’uomo dovessero funzionare come gli esperimenti in vitro, i medici avrebbero un’arma in più contro il Coronavirus: un vecchio farmaco diuretico già in commercio. Tra i nomi commerciali della molecola c'è il Reomax, per esempio. Ma al netto dell'etichetta, di certo c'è che nei laboratori del Campus Biomedico di Roma quella molecola ha dimostrato di impedire la replicazione del virus. “Adesso la palla passa ai clinici, noi abbiamo fatto il nostro lavoro”, dice Anna Maria Sardanelli. È la docente di biochimica all’Università di Bari che con il collega Luigi Leonardo Palese e la dottoranda Camilla Isgrò ha avuto l’intuizione e messo a punto i primi esperimenti nei laboratori romani.

Che cos’è il Reomax? Indicazioni terapeutiche
Il REOMAX è indicato in tutte le sindromi da ritenzione idrosalina ed in particolare: Edemi di origine cardiaca, edemi di origine renale, forme nefrosiche, insufficienza renale cronica, cirrosi con ascite, malattie epatiche ascitogene. La somministrazione endovenosa dell'etacrinato sodico (Reomax fiale) è indicata quando si richiede un rapido instaurarsi della diuresi, come nell'edema polmonare acuto.

Le domande alla Dott.ssa Sardanelli dell'Università di Bari:

Come ci siete arrivati?
“È stata una pura curiosità scientifica. Ci siamo chiesti se in commercio ci fossero molecole che in grado di agire sulle proteine che fanno proliferare il virus. Il che è un vantaggio innegabile, perché così si evitano le procedure per immettere in commercio un nuovo farmaco, compresi i trial clinici. E così abbiamo fatto le prove in silico”.

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Che cosa significa?
"Mi spiego: abbiamo visto se, sulla carta, in base alla struttura chimica di una proteina del virus già nota, che i biochimici chiamano proteasi M-Pro, detta anche 3Cl-Pro, ci fossero sostanze che potessero fare al caso nostro. Per questo abbiamo passato al setaccio oltre 2mila farmaci noti per la capacità di inibire gli enzimi capaci di far replicare i virus".
"Scartati gli antitumorali, abbiamo testato una ventina di molecole in grado di legarsi ad M-Pro. La chiave è quella, perché parliamo di una proteina del virus, meno nota della Spike sul piano mediatico, che però ha un ruolo fondamentale nella proliferazione del Coronavirus. Ebbene, quella molecola l’abbiamo trovata: si chiama acido etacrinico".

Il vecchio farmaco diuretico
“Esatto. È un potente diuretico già approvato per uso clinico nel trattamento dell'ipertensione e degli edemi da insufficienza cardiaca, epatica e renale. Secondo i nostri test, quella molecola fa una cosa molto semplice: impedisce al virus di completare il suo normale ciclo vitale”.

Lo blocca

"Lo blocca, lo blocca. Almeno in base alle prime analisi biochimiche eseguite sulla base dell’enzima M-Pro purificato, quello che è disponibile in commercio. E così da un vecchio farmaco è spuntata una nuova arma".

Quali prospettive apre la vostra scoperta?

“Mi piace ripetere che noi abbiamo messo semplicemente la palla sul dischetto di rigore. Questa molecola funziona in vitro e il nostro lavoro di biochimici può ritenersi concluso. Adesso tocca ai clinici. Intanto, però, questa proteina M-Pro è unica nell’uomo, non ce ne sono altre con la stessa struttura. Significa che quel farmaco agirebbe in modo mirato, senza danni collaterali”.

Quali sono le prospettive
“Ci sono tre step, tutti molto interessanti. La ricerca si può estendere per verificare l’azione inibitoria del farmaco su cellule già infettate dal Coronavirus: per intenderci, bisognerà prendere le cellule e l’acido etacrinico, metterli insieme e vedere che succede. Poi si potrebbero tarare meglio ila formulazione del farmaco e il suo dosaggio. Infine restano i cosiddetti trial clinici, le prove sui pazienti, senza passare dall’approvazione delle autorità regolatorie. Ma bisogna essere prudenti”.

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Siamo davanti ad un ottima premessa
“Sì. Siamo davanti a una promessa, non a un punto di arrivo. Anzi, questo è un punto di partenza. Non deve passare il messaggio per cui il farmaco è un rimedio miracoloso, come ha fatto il presidente Usa Donald Trump con l’idrossiclorochina. Non dobbiamo illuderci: siamo davanti a un’ottima premessa che nelle prove in vitro condotte al Campus biomedico di Roma ha dimostrato le sue potenzialità. Ora si tratta di sperimentare sul campo”.


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