Lettere in redazione Ragusa

Storia delle miniere di Ragusa dal 1886 al 1898

Ci scrivono Carlo Doglioni e Salvatore Tricomi, quest'ultimo perito minerario che per 30 anni ha lavorato presso l'Insicem di Ragusa dopo diventata Colacem, legato profondamente al prof. Cesare Zipelli suo insegnante

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Ragusa - La prima dissertazione sull'asfalto, risale al 1721 a cura dell'insegnante di greco, dottore in medicina e imprenditore E. Eirini d'Eyrynys, au Val-Travers, opuscolo di circa 45 pagine. Gli asfalti del secolo XVIII , erano gestiti da ingegneri civili di Francia e Inghilterra. Nello stesso argomento, inserivano il lago di Trinidad, che minerariamente, è una mofeta (assioma) . La "teoria" della roccia asfaltica per spinte provenienti dal basso, nel tempo, è stata pensata e scritta bene, ma "temeraria" come ha scritto Henry Coquand il 17 febbraio 1868, per la presenza dei trovanti incassati nei calcari, (giacimentologia confermata da Ramiro Fabiani nel 1928). Leon Malo ingegnere civile, (nato Autun, Saone et Loire, il 16 luglio 1829 - Morto a Lyon 16 agosto 1906 - Sepolto a Loyasse vicolo 86. Età 77 anni ), è la novità che nessun autore del passato, ha segnalato come protagonista di primo piano, nelle miniere di Ragusa, con riferimenti di biografie e bibliografie.

Leon Malo, come ingegnere consigliere e Direttore delle miniere della compagnia generale d'asfalto di Francia, ha caratterizzato in modo significativo lo sfruttamento delle miniere ragusane per circa 12 anni, che in quel periodo erano date in concessione contestualmente a quattro diverse società, (vedi pag. 337 del libro L'asphalte Son origine, Sa preparation, Ses applications 1898, terza edizione). La contemporanea sedimentazione di calcare e bitume con richiamo all'affresco pittorico, (itinerario da Caltagirone a Siracusa attraversando Vizzini, Buccheri, Ragusa, Modica, Noto, i vulcani antichi di Val di Noto, dal 1 ottobre al 13 ottobre 1781). Da Chiaramonte per andare a Ragusa, si risale di nuovo sulle alte cime calcaree e ci si ritrova in un paese che non somiglia affatto al resto della Sicilia. Si vedono delle pianure a volte orizzontali poste sulle montagne più alte , o piuttosto ci si ritrova su di un altopiano che regge un massiccio enorme di pietre calcaree e che è attraversato da burroni e da gole profonde che lo tagliano con angolature diverse e che si riuniscono per portare le acque al mare di Libeccio. Questa, è parte dell’antico massiccio meglio conservata e che anticamente occupava tutta la superficie dell’isola. In origine era solida e senza burroni, soltanto dopo la sua formazione, è stata tagliata dalle acque.

Le montagne della contea di Modica, sono come un’isola che s’innalza in un angolo della Val di Noto e la cui superficie planimetrica domina tutto quello che la circonda. Attraversando questa montagna, per il loro aspetto arido e sassoso, io credetti trovarmi nell’isola di Malta o di Gozo, con le quali hanno grandi analogie. Da nessun altra parte i banchi di pietra sono così distinti e così esattamente orizzontali, si cammina su di un alto planimetro per cinquecento passi sullo stesso banco di pietra che, a causa delle divisioni verificatisi dopo il ritiro somiglia ad una pavimentazione fatta ad arte; e in tutti i sentieri in cui i banchi sono privi di ogni traccia di terra potrebbero ingannare una persona poco attenta; la regolarità delle loro divisioni in qualche punto aumenta l’illusione; i banchi formano gradini distinti su tutti i fianchi del massiccio aperto dai burroni o le vallate, e la totalità di questo paese fa un’impressione singolare a colui che lo vede per la prima volta; non ci si riconosce più né la Sicilia né le sue campagne fertili. Per arrivare a Ragusa si scende per un sentiero terribile in una valle stretta in cui si trova la città. La sua posizione, è singolare e pittoresca, ed è divisa in tre parti distinte che sembrano tre città diverse. Del resto, sebbene abbia qualche bella casa, due belle chiese, è generalmente mal costruita e la disuguaglianza del suo terreno la rendono molto scomoda. Coloro che abitano nella città bassa  che è la più antica, godono ogni giorno di due ore in meno della presenza del sole rispetto a coloro che abitano la città alta, e per spostarsi dall’una all’altra si deve risalire una strada dove c’è una grande scala con 363 scalini. Il fiume, detto fiume di Ragusa, scorre in una gola dietro la città e le sue rive ristrette dalle montagne sono molti fertili e coperte di alberi; ogni privato lì ha un piccolo giardino che gli fornisce dei pascoli; la frescura e l’umidità del suo letto permettono ai salici di crescere ed è la sola zona della Sicilia dove li si può trovare. Seguendo con l’occhio il contorno e le sinuosità di questa valle molto verde e ricca di una vegetazione viva, colpisce il contrasto con l’aspetto arido delle montagne. Il miele di Ragusa è molto buono. Questa città è l’antica Ibla Minor.

Il 4 ottobre soggiorno a Ragusa. Da molto tempo conoscevo le pietre bituminose e infiammabili di Ragusa. Le avevo viste usare al posto del marmo nelle pavimentazioni delle chiese nelle balaustre ed ero molto curioso di vedere le cave da dove si estraggono. Si trovano a sud della città, sulla cima delle montagne che la circondano. Queste cave sono nel mezzo della pietra calcarea bianca, e la pietra bituminosa è ricoperta da molti banchi di pietra calcarea bianca e dura che non hanno niente di bituminoso. È sotto questa specie di crosta che si trova in tanti luoghi vicini gli uni agli altri questa sostanza bituminosa. Essa è in banchi orizzontali come la pietra che li circonda , o piuttosto non è che la stessa pietra e la continuazione degli stessi banchi che, in questi luoghi, sono impregnati di bitume. Sono come tante macchie nel massiccio della roccia che si estendono e che penetrano in modo diverso, e si passa dalla pietra bianca alla pietra nera bituminosa senza il minimo cambiamento né nella sezione lungo il corso del banco di pietra, né nella sua posizione. Niente annuncia la vicinanza di questa pietra che con la pece che trapela e viene fuori attraverso le fessure delle rocce; il più grande spessore della pietra bituminosa è di 30 o 35 piedi, la sua estensione è troppo varia per essere determinata; si estende fino a 200 passi li sono dei burroni che tagliano in due queste specie di miniere e in alcuni punti la si trova alla stessa altezza. Il tetto è, come ho già detto sopra, una pietra calcarea che, come quella un po’ più dura che occupa la superficie del massiccio, è più dura di quella che si trova sotto.

La pietra bituminosa ha conservato la capacità di fare effervescenza con gli acidi, nuova prova del fatto che è stata solo impregnata , che non è che ad una semplice impregnazione che deve la sua qualità infiammabile; il bitume vi è sparso in maniera disuguale; il centro della miniera, è generalmente il luogo in cui la pietra è la più grassa (termine che usano anche gli operai che la lavorano); sui bordi e nei banchi più bassi, ne troviamo qualcuna che è solo macchiata di nero, sul fondo bianco della comune pietra; durante l’estate dai banchi della pietra la più grassa trasuda una pece nera semifluida che ha un odore particolare e molta viscosità, ma che perde l’uno e l’altra quando è stata un po’ di tempo esposta all’aria e si trasforma in uno stato carbonaceo; lavorando la pietra , si trova anche nelle sue cavità questa stessa pece raccolta e contenuta come dentro un uovo; in questo caso è più fluida e più olezzante. Tutte queste pietre sono infiammabili e il loro residuo è la pietra calcarea diventata nera e fuliginosa; il loro bitume è volatile e durante la distillazione si trasforma in fuoco; si dissolve anche nell’aria, e la superficie della pietra che vi è esposta durante qualche tempo diventa bianca e somiglia, all’esterno, alla pietra comune.

La pietra bituminosa si lavora facilmente e si taglia altrettanto facilmente come fosse cioccolato, al quale somiglia per il colore, quando esce dalla cava o quando è riscaldata dal sole, ma si indurisce se esposta all’aria e diventa molto solida; queste qualità la rendono di facile utilizzo: la si taglia, la si sega, la si tornea come si fa con il legno, le si dà la forma che si desidera e in seguito resiste all’aria, al tempo all’attrito (lo sfregamento) molto più della pietra comune. Quando essa è usata per le pavimentazioni di camere in cui è mischiata alla pietra bianca dura più a lungo e non si consuma affatto come l’altra. Essa acquisisce una specie di levigatezza e lucentezza che la fa somigliare al marmo al quale la si sostituisce spesso per fare balaustre e ornamenti d’architettura. Si aumenta la densità del suo colore passando sopra uno strato di olio di lino. Il solo inconveniente che possiamo riscontrare è l’odore che emana, ma di cui non si accorgono più gli abitanti di Ragusa le cui case sono costruite proprio con questa pietra. Si trovano nella pietra bituminosa delle conchiglie fossili che sono rimaste bianche e che fanno delle macchie bianche su un fondo nero. L’acqua che passa su questa pietra ed anche attraverso i suoi pori non né assorbe né odore né sapore; né ho bevuta nelle carrate ed era chiara, limpida e leggera; bisogna mescolare il bitume con un’altra sostanza per dargli lo stato saponoso proprio per essere tenuto in dissoluzione in acqua. Io credo che la produzione di questa sostanza bituminosa può essere ricollegato a qualche cetaceo molto grasso (oleoso) che, morto sui banchi calcarei, l’avrebbero impregnati del loro olio, e questo grasso avrebbe perso col tempo e a causa del suo essere sotto terra la caratteristica animale per acquisire quella di sostanze minerali.

Tutte le domande che io ho fatto non sono servite a sapere se si trovano nello strato superiore di queste cave qualche osso dello scheletro di questi cetacei, di cui la supposizione non deve sembrare gratuita perché niente potrebbe somigliare di più all’effetto che produrrebbero molti barili di olio sparso su di una pietra assorbente. La formazione di questo bitume è anteriore agli ultimi depositi delle acque, perché è ricoperto da molti strati che non hanno affatto parte della sua natura, anteriore anche all’attraversamento del massiccio, perché qualche cava è stata divisa in due dai burroni. Le pietre bituminose di Ragusa emanano una grande luce sulle fontane di olio petrolio, sulla pece minerale e le fontane bituminose che si trovano così frequentemente in Sicilia.

La perfetta somiglianza di questi oli e della pece minerale con la pece che trasuda da queste pietre mi fa pensare che esse hanno la stessa origine, o forse una analisi esatta (precisa) potrebbe far conoscere quali di queste sostanze sono appartenute al mondo animale o a quello vegetale. La teoria di Deodat de Dolomieu 1781 e il commento di Henry Coquand del 17 febbraio 1868) , è surrogata oltre che dai trovanti, anche dalla genesi delle sapropeliti nei delta dei fiumi e dagli studi e riflessioni che offrono gli studi di confronto fra calcari e calcari bituminosi dello stesso periodo geologico, sottoposti alla geotecnica e al calcolo del peso specifico in banco, con il metodo dei volumi equivalenti .

Nello studio degli idrocarburi liquidi e gassosi, bisogna tenere conto di quanto ha scritto Lazzaro Spallanzani, nel suo viaggio alle due Sicilie di Ezio Vaccari finito di stampare nel 2006, tomo secondo, capitolo XL da pag. 655 a pag. 664. Altro elemento molto importante che emerge, è che le miniere di Ragusa erano le più importanti del mondo, (vedi pag. 337 e 338 del libro, L'Asphalte, Son Origine, Sa Preparation, Ses Applications 1898, terza edizione ). Si fa altresi presente, che la prima edizione del libro in parola, risale al 1866 (libro che Leon Malo, dopo 22 anni dalla seconda edizione, ha conservato "solo poco della prima scrittura" , vedi pag. 1 degli Avvertimenti della seconda edizione del 1888, di conseguenza credo della prima edizione del libro in parola sia introvabile o addirittura non esiste copia; la seconda edizione del 1888, che ribadisce l'importanza planetaria delle miniere di Ragusa, (vedi pag. 325 e 326).

Il manifesto della Compagnie generale des Asphaltes di Francia, che include le miniere di Ragusa, risalente al 1886 e che formalizza l'appartenenza del meno esperto e più giovane, General manager William Henry Delano ingegnere civile di origini Jamaicane , (1838 - 1921 età 83 anni) . Non era elencato con il resto della famiglia nel censimento del 1851 perché era allievo della Christ's Hospital School di Newgate, (periferia di Londra). Sposò Ada Rebecca Robinson e lavorò come ingegnere civile in Francia. I loro quattro figli sono nati tutti a Parigi. (Amersham Museum) nell'omonima cittadina inglese. La ricerca effettuata, non da certezza in quanto non specifica il datore di lavoro e dell'ingegnere civile, consigliere e Direttore delle miniere della compagnia Leon Malo.-Nel 1876 William Henry Delano, tradusse per l'istituzione, una memoria del signor Ernest Chabrier, ingegnere civile, sulle applicazioni dell'asfalto. Questo articolo e il noto lavoro del signor Leon Malo sullo stesso argomento, sono esaustivi per quanto riguarda la questione generale. Lo scopo della presente comunicazione, è quello di fornire una descrizione di alcuni lavori eseguiti, con il loro costo, un resoconto dei vari fallimenti che sono stati superati, e quelle informazioni riguardanti la qualità e la preparazione del materiale che consentiranno ad un agente di controllo di assicurare una buona lavorazione e scoprire frodi. L'esperienza personale dell'autore è limitata alla Francia, in particolare a Parigi, dove è stato impegnato dal 1871 nell'applicazione pratica dei composti asfaltici naturali, e dove l'uso del materiale si è guadagnato una posizione come una delle grandi industrie del paese. È importante che la nomenclatura di Mr. Malo venga rispettata nelle specifiche. Nel 1880, sempre William Henry Delano, lesse un articolo sull'asfalto presso l'istituto di ingegneria civile di Londra, che fu ristampato nella rivista di ingegneria di Nostrand, New York dicembre 1880 e gennaio 1881. Da quel periodo l'uso dell'asfalto, (anche e purtroppo, delle sue varie imitazioni), si è notevolmente esteso in tutte le parti del mondo civilizzato, tanto che è necessaria un'esposizione divulgativa delle sue qualità, usi e gli abusi, è diventato un "desideratum". L'autore ha espresso i suoi ringraziamenti a vari direttori e manager di Londra, New York, Berlino, Vienna, Bruxelles, Roma, Torino, Amsterdam e soprattutto all'ingegnere municipale e governativo di Parigi, per le molte informazioni. -Parte prima - Nomenclatura dell'asfalto e sue combinazioni. (scritto di William Henry Delano general manager compagnie generale des Asphaltes di Francia alla fine meglio esplicitato ).

"Per tutto ciò che riguarda l'origine dell'asfalto, la sua natura, storia e formazione geologica, e modalità di estrazione, nella migliore guida il noto lavoro del signor Leon Malo, (che da trent'anni, è il profeta dell'asfalto naturale). Di questi signori l'autore, è un discepolo serio e riconoscente". Le informazioni su William Henry Delano, sono state estrapolate dal seguente carteggio, così identificabile : "On the use of asphalt and mineral bitumen in engineering. By William Henry Delano, Associate Institution Civil Engineer. From Minutes of Proceedings of the Institution of Civil Engineers" e dal carteggio "Twenty years practical experience of Natural asphalt and mineral Bitumen by W. H. Delano Assoc. Inst. C. E. General manager of Compagnie Generale des Asphaltes de France Limited. London 1893 - Parte I nomenclature of asphalt and its combinations, come su tradotto ". Dati del manifesto della Compagnie generale des Asphaltes de France, BNF : Editore Imprimerie Chaix (succursale Cheret) 18, rue Brunel ; Data edizione 1886 ; Formato, litographie Coul (litografia a colori); 100 x 100 cm. Per l'ingegnere Ernesto Ascione, prof. di tecnologie meccaniche nella regia scuola di Applicazione per gli ingegneri di Palermo nel libro L'industria dell'asfalto, Francesco Vallardi editore 1913 a pag. 5 e 6 recita testualmente :"Per ciò che riguarda l'origine dell'asfalto le ipotesi sono varie. Per riportarne qualcheduna diremo (secondo L. Malo) che i calcari asfaltiferi furono impregnati da sostanze bituminose raccolte nella massa terrestre, spinte verso l'esterno, attraverso fenditure delle rocce, dal vapor acqueo sprigionatesi dall'interno della terra. Queste sostanze bituminose, si erano formate per effetto di una specie di distillazione, subita da vegetali sotterrati in vicinanza di rocce primitive e trasmettenti ad essi il calore delle masse ancora ignee nel nucleo della terra.

Il Delafond (eminente ingegnere minerario di Francia), invece ritiene che in origine i bitumi dell'asfalto fossero petroli, allo stato liquido o gassoso, impregnati di calcari teneri. Questi petroli subirono una ossidazione lenta, per effetto dell'aria imprigionata nei pori e meati della roccia o per azione del carbonato di calce e si trasformarono in bitumi. Lazzaro Spallanzani, nella bibliografia su citata, otteneva idrocarburi facendo interagire in soluzione acquosa biomasse e solfuro di ferro, nella fattispecie la marcasita. All'esposizione universale di Parigi del 1900,Rudolf Diesel, presentò un motore che funzionava ad olio di arachidi esterizzato. In questi 20 anni di ricerca, il filo di Arianna dello studio, mi ha portato a fare la seguente riflessione trasmessa via mail il 15 dicembre 2021 alle ore 21:51 al chiarissimo professore Carlo Doglioni, accademico dei Lincei :"Chiarissimo professore, se Lei immagina un bicchiere di acqua con immersa una sfera di ferro, la sfera di ferro innesca la chimica metallo organica. Il ferro, scompone l'acqua liberando idrogeno, nell'acqua si vedranno delle bollicine. Se si versa nell'acqua dell'olio vegetale, per osmosi l'olio si idrogenera 'dal punto di vista chimico fisico e da biodiesel si dovrebbe trasformare in biocarburante ad alto potere calorifico utilizzabile per l'aviazione. Esterizzato con bioetanolo oppure con acido solforico, subirà un ulteriore idrogenazione di tipo chimica, vedasi biografia Rudolf Diesel inventore del biodiesel. " Ricevendo dal chiarissimo professore la seguente risposta :" Gentile perito minerario Salvatore Tricomi, grazie per le sue valutazioni molto interessanti e che inoltrerò a colleghi a cui potrebbero essere utili.

Un cordiale saluto,
Salvatore Tricomi

Nella foto, il manifesto del 1886. 


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