Cronaca Scicli

Omicidio del carabiniere Garofalo, due arresti dopo 23 anni

Enzo era di Donnalucata
  • http://www.ragusanews.com/resizer/resize.php?url=http://www.ragusanews.com//immagini_articoli/26-07-2017/1501052801-1-omicidio-carabiniere-garofalo-arresti-dopo-anni.jpg&size=766x500c0
  • http://www.ragusanews.com//immagini_articoli/26-07-2017/omicidio-carabiniere-garofalo-arresti-dopo-anni-100.jpg
  • http://www.ragusanews.com//immagini_articoli/26-07-2017/1501052801-1-omicidio-carabiniere-garofalo-arresti-dopo-anni.jpg

Scicli - Non solo Cosa Nostra. Anche la ‘ndrangheta avrebbe preso parte a quella strategia del terrore che, tra il ‘93 e ‘94 con una serie di attentati, scatenò l’attacco allo Stato. È quanto emerge dall’inchiesta «Nrangheta stragista» condotta dalla squadra mobile di Reggio Calabria, guidata da Francesco Rattà, che mercoledì mattina ha portato in carcere due esponenti di spicco di Cosa Nostra e ‘ndrangheta, accusati di essere i mandanti dell’omicidio dei carabinieri Antonio Fava e Vincenzo Garofalo (sciclitano di Donnalucata), ammazzati a colpi di mitraglietta il 18 gennaio del 1994, lungo l’autostrada Sa- Rc, nei pressi dello svincolo di Scilla.

La procura distrettuale di Reggio Calabria, grazie alla testimonianza di alcuni pentiti siciliani e calabresi come Gaspare Spatuzza e Consolato Villani, ha riaperto quella pagina sul duplice omicidio ed ha concluso che gli attentati ai militari dell’Arma «non vanno letti in maniera isolata, ma vanno inseriti in un contesto di più ampio respiro e di carattere nazionale nell’ambito di un progetto criminale in stretta sintonia con Cosa Nostra il cui obiettivo era l’attuazione di un piano di destabilizzazione del Paese con modalità terroristiche». Così oggi sono satti arrestati Giuseppe Graviano, capo mandamento del rione Brancaccio di Palermo, fedelissimo di Totò Riina e Rocco Santo Filippone, uomo dei Piromalli di Gioia Tauro.

Per l’omicidio dei due carabinieri, all’epoca, furono condannati l’allora diciassettenne Consolato Villani e Giuseppe Calabrò, considerati i killer dei carabinieri. Villani era legato ai Condello-Imerti-Serraino, clan che negli anni ‘90 si scontrarono con i De Stefano-Tegano-Libri nella guerra di mafia, finita nell’estate del 1991, lasciando a terra 700 morti ammazzati. Calabrò era un esponente di spicco delle cosche Ficara-Latella. Dopo il suo arresto Giuseppe Calabrò iniziò a collaborare, così come Villani. La strategia stragista in quegli anni, oltre che alle morti di Falcone e Borsellino portò terrore e sangue, anche fuori dai confini siciliani. Ma sino a oggi nessuno aveva immaginato che anche l’eccidio dei carabinieri potesse far parte di quella comune idea di destabilizzazione voluta da Cosa Nostra e ‘ndrangheta. Non tutte le cosche calabresi, però, avrebbero accettato di «partecipare» a quella idea di eversione dettata da Cosa Nostra e per questo ci fu una riunione di tutti i capi dei locali di ‘ndrangheta, che si svolse al Santuario della Madonna di Polsi, dove di discusse del «comune» dissenso stragista.

La nuova lettura

Se la procura di Reggio Calabria ha visto giusto, un pezzo di storia d'Italia va riscritto. Un pezzo delicatissimo e cruciale, a cavallo tra il 1993 e il 1994, quando l'assetto dei partiti fu rivoluzionato dalla discesa in campo di Forza Italia e nacque la Seconda Repubblica. Secondo i magistrati, infatti, non furono solo i Corleonesi a compiere le "stragi continentali", con le bombe in via dei Georgofili a Firenze, via Palestro a Milano e San Giorgio al Velabro a Roma: alla strategia terroristica di destabilizzazione dello Stato partecipò, su richiesta di Cosa Nostra, anche la 'ndrangheta, con tre attentati in Calabria che lasciarono a terra i due carabinieri Antonino Fava e Giuseppe Garofalo (18 gennaio 1994) e ne ferirono gravemente altri due.


L'inchiesta si chiama, non a caso, "'ndrangheta stragista". E' il frutto di un lavoro durato più di quattro anni, a cui si sono dedicati principalmente il procuratore aggiunto Giuseppe Lombardo, il sostituto procuratore della Dna Francesco Curcio, e i poliziotti della Squadra Mobile della Questura di Reggio Calabria. Sono stati riascoltati decine di pentiti e collaboratori di giustizia, tra cui Antonino Lo Giudice e Giovanni Brusca. Decisive per rileggere i fatti di quel biennio sono state le dichiarazioni rese in altri processi da Gaspare Spatuzza, protagonista degli anni di sangue.

Questa mattina è stato arrestato nella sua casa di Melicucco Rocco Santo Filippone, 77 anni, a capo del mandamento tirrenico della 'ndrangheta ai tempi delle stragi e tuttora "vertice della cosca Filippone, collegata alla più potente famiglia dei Piromalli di Gioia Tauro, al quale è demandato il compito di curare le relazioni con gli altri capi clan". Sono in corso una ventina di perquisizioni in tutta la regione. Un mandato di arresto è stato notificato in carcere anche a Giuseppe Graviano, il capo del mandamento palermitano di Brancaccio detenuto a Terni e "coordinatore" delle stragi continentali. L'alleanza 'ndrangheta-Cosa Nostra per mettere in ginocchio lo Stato e sostituire la vecchia classe politica "divenuta inaffidabile" si consolidò attraverso loro due.

Fu il boss dei boss Totò Riina, secondo gli inquirenti, a decidere di chiedere alla 'ndrangheta di cooperare alla strategia del terrore. Dopo il suo arresto nel gennaio 1993, seguito alle stragi di Capaci e Via D'Amelio, si tennero nell'autunno di quell'anno almeno tre importanti riunioni in Calabria tra mafiosi e 'ndranghetisti: una in un villaggio turistico in provincia di Vibo Valentia, cui parteciparono tutti i capi delle cosche; una a Melicucco (alla presenza forse dello stesso Giuseppe Graviano) ; l'ultima a Oppido Mamertina. Territorio dei clan Mancuso, dei Pesce, dei Mammoliti ma soprattutto dei Piromalli, quelli che più avevano stretto i rapporti con i Corleonesi. I calabresi decisero di aderire al piano dei siciliani. E per questo organizzarono tre attentati contro i carabinieri, cioè contro quell'istituzione dello Stato che aveva materialmente arrestato Totò Riina. Il primo, nella notte tra il 1 e il 2 dicembre 1993, quando il commando composto da Giuseppe Calabrò, Consolato Villani (entrambi già condannati) e Mimmo Lo Giudice (deceduto), tentarono di uccidere due carabinieri a Saracinello con un mitra M12, senza riuscirsi e senza neanche ferirli; il secondo, il 18 gennaio 1994, quando con la stessa arma furono ammazzati sulla Salerno-Reggio Calabria, all'altezza di Scilla, gli appuntati Fava e Garofalo; il terzo, l'agguato ai due carabinieri Bartolomeo Musicò e Salvatore Serra, che non morirono ma rimasero gravemente feriti.

http://www.ragusanews.com//immagini_banner/1512997998-3-pirosa.gif

E' in questo contesto che si inseriscono le dichiarazioni di Gaspare Spatuzza, affiliato della famiglia di Brancaccio dei fratelli Graviano. Ai magistrati ha raccontato di un suo incontro con Giuseppe Graviano al cafè Doney di via Veneto, a Roma, durante il quale il boss gli fece capire che dovevano riprendere l'iniziativa, con qualcosa di sconvolgente. "Abbiamo il Paese in mano, si deve fare per dare il colpo di grazia", mette a verbale Spatuzza. "Graviano mi dice che dovevamo fare la nostra parte perché i calabresi si sono mossi uccidendo due carabinieri e anche noi dovevamo dare il nostro contributo. Il nostro compito era abbattere i carabinieri e quello era il luogo dove potevano essercene molti, almeno 100-150". Quel luogo era lo Stadio Olimpico di Roma. Il giorno fissato, secondo Spatuzza, era "il 22 gennaio 1994". Un sabato. La macchina, una Lancia Thema riempita con 120 kg di tritolo, 30 kg in più rispetto a quello usato in via D'Amelio. Ma il telecomando non funzionò. Nonostante lo stesso Spatuzza premette più volte il pulsante, l'auto (che era posizionata in viale dei Gladiatori, vicino alle camionette dei carabinieri) non esplose.

Nell'indagine "'ndrangheta stragista", cui hanno partecipato anche il procuratore capo Federico Cafiero de Raho, il pm Antonio De Bernardo, i poliziotti del Servizio centrale operativo, dell'Antiterrorismo della polizia di Prevenzione, sono diversi "i fili" che vengono tirati dagli inquirenti. Nelle mille pagine dell'ordinanza cautelare, infatti, si ricostruisce l'intera strategia di destabilizzazione dello Stato, a cui erano interessati in quei primi anni Novanta non solo 'ndrangheta e cosa nostra: vengono approfonditi

i legami delle cosche con la massoneria e gli apparati deviati dei servizi segreti (possibili suggeritori della strategia stragista), nonché gli interessi della galassia dell'eversione nera e l'influenza che tutto ciò ebbe sul nascente assetto politico dei partiti.
 

http://www.ragusanews.com//immagini_banner/1512997998-3-pirosa.gif