Cultura Strettamente personale

Le foto di famiglia con Sua Santità

Edizione straordinaria: “Hanno attentato alla vita di Giovanni Paolo II”

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Ho iniziato a fare il giornalista a diciassette anni. Per passione. Diciamo che allora iniziai a fare una cosa che col giornalismo era confinante. Non del tutto confinante. Quasi. Con gli anni la passione mi ha sopraffatto e oggi posso dire di aver fatto di un gioco un mestiere. A casa si è sempre parlato di politica e sin da piccolo ho ascoltato i commenti paterni al telegiornale. Mamma dice che ero ancora sul girello quando dalla cucina felice correvo in soggiorno per ascoltare la sigla del Tg1. Alle 20 e alle 20,30. Quelle trombe squillanti che annunciavano l’apparizione in video di Paolo Frajese accendevano la mia fantasia. Per me il Tg1 era come un cartone animato: una cosa bella, a mio modo di intuire, che rendeva felici i bambini. Ricordo vagamente il sequestro Moro. Avevo cinque anni e a casa erano preoccupati: era bravo e non si capiva perché gli dovevano fare del male.

Ma la cosa che ricordo di più fu quando interruppero l’Ape Maia. Ogni pomeriggio l’Ape Maia era una liturgia, per me, Ezia e Cettina, le mie sorelle gemelle, più piccole di me di un anno e mezzo. “Edizione straordinaria”, diceva la sigla. “Hanno attentato alla vita di Giovanni Paolo II”. Con le mie sorelle ci guardammo in faccia: “Se hanno interrotto l’Ape Maia sarà una cosa grave. Forse è meglio che chiamiamo il papà”. Che esistesse il Papa me ne ero accorto poco tempo prima. Perché nel giro di un mese ne erano morti due. E il modo di dire “ogni morte di Papa” non funzionava tanto. Capii che avevano sbagliato. Anzi, che Gesù aveva sbagliato. Perché il Papa doveva essere italiano, e invece lo ha preso straniero, e questo non era tanto buono.

In compenso -mi consolai- il Presidente della Repubblica è italiano. Si chiama Sandro Pertini, è vecchio e ha la pipa. E poi dice che quando era giovane lo hanno messo in galera. Quindi anche se da bambini si è monelli, da grandi si può diventare lo stesso Presidenti della Repubblica.

Io, ateo, sono stato in Vaticano, a vedere per la terza volta in vita mia Wojtyla nell’ottobre del 2005. Avevo undici anni quando lo vidi per la prima volta celebrare messa a San Pietro;  nel 98 venne sotto casa mia, in via dei Campi Flegrei, sulla Nomentana, a visitare la parrocchia.

Sei mesi dopo l’ultima mia visita a San Pietro ho assistito in tv alla sua agonia e alla sua morte. E mai come allora ho odiato il mestiere e il gioco che avevo scelto per la vita. Il sistema mediatico ha bisogno di creare mostri, santi, eroi,  leggende, miti. E morti. Per i pubblicitari fu una manna dal cielo tanta morbosità mediatica. Altro che mondiali di calcio, olimpiadi, Formula Uno. L’audience di qualunque trasmissione parlasse del susseguirsi dei bollettini medici schizzava alle stelle, i giornali vendevano come nessuna videocassetta porno era riuscita a fare, ma la pornografia di ciò che stava andando in onda era maggiore. L’esasperazione della paura della morte, la morbosità, il devozionismo e il culto della personalità, l’enfasi di ogni notizia per creare una grande angoscia collettiva. “Può questo Papa morire? E come faranno i tanti che hanno conosciuto solo lui come Pontefice ad abituarsi all’idea di un altro Papa?” E giù pubblicità di detersivi, assorbenti, dopobarba. Pensavo che i giornalisti sono come i pubblicitari. Abbiamo bisogno di creare apprensione, ansia, per uno scopo chiaro ma nascosto insieme: vendere. Tutti a raccontare particolari macabri, succulenti, sulle ultime ore di Woytila, senza mai nominare la parola morte. Perché nessun giornalista avrebbe potuto dire che il Papa stava per morire.

Le perifrasi, le circonlocuzioni si sprecavano, quando Ersilio Tonini sbottò: “Signori! Auguriamo al Papa una buona morte!” Era la constatazione serena di un fatto naturale. Tutti siamo destinati a morire, non c’è nulla di eccezionale nella morte, per quanto dolorosa, inaccettabile.

C’è un ricordo che quasi avevo cancellato. Ed è quello della mia prima fidanzata. Si chiama Mariadora, ed è figlia di un farmacista modicano e di una mamma polacca. Angelica, la mia prima suocera (mancata) è di Cracovia. E’ stata battezzata dal sacerdote Karol Wojtyla, e ha fatto comunione e cresima col vescovo Karol Wojtyla. Quando nacque il fratello di Mariadora lo chiamarono Loly, diminutivo di Karol in polacco. A casa, a Canicattini Bagni, Angelica teneva le foto di famiglia con Sua Santità. Con Mariadora ci lasciammo dopo diversi mesi di fidanzamento. Di quell’esperienza mi è rimasto poco. “Iest goronzo”, “fa caldo”. L’unica frase in  polacco che ho imparato, grazie al vocabolario tascabile che Angelica mi regalò. Laureata in lettere in Polonia, madre di due figli cresciutelli, quarantenne si era iscritta in farmacia a Catania per aiutare il marito nell’azienda di famiglia. “Volitivi, i polacchi”, pensai.

Forse Gesù non aveva sbagliato.