Cultura Anniversario della morte

Il viaggio di Pasolini in Sicilia

«Non c'è dubbio, non c'è il minimo dubbio che vorrei vivere qui: di gioia»

Trentacinque anni senza Pier Paolo Pasolini: il poeta civile, il regista rivoluzionario, il narratore delle borgate, l'acuto polemista. Ma anche il giornalista che nell'estate del '59, su incarico del settimanale "Successo" e assieme al fotografo Paolo Di Paolo, percorre la Penisola, da Ventimiglia a Trieste, alla guida d'una resistente Fiat Millecento.   Un lungo viaggio che frutta il reportage in tre puntate intitolato La lunga strada di sabbia (edito nel '98 da Mondadori in Pier Paolo Pasolini Romanzi e racconti, e nel 2005 da Contrasto con foto di Philippe Séclier). Il '59 è l'anno di Una vita violenta, il secondo romanzo dopo il successo di Ragazzi di vita quattro anni prima.   Correndo lungo l'Italia, dopo Portofino, Napoli, Ischia, Maratea e altri piccoli e grandi borghi, Pasolini si gode il golfo del Cilento giungendo in Calabria: «Riparto, – scrive a luglio – mi perdo nelle Calabrie: che si fanno sempre più Calabrie, sempre più Calabrie, finché a Pileto, a Palmi, comincia la Sicilia. Avevo sempre pensato e detto che la città dove preferisco vivere è Roma, seguita da Ferrara e Livorno. Ma non avevo visto ancora, e conosciuto bene, Reggio, Catania, Siracusa. Non c'è dubbio, non c'è il minimo dubbio che vorrei vivere qui: vivere e morirci, non di pace, come con Lawrence a Ravello, ma di gioia».   Il reporter lascia spazio all'uomo incantato dai paesaggi calabresi e siciliani, dai loro profumi aspri: «Non è mica una chiacchiera che qui profumano zagare e limoni, liquerizia e papiri. Lascio andare Taormina, che è indubbiamente una cosa d'una bellezza suprema (ma dove, come a Positano e a Maratea, io non mi sono trovato bene): posso però affermare che il viaggio da Messina a Siracusa può fare impazzire». Catania, Lentini e Siracusa per Pasolini sono una scoperta continua anche umanamente.   Racconta di Lentini: «Scendo per la cena: ma lì un profumo di limoni, una luna grossa come non l'ho mai vista, della gente che non aspetta altro che parlare, mi arresta. Fino a dopo mezzanotte non mi so decidere a lasciare i nuovi amici che mi sono fatto, che mi salutano come se ci conoscessimo da anni, uno dicendo: "Iddu 'u core bono j'ave!": e solo perché ho parlato un po' con loro, dei loro problemi, del loro futuro».   Il viaggio di Pasolini e Di Paolo prosegue sulla lunga strada di sabbia penetrando nella bollente Sicilia prima di riattraversare lo Stretto e cominciare la risalita sulla costa orientale. Marciando verso Taranto, la Millecento rallenta nel Crotonese per prendere a bordo due uomini i quali chiedono aiuto per non fare a piedi i venti chilometri che li separano dalla città. Pasolini non dovrebbe «farli salire», ma si ferma e apre le portiere. Non se ne pentirà. I problemi non gli deriveranno dai due manovali ma da quello che scriverà su Cutro: «È il luogo che più mi impressiona di tutto il viaggio. È, veramente, il paese dei banditi, come si vede in certi westerns. Ecco le donne dei banditi, ecco i figli dei banditi. Si sente, non so da cosa, che siamo fuori dalla legge, o, se non dalla legge, dalla cultura del nostro mondo, a un altro livello. Nel sorriso dei giovani che tornano dal loro atroce lavoro, c'è un guizzo di troppa libertà, quasi di pazzia».   Il racconto offende la comunità e il sindaco querela Pasolini per diffamazione a mezzo stampa. Il caso si infiamma quando all'intellettuale viene assegnato il Premio Crotone per Una vita violenta. L'amministratore avvia l'iter giudiziario pochi giorni dopo la consegna del riconoscimento, sempre nel '59. L'episodio è stigmatizzato dal calabrese Enzo Siciliano, che parla «d'una penosa questione, motivata dal retorico campanilismo meridionale, adulterato dal colore politico. Quel sindaco era democristiano; il Premio Crotone cadeva invece fra le attività di un'amministrazione comunista».   La querela non avrà seguito e il caso si sgonfierà presto, ma costituisce un'ennesima tappa delle peripezie giudiziarie di Pier Paolo Pasolini, provocate non solo dalle presunte intemperanze personali ma anche dalle sue opere. E che continuano ancora oggi, perché trentacinque anni dopo la scoperta del cadavere massacrato di botte nel campetto polveroso dell'Idroscalo di Ostia, non si sa cosa successe nella notte tra il primo e il 2 novembre del 1975. Il ragazzo di vita Pino Pelosi ha pagato per tutti, condannato a nove anni e sette mesi quale unico responsabile del delitto. Ma nessuno ha mai creduto a questa ricostruzione, nemmeno i giudici, e cinque anni fa è stato lo stesso Pino "la rana" a dichiarare durante un'intervista televisiva che quella dannata notte non era solo. La Procura di Roma ha riaperto il caso affidandolo a Francesco Minisci, magistrato di razza, calabrese, per anni pm a Cosenza e titolare di alcune tra le inchieste più delicate della Procura bruzia e della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro.     Trentacinque anni senza il suo genio     La morte All'alba del 2 novembre 1975 viene scoperto il corpo del poeta massacrato di botte all'Idroscalo di Ostia, tra baracche e rifiuti. Il processo Il 26 aprile '79 la Cassazione condanna Pelosi in via definitiva a nove anni e sette mesi per omicidio volontario in concorso con ignoti. Che restano tali tuttora. La svolta Nel 2005 Pino Pelosi ammette che la sera del primo novembre non fu lui a uccidere Pasolini. La Procura di Roma riapre l'inchiesta affidandola al pm d'origini calabresi Francesco Minisci. Il reportage Nell'estate del '59 per il settimanale "Successo" Pasolini gira l'Italia, restando ammaliato da Calabria e Sicilia. Cutro Nel reportage dipinge a tinte fosche Cutro, e il sindaco lo querela. Il premio Nel '59 gli viene assegnato il Premio Crotone per "Una vita violenta".


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