Attualità Ragusa

Gli schiavi del XXI Secolo: quanti gradi ci sono dentro le serre?

Morire di lavoro per pochi euro al giorno, per i braccianti è il medioevo dei diritti umani

https://www.ragusanews.com/immagini_articoli/30-06-2021/gli-schiavi-del-xxi-secolo-quanti-gradi-ci-sono-dentro-le-serre-500.jpg Morire di lavoro per pochi euro al giorno, per i braccianti è il medioevo dei diritti umani


 Ragusa - Dopo la morte di Camara Fantamadi, il lavoratore agricolo maliano deceduto a soli 27 anni sul posto di lavoro per via del caldo insostenibile dei campi del brindisino, la regione Puglia ha emanato un’ordinanza con efficacia immediata che vieta di lavorare nei campi dalle ore 12 alle 16 per l’intera stagione estiva. “Camara è morto di lavoro, il 24 giugno, per pochi spiccioli - denuncia l’Usb Ragusa Federazione del Sociale -. Il luogo del decesso è una pura fatalità: anche in Sicilia, anche nella provincia ragusana, da anni si lavora senza eccezioni con orari improponibili, nonostante le temperature da record siano invivibili.

"Attualmente - continua il sindacato di base -, i lavoratori agricoli della fascia trasformata del ragusano lavorano anche 10-12 ore al giorno, a fronte delle 6 ore previste dal contratto nazionale, e molti datori di lavoro e padroncini consentono un’unica pausa, dalle 12 alle 14. Le temperature dentro le serre superano i 50° percepiti, un intollerabile incubo a cottura lenta. Molte lavoratrici e lavoratori svengono anche diverse volte al giorno, le serre sono luogo di lavoro anche per donne e minori che non reggono il caldo atroce, la fatica e le interminabili ore di lavoro dentro i tunnel o i teloni di plastica roventi”.

L’Usb chiede a Inail, SPreSAL e a tutti i sindaci dei comuni del territorio ibleo di adottare ordinanze che vietino e multino il lavoro serricolo e agricolo dalle 12 alle 16 per il resto dell’estate, anticipandolo in turistica alle 6 di mattina e prolungandolo fino alle 20, “per 5 giorni a settimana” sottolineano. E quanti, se non sono stremati dall’afa vengono falciati di notte per le strade buie, senza alcuna illuminazione, mentre tornano alla baracca o nel letto a castello di un rifugio? Quanti, di quelli che nella sfortuna di nascere in un paese devastato hanno avuto la fortuna di non morire attraversando il mare, sono costretti ogni giorno a lavorare senza tutele non solo contrattuali ma anche sanitarie? Quale civiltà e modernità di cui siamo privi vorremmo esportare nel mondo, se siamo rimasti all’era dei latifondi?


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