Cultura Aschaffenburg

Il Pompejanum. Una ricerca storica di Cristiano Peluso. I parte

Diffusione dei modelli architettonici dell’antica Roma in Germania



 1.     Introduzione

Se compito dello storico è di rintracciare il nesso tra i fatti, allo storico dell'arte spetta il compito supplementare di porre in evidenza l'influsso che ogni cultura, ogni civiltà ha esercitato sulle altre, e come questa influenza sia stata recepita ed interpretata.

Che lo spirito delle nazioni che compongono la famiglia umana si sia sviluppato esclusivamente all'interno dei confini di ciascuna, intesi come barriere impermeabili, è fola alimentata dalla propaganda bellica e dalla retorica patriottarda che hanno segnato il tardo XIX secolo e pure tutto il XX, e costituisce merito altissimo lo squadernare davanti a tutti l'inconsistenza dei fondamenti di tale asserzione.

Del tutto fallace (ma forse assai comoda per i pigri d'intelletto) si rivela, ad un’indagine appena attenta, la pretesa contrapposizione tra l’ambito mediterraneo e la compagine nordeuropea, che non tiene in alcun conto, da un lato, l’appartenenza di alcune di quelle terre all’Impero Romano e la successiva diffusione del Cristianesimo in tutto il continente e dall’altro l’accoglimento, in tempi assai recenti, del movimento romantico (fenomeno artistico genuinamente tedesco) nei paesi latini, Italia in primo luogo.

Fra i tanti esempi che si possono cogliere a sostegno di questa reciproca influenza spirituale può certamente citarsi il Pompejanum, una dimora che re Ludovico I di Baviera si fece costruire dal 1840 al 1848 nella città di Aschaffenburg e che ancora oggi stupisce il visitatore per l’accuratezza con cui Friedrich von Gärtner, il suo architetto, ha riprodotto un’abitazione romana del I secolo d.C., sul modello di quelle di Pompei.

È parimenti motivo di stupore come il Pompejanum sia considerato, su alcune pubblicazioni una sorta di corpo estraneo nel panorama bavarese, quasi fosse il capriccio di un re bizzarro.

Ma è davvero così? O piuttosto non dobbiamo noi calare questo Pompejanum nel suo contesto storico di appartenenza, per restituirlo alla dimensione culturale che gli è propria? È strano l’edificio, o non è invece strana l’opinione di quanti ritengono  l’arte,  la cultura, la storia, suddivise in compartimenti stagni? 

2.     Diffusione dei modelli architettonici dell’antica Roma in Germania 

La prima diffusione in Germania di esempi di edifici greco-romani avvenne nel XVIII secolo, ad opera di modellisti italiani che li riprodussero in sughero. Questa tecnica, la felloplastica, nacque perfetta, in quanto erede dell’illustre tradizione dei presepi napoletani, ove il Cristo nasce non in una stalla ma in un edificio in rovina. Iniziatore della nuova tecnica è ritenuto Agostino Rosa (1738-1784), il quale studiò le rovine di Paestum insieme con Piranesi.

Altro modellista fu il napoletano Giovanni Altieri (attivo tra il 1767 e il 1790), il cui repertorio di quindici modelli comprendeva il Vesuvio con il paesaggio circostante, e anche il tempio di Iside a Pompei. Il più famoso fu comunque Antonio Chichi (1743-1816), i cui pezzi furono esposti a San Pietroburgo (1769-1778), a Kassel (1777-1782) ed a Darmstadt (1790-1791) suscitando sempre grande interesse.

Più tardi il napoletano Carlo Lucangeli (1747-1812) eseguì diverse riproduzioni del Colosseo: di sughero nello stato attuale e di legno come era presumibilmente in antico.

Anche i modelli di Domenico Padiglione (attivo tra il 1802 e il 1830) presentano una grande accuratezza, difatti l’autore prese parte ad una campagna di scavi a Paestum nel 1805 e realizzò un grande plastico dell’intera città nella condizione attuale. Nel 1818, il Padiglione realizzò una copia del tempio di Poseidone a Paestum proprio per Ludovico I di Baviera, perduto durante la II Guerra Mondiale.

Il primo modellista tedesco fu Carl Joseph May, nato a Magonza l’11 maggio 1747. Iniziò a fabbricare modellini di sughero nel 1792, creando un vasto repertorio che si componeva principalmente di monumenti della Roma antica, ma anche di Tivoli, Albano e Paestum.

Egli fu un autodidatta, non viaggiò mai in Italia e per la realizzazione delle sue opere si basò sui modelli di Chichi e forse anche di Rosa ma a differenza di questi, May riproduceva lo stesso edificio in scale diverse. Nonostante si trattasse di copie, a volte anche con errori marchiani, le sue opere incontrarono comunque un discreto successo poichè la qualità era comunque buona e il prezzo molto più conveniente.

Nel 1802 il suo protettore, Carl Theodor von Dalberg divenne Principe Elettore di Magonza, ma siccome larga parte dei suoi Stati era occupata dalle truppe francesi, si trasferì ad Aschaffenburg, che a seguito della secolarizzazione voluta da Napoleone fu eretta in principato, che von Dalberg resse fino al 1814.

Nel 1803 Carl May con tutta la sua famiglia seguì il suo protettore, e da due inventari, rispettivamente del 1811 e del 1814, apprendiamo che la serie quasi completa dei suoi modelli era custodita nel castello di Aschaffenburg. May rimase in questa città quando nel 1814 il principato fu annesso al regno di Baviera, ma non abbiamo la certezza che Ludovico I abbia comprato i suoi modellini.

Carl May morì il 6 giugno 1822 ad Aschaffenburg, ma la sua opera fu continuata dal figlio Georg Heinrich.

Questi nacque ad Erfurt il 28 novembre 1790, fece una breve esperienza come ufficiale dei genieri dell’esercito bavarese, quindi tentò la carriera di ingegnere nell’amministrazione del Regno di Baviera ma questa fu deludente, perchè arrivato al rango di ispettore delle opere pubbliche di Aschaffenburg nel 1819 non gli fu concessa alcuna promozione per i successivi venti anni. Morì a Spira il 15 aprile 1853.

Se la carriera statale gli riservò poche soddisfazioni, si rifece lavorando come modellista. Pregò Ludovico I di sovvenzionare un suo viaggio in Italia ed il re lo accontentò consegnandogli una lista di dodici edifici antichi da riprodurre. Alla fine di febbraio del 1827 Georg May si mise in viaggio e il 16 marzo 1827 era a Roma, accolto da Martin von Wagner, fiduciario di Ludovico I, il quale lo accompagnò in giro per l’Urbe, quindi si spostò a Napoli per tre settimane, ma qui non vi sono tracce documentali della sua attività. Al ritorno andò a Tivoli per completare il lavoro e il 15 agosto 1827 si mise in viaggio alla volta della Germania con lo zaino colmo di disegni e piante.

La realizzazione dei modelli procedette a rilento anche a causa della sua salute malferma, ma il risultato valse l’attesa, infatti le sue opere, tutte realizzate in grande scala e con dovizia di particolari, furono largamente apprezzate e lodate dai contemporanei, in particolare il Pantheon ed il Colosseo.

Ludovico I volle avere anche la riproduzione di sughero di una casa pompeiana, e la scelta cadde sulla Casa detta di Sallustio, dissepolta tra il 1806 e il 1809. Il modello fu pronto nell’agosto del 1840 e fu realizzato a Napoli da Agostino Padiglione (?-1856), figlio di Domenico e modellista presso il Real Museo Borbonico di Napoli.

Giuseppe Abbate, disegnatore ufficiale degli scavi di Pompei, decorò il modellino riproducendo tutti gli affreschi e le pitture parietali dell’originale.

Il Padiglione non riprodusse soltanto la Casa di Sallustio ma anche una fila di abitazione che si stende in direzione nord: si tratta perciò di un vero plastico, assai accurato anche nei particolari più minuti, ed oggigiorno indispensabile per conoscere l’aspetto della Casa prima dei danni, molto gravi, da questa patiti a seguito di un bombardamento nel 1943. (Helmberger – Kockel 1993, pp. 11-31, 63-84, 99-118, 135-148). 

3.     Le rovine come soggetto della pittura paesaggistica dal vivo 

Parallelamente all’interesse degli architetti si destò quello degli artisti. Tra i primi protagonisti della riscoperta delle rovine vi fu il pittore tedesco Jakob Philipp Hackert, il quale nel 1777 intraprese un viaggio alla volta dell’Italia meridionale e della Sicilia in compagnia di due inglesi: Charles Gore (un pittore) e Richard Payne Knight (uno storico).

I tre lasciarono Roma per Napoli il 3 aprile 1777 e da lì si diressero a Paestum, ove Hackert dipinse una veduta del tempio di Poseidone e della basilica. Da Porto Palinuro si imbarcarono per le Eolie e il 25 aprile 1777 approdarono a Milazzo, da cui raggiunsero Palermo. Il 6 maggio erano a Segesta ove si trattennero un solo giorno, giusto per dipingere il tempio. Il 7 maggio li troviamo a Selinunte, delle cui rovine Hackert realizzò numerose vedute. Dal 10 maggio al 17 maggio soggiornarono ad Agrigento, e qui il Nostro dipinse numerosi acquerelli della Valle dei Templi. Il 17 maggio erano già a Licata e il 18 maggio a Biscari (l’odierna Acate); il 20 maggio avevano raggiunto Siracusa. Payne Knight ebbe parole sprezzanti per la fonte Aretusa, ma Hackert fu affascinato dalla città e dipinse il teatro, le latomie e l’orecchio di Dionisio. Fu proprio lui a rendere famoso quest’ultimo sito archeologico, che prima era poco conosciuto.

Il 23 maggio erano a Catania pronti per la scalata dell’Etna, e stavolta perfino il distaccato Payne Knight ne fu impressionato. Il 1 giugno erano ad Aci Reale, il 2 giugno a Taormina.

Nel 1792, ormai divenuto pittore della Corte di Napoli, Hackert ricevette da Ferdinando IV di Borbone la commessa per alcune vedute degli scavi di Pompei, ed egli ne realizzò sei con la tecnica del guazzetto, che il fratello Georg riprodusse in acqueforti, assicurandone così un’ampia circolazione. Ulteriormente, nel 1799 il Nostro dipinse una grande tela degli scavi di Pompei osservati a volo d’uccello, su commissione di Lord Berwick.

Queste opere, tutte realizzate sul posto, sono assai accuratamente eseguite ed utili per conoscere lo stato degli scavi di Pompei alla fine del XVIII secolo. 

(Jakob Philipp Hackert nacque a Prenzlau il 15 settembre 1737 da Jakob Philipp Hackert der Altere, un pittore di ritratti che, notando nel figlio un precoce talento artistico, nel 1753 lo mandò a Berlino a studiare sotto la guida di uno zio. Dopo due anni di apprendistato presso lo zio comprese che la sua vocazione era la pittura di paesaggio, e nel 1762 si stabilì a Stralsund, ove rimase un triennio. Nel 1765 si spostò a Parigi, e anche qui rimase un triennio.

In questo periodo dipinse numerose scene arcadiche ed idilliche secondo il gusto francese ma non mancano quadri e disegni più realistici che mostrano il duro lavoro della gente del popolo. Nacque però in lui il desiderio di perfezionarsi in Italia e nel dicembre 1768 lo troviamo a Roma con suo fratello minore Johann Gottlieb (1744-1773), anche lui pittore di paesaggi. I due fratelli esplorarono non solo la Città Eterna ma anche i suoi dintorni, e nel 1769 Hackert dipinse dal vivo (allora era una novità) una veduta della cascata di Tivoli. Nel 1770 il Nostro fu a Napoli, nel 1776 in Umbria e nelle Marche, nel 1777 in Sicilia e nel 1778 in Svizzera. Frutto di questi viaggi furono i numerosi ed apprezzati quadri per le dimore della nobiltà romana; nel 1786 accettò l’incarico di pittore di Corte da parte di Ferdinando IV di Borbone. La prima commessa importante fu una serie di vedute dei porti del Regno di Napoli e di quello di Sicilia, iniziate nel 1788, di cui ce ne sono pervenute diciassette. Lo schema compositivo è di mostrare la gente del porto al lavoro negli abiti tipici del luogo, e sullo sfondo le navi.

Queste opere, come del resto la quasi totalità della pittura coeva, mostravano solo la superficie della realtà sociale: popolani affaccendati al lavoro o che ne prendevano una pausa ma non la miseria delle private abitazioni, la malnutrizione, la mancanza di scuole e la privazione di cure mediche. Lo scontento non tardò infatti a manifestarsi e la proclamazione della Repubblica Napoletana costrinse Hackert, insieme con il fratello Georg e con Heinrich Tischbein, a fuggire per mare alla volta di Livorno il 20 marzo 1799. I due fratelli vissero a Pisa per un anno, quindi si trasferirono a Firenze ove il Nostro riprese a dipingere, stupendosi per la bellezza del paesaggio toscano.

Hackert morì a Firenze il 28 aprile 1807. Fu sepolto nel cimitero acattolico di Livorno, ma la sua tomba è scomparsa. Nordhoff et alii 2008, pp. 10-26, 33-43).

4.     Due visitatori d’eccezione a Pompei: Goethe e Tischbein 

Un ulteriore impulso alla diffusione del gusto pompeiano oltralpe giunse dall’opera pittorica di Johann Wilhelm Heinrich Tischbein, il quale nacque a Haina (in Assia) il 15 febbraio 1751 e dal 1765 compì l’apprendistato di pittore presso uno zio a Kassel.

Dall’autunno del 1779 agli inizi del 1781 fece il primo viaggio in Italia, spingendosi fino a Roma. Questa permanenza fu interrotta da un lungo soggiorno in Svizzera dal 1 maggio 1781 al 24 ottobre 1782, al termine del quale rientrò subito in Italia per stabilirsi a Roma. Qui il 29 ottobre 1786 conobbe Wolfgang Goethe con il quale il 22 febbraio 1787 partì alla volta di Napoli e i due visitarono anche Pompei.

Nell’autunno del 1789 Tischbein fu nominato direttore della Reale Accademia d’Arte di Napoli ma il 20 marzo 1799 fu costretto a lasciare la città insieme con Hackert ed altri a causa della proclamazione del governo rivoluzionario e tornò a Kassel. Nel 1801 si stabilì ad Amburgo e qui conobbe il duca Peter Friedrich Ludwig di Holstein-Gottorp, che il 13 giugno 1808 lo nominò pittore di Corte. Tischbein si trasferì quindi ad Eutin, ove morì il 26 giugno 1829.

Fra le molte opere del Nostro, tra cui il famoso ritratto di Goethe nella campagna romana, quelle in relazione con Pompei sono il ritratto della duchessa Anna Amalia di Sassonia Weimar-Eisenach (1739-1807), la quale il 15 agosto 1788 lasciò Weimar per visitare l’Italia, ove si trattenne ben ventidue mesi, e volle essere ritratta proprio a Pompei, sullo sfondo della tomba della sacerdotessa Mammia.

Altresì, Tischbein decorò lo studiolo di Ferdinando IV nell’Appartamento Vecchio della reggia di Caserta con pitture parietali del terzo stile pompeiano con l’aggiunta di medaglioni entro cui stanno figure femminili e ancora, nel 1805, dipinse quattro monocromi per la stanza degli idilli del castello di Oldenburg. Uno di questi, un sopraporta, raffigura tre danzatrici, identificate come Menadi, di cui quella a sinistra è ripresa da un affresco pompeiano del terzo stile, oggi al Museo Archeologico di Napoli. 

Jakob Philipp Hackert nacque a Prenzlau il 15 settembre 1737 da Jakob Philipp Hackert der Ältere, un pittore di ritratti che, notando nel figlio un precoce talento artistico, nel 1753 lo mandò a Berlino a studiare sotto la guida di uno zio. Dopo due anni di apprendistato presso lo zio comprese che la sua vocazione era la pittura di paesaggio, e nel 1762 si stabilì a Stralsund, ove rimase un triennio. Nel 1765 si spostò a parigi, e anche qui rimase un triennio.

In questo periodo dipinse numerose scene arcadiche ed idilliche secondo il gusto francese ma non mancano quadri e disegni più realistici che mostrano il duro lavoro della gente del popolo. Nacque però in lui il desiderio di perfezionarsi in Italia e nel dicembre 1768 lo troviamo a Roma con suo fratello minore Johann Gottlieb (1744-1773), anche lui pittore di paesaggi. I due fratelli esplorarono non solo la Città Eterna ma anche i suoi dintorni, e nel 1769 Hackert dipinse dal vivo (allora era una novità) una veduta della cascata di Tivoli. Nel 1770 il Nostro fu a Napoli, nel 1776 in Umbria e nelle Marche, nel 1777 in Sicilia e nel 1778 in Svizzera. Frutto di questi viaggi furono i numerosi ed apprezzati quadri per le dimore della nobiltà romana; nel 1786 accettò l’incarico di pittore di Corte da parte di Ferdinando IV di Borbone. La prima commessa importante fu una serie di vedute dei porti del Regno di Napoli e di quello di Sicilia, iniziate nel 1788, di cui ce ne sono pervenute diciassette. Lo schema compositivo è di mostrare la gente del porto al lavoro negli abiti tipici del luogo, e sullo sfondo le navi.Queste opere, come del resto la quasi totalità della pittura coeva, mostravano solo la superficie della realtà sociale: popolani affaccendati al lavoro o che ne prendevano una pausa ma non la miseria delle private abitazioni, la malnutrizione, la mancanza di scuole e la privazione di cure mediche. Lo scontento non tardò infatti a manifestarsi e la proclamazione della Repubblica Napoletana costrinse Hackert, insieme con il fratello Georg e con Heinrich Tischbein, a fuggire per mare alla volta di Livorno il 20 marzo 1799. I due fratelli vissero a Pisa per un anno, quindi si trasferirono a Firenze ove il Nostro riprese a dipingere, stupendosi per la bellezza del paesaggio toscano.Hackert morì a Firenze il 28 aprile 1807. Fu sepolto nel cimitero acattolico di Livorno, ma la sua tomba è scomparsa. Nordhoff et alii 2008, pp. 10-26, 33-43. 

Fra le molte opere del Nostro, tra cui il famoso ritratto di Goethe nella campagna romana, quelle in relazione con Pompei sono il ritratto della duchessa Anna Amalia di Sassonia Weimar-Eisenach (1739-1807), la quale il 15 agosto 1788 lasciò Weimar per visitare l’Italia, ove si trattenne ben ventidue mesi, e volle essere ritratta proprio a Pompei, sullo sfondo della tomba della sacerdotessa Mammia. Altresì, Tischbein decorò lo studiolo di Ferdinando IV nell’Appartamento Vecchio della reggia di Caserta con pitture parietali del terzo stile pompeiano con l’aggiunta di medaglioni entro cui stanno figure femminili e ancora, nel 1805, dipinse quattro monocromi per la stanza degli idilli del castello di Oldenburg. Uno di questi, un sopraporta, raffigura tre danzatrici, identificate come Menadi, di cui quella a sinistra è ripresa da un affresco pompeiano del terzo stile, oggi al Museo Archeologico di Napoli. (Muller 2000, pp. 107-108, 127, 146-147, 151-152).

5.     Il primo tentativo di ricostruzione di un sito archeologico in Germania

La maggiore agevolezza dei viaggi e i contatti sempre più stretti dapprima con la sola Italia ed in seguito anche con la Grecia fecero nascere nei dotti un interesse per il mondo antico che non era ormai limitato alla conoscenza della letteratura e della storia, come ancora sino alla metà del XVIII secolo, ma acquisiva una vera e propria dimensione archeologica: ci si interessava adesso alle vestigia materiali che le civiltà del mondo antico avevano lasciato ai moderni, e ci si preoccupava non solo di comprenderle e di conservarle ma anche di riordinarle.

Un esempio di questo nuovo atteggiamento nei confronti dell’antico è rappresentato dall’attività del conte Francesco I di Erbach-Erbach (1754-1823), un nobiluomo dell’Assia la cui meta preferita era l’Italia, da cui ritornava con innumerevoli reperti che rinfoltirono le collezioni del suo casato.

Ben presto Francesco I iniziò ad interessarsi alle rovine romane ancora esistenti nell’Odenwald, una regione montuosa della Germania meridionale, e alle torri di avvistamento sul limes (la linea di fortificazioni che proteggeva il confine settentrionale dell’Impero romano), di cui comprese e dimostrò la reale funzione (fino a quel momento erano infatti ritenute resti di sepolcri).

Dal 1802, dovendo decorare con oggetti di scavo un giardino inglese nella residenza di Eulbach, concepì invece un’idea ben più ardita ed iniziando un’operazione di anastilosi fece trasferire nel parco interi frammenti di edifici: un segmento delle mura del castra (l’accampamento stabile dei legionari) di Würzberg con tanto di porta, la porta orientale del castra di Eulbach, ed una torre di guardia del limes ricomposta con frammenti di varie torri. Ulteriormente fece erigere un obelisco con i conci provenienti dal sito di Würzberg e pose nel giardino numerosi epigrafi latine. (La ricostruzione fatta dal Conte, ancor oggi esistente e visitabile, non è ritenuta scientificamente esatta in quanto condotta sulla scorta delle conoscenze che si avevano dell’architettura militare romana agli inizi del XIX secolo ma in ogni caso rappresenta un esempio encomiabile di amore per l’antico. Baatz-Hermann 2002 pp. 20-22, 432-435). 

 6.     Esempi di gusto romano e pompeiano fuori della Baviera   

La riscoperta del mondo antico, iniziata dagli archeologi e proseguita dai pittori, coinvolse anche gli architetti già nell’ultimo scorcio del XVIII secolo: non si deve quindi affermare che il Pompejanum rappresenti una costruzione unica nel suo genere. Di certo la più grande ed accurata, ma non l’unica.

Un altro edificio ispirato alla passione per l’antichità è la casa romana (römisches Haus) voluta dal duca Carlo Augusto di Sassonia Weimar-Eisenach (figlio della duchessa ritratta a Pompei da Tischbein), il quale volle farsi costruire una residenza appartata e tranquilla nel suo parco di Weimar, per sfuggire alla confusione cittadina.

Come progettista fu scelto l’architetto Johann August Arens di Amburgo, che Goethe conobbe in Italia e raccomandò al Duca. I lavori iniziarono nel 1791 ma proseguirono a rilento, a causa delle frequenti assenze di Arens, che ad un certo momento abbandonò il progetto, tuttavia il 3 settembre 1794 fu completato il rustico.

Gli interni furono realizzati dall’architetto Christian Friedrich Schuricht mentre le decorazioni furono opera dello stuccatore Johann August Käseberg. Il duca andò ad abitarvi il 25 luglio 1797, ma i lavori proseguirono fino al 1798.

L’aspetto della casa romana è, con qualche differenza, quello di un tempio romano su podio come descritto da Vitruvio: un portico a colonne ioniche sul lato occidentale ed un criptoportico su quello opposto, che si trova oltretutto in pendenza.

La disposizione degli interni è asimmetrica: da una parte l’appartamento del padrone di casa, dall’altra le stanze della servitù, ben più modeste. Le decorazioni pittoriche furono affidate a Johann Heinrich Meyer, che si ispirò tuttavia non alle pitture parietali delle case di Pompei bensì agli affreschi delle ville italiane del Rinascimento. (Bayer 2001,  pp. 40-47, 58-74). 

La passione per l’antico non rimase confinata alle regioni meridionali della Germania; al contrario, Berlino fu uno dei più importanti centri di irradiazione del nuovo gusto, dapprima con Friedrich Gilly ed in seguito con il suo allievo Karl Friedrich Schinkel.

A quest’ultimo si devono una serie di residenze costruite per i reali di Prussia, tutte conformi alla nuova moda. In ordine di tempo, va citata per prima la ristrutturazione del casino del castello di Glienicke, che nel corso degli anni 1820 fu trasformato in una villa in stile italiano, i cui interni sono sontuosamente decorati in stile pompeiano. Altro esempio  architettonico è il castello di Charlottenhof a Potsdam, costruito a partire dal 1826 intervenendo anche stavolta su una preesistente e più modesta dimora. L’edificio attuale presenta un portico a colonne doriche con i muri affrescati in stile pompeiano, e sempre con i colori tipici di Pompei, blu e rosso, sono dipinti gli interni mentre nel giardino fu costruito un sedile di pietra ad imitazione di quello della tomba della sacerdotessa Mammia a Pompei.

Vicino a Charlottenhof fu pure costruito, dal 1829 al 1837, il bagno romano, un edificio a pianta asimmetrica, composto di diversi padiglioni, che riproduce l’aspetto di un antico impianto termale romano (in anni successivi Ludwig Persius vi eresse anche una finta torre medievale, che non appare stonata solo grazie alla genialità dell’architetto).

In pieno centro a Berlino, negli anni 1827-1828 Schinkel costruì pure il palazzo per il principe Carlo, con una grande sala in stile pompeiano, e dal 1830 al 1832 il palazzo per il principe Alberto, che presentava il singolare accostamento di un maestoso scalone interamente in ferro battuto e decorazioni nello stile di una casa dell’antica Roma. Purtroppo entrambe queste architetture sono state distrutte nella II Guerra Mondiale. Una menzione merita parimenti il castello di Bad Homburg in Assia, nella cui ala inglese esiste una sala da pranzo interamente decorata con pitture parietali in stile pompeiano, eseguite da Johann Daniel Scheel (1773-1833) dal 1826 al 1829.

(L’esistenza del borgo di Homburg è attestata già nel XII secolo e nel XIV secolo fu costruita una fortezza a sua protezione; ambedue furono acquistati dai Signori di Eppstein nel 1487. Nel 1678 il langravio Federico II di Assia-Homburg decise di trasformare la fortezza medievale in castello barocco e di rifondare la città nel medesimo stile. I lavori, affidati all’ingegnere Paul Andrich, andarono avanti fino al 1708.

Una terza fase di ristrutturazione iniziò nel 1818 e fu condotta dall’architetto Georg Moller. Colantoni 2021, pp. 16-22, 40-42.)

7.     La Baviera come parte dell’Impero romano

Prima di parlare del Pompejanum, di chi lo volle e di chi lo edificò, è opportuno rimarcare come l’odierna Baviera abbia fatto parte (seppure con un nome diverso) del mondo romano e come quindi una simile opera non le sia affatto estranea ma al contrario rappresenti il recupero di un retaggio che era stato a lungo dimenticato.

La Rezia fu conquistata da Augusto nel 15 a.C. e fu ben presto organizzata in provincia con capitale a Campodunum (odierna Kempten), che nel II secolo d.C. fu trasferita ad Augusta Vindelicum (odierna Augusta). Vespasiano spostò il confine della provincia a nord del Danubio stabilendovi alcuni presidi militari, cui Traiano aggiunse le torri di avvistamento. Sotto il regno di Marco Aurelio la Rezia fu investita dai Marcomanni, i quali raggiunsero Augusta Vindelicum. Molti piccoli insediamenti furono abbandonati innanzi alla loro avanzata, ma i Romani tornarono a popolarli dopo che gli invasori furono andati via.

Mentre prima vi si mantenevano solo forze ausiliarie, adesso la provincia fu protetta dalla 3° Legione italica di stanza a Reginun (odierna Ratisbona) e fu retta da un legatus Augusti pro praetore. L’età dei Severi trascorse tranquilla e fu addirittura prospera ma nel 254 d.C. Alamanni e Jutungi saccheggiarono la Rezia, tuttavia un altare della Vittoria ritrovato a Ratisbona nel 1992 celebra la vittoria dei Romani su questi nuovi invasori il 24 aprile 260 d.C.

Le riforme di Diocleziano condussero al frazionamento delle province in province più piccole con nomi diversi raggruppate in Diocesi, a loro volta raggruppate in in Prefetture da Costantino.

In particolare, la Rezia fu divisa in Raetia prima e Raetia secunda. La prima corrispondeva all’odierna Svizzera, la seconda alla Baviera ed al Tirolo. Entrambe appartennero alla Diocesi Italia annonaria, governata da un vicarius con sede a Milano, che a sua volta faceva parte della Prefettura Italia. Ognuna delle due citate province era retta da un governatore civile con il titolo di praeses e sede rispettivamente a Coira e ad Augusta. In quest’ultima città vi era anche il comandante militare che era unico ed aveva il titolo di dux provinciae Raetiae primae et secundae.

Nella Raetia prima una popolazione romana, con amministrazione pubblica romana, era ancora presente ai tempi di Carlo Magno mentre la Raetia secunda, una terra confinaria, era stata quasi completamente abbandonata dai Romani e da loro affidata, con il rango di foederati, al popolo dei Baiuvari, da cui discesero nel Medio Evo gli odierni bavaresi. (Fischer 2020, pp. 184-191, 243-244, 277-281.). 

Fine Prima Parte. 


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