Economia Catene produttive

Allarme plastica, mancano polimeri, nella farmaceutica e negli alimentari

Il rischio è che si riduca anche la disponibilità di prodotti per fare fronte all'emergenza Covid

Allarme plastica, mancano polimeri, nella farmaceutica e negli alimentari

Manca la plastica. E non perché siamo diventati così verdi da farne a meno. AI contrario, il materiale è sempre più richiesto in tempi di pandemia. Ma le imprese oggi faticano ad approvvigionarsi al punto da essere costrette a fermare linee di produzione. Il rischio è che si riducano le forniture di prodotti essenziali per fronteggiare il Covid, comprese le siringhe peri vaccini, di cui il mondo deve procurarsi milioni di pezzi in tempi rapidi.

È una vera e propria emergenza quella che stanno vivendo migliaia di imprese, soprattutto in Europa: non solo i prezzi dei polimeri sono saliti alle stelle - addirittura al record storico nel caso del polietilene - ma sul mercato si stanno verificando carenze. Gli ordini non sempre riescono ad essere soddisfatti, talvolta nemmeno quando si è disposti a pagare a peso d'oro.

«Sul mercato spot non c'è materiale e quando si trova è a prezzi stratosferici: prendere o lasciare», sintetizza Fabrizio Gallié, senior consultant di Icis. È l'ennesimo anello spezzato nelle supply chain, messe a dura pro va dal virus e da una globalizzazione in cui il Vecchio continente pesa sempre meno in termini di potere d'acquisto. Qualcosa di simile sta accadendo nell'automotive, in cui le fabbriche chiudono per la difficoltà a procurarsi semiconduttori.

«Non siamo l'unico settore a cui mancano materie prime o semilavorati ed è paradossale che non se ne parli abbastanza», denuncia Luca lazzolino, presidente di Unionplast. «Abbiamo scalato montagne per resistere al Covide ce l'abbiamo fatta. Ora ci dobbiamo inginocchiare di fronte alla mancanza dimateriali». La scarsità di polimeri ha costretto oltre l'8o% delle imprese italiane trasformatrici a ridurre la produzione di plastica, secondo un sondaggio dell'associazione. E l'emergenza, che non riguarda solo il nostro Paese, comincia a fare paura. Non solo c'è il rischio di impatti sull'occupazione, in un settore che in Europa dà lavoro a 1,5 milioni di persone in oltre 53mila imprese, ma la situazione minaccia di «compromettere la fornitura di prodotti rilevanti» anche in industrie chiave come la farmaceutica e l'alimentare. L'allarme è condiviso da altre associazioni europee del settore.

«Ci sono impianti rimasti senza materiali e altri che, pur avendo messo da parte scorte ragionevoli, ora rischiano di finirle», affenna Ron Marsh, presidente della Polymers for Europe Alliance: un altro mese di emergenza e i supermercati resteranno a corto di imballaggi, teme l'Alleanza in reazione a una crisi analoga, ma a questo punto - sospettano gli esperti - forse meno grave di quella odierna.

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Il costo dei polimeri si sta spingendo oltre i livelli raggiunti (per un breve periodo) nel 2015. E i rincari - benché «non facili da riversare a valle» secondo lazzolino – prima o poi potrebbero trasferirsi ai prodocti finiti, alimentando le tensioni inflazionistiche che già preoccupano i mercati. In Europa il prezzo delle materie plastiche ha cominciato a salire lo scorso autunno, ma da circa un mese l'impennata è diventata a dir poco vertiginosa. Il polietilene a bassa densità (Ldpe), una delle resine più utilizzate, con impieghi soprattutto nel packaging alimentare, ha raggiunto un valore di 1.903 euro per tonnellata sul mercato spot, un record storico, rincarando del 10% solo nell'ultima settimana e di oltre il 50% da ottobre secondo le rilevazioni di Piatts.

Nel giro di cinque mesi ci sono stati i rialzi di prezzo superiori al 40% anche per il polipropilene (Pp), che oggi costa più di 1.600 euro per tonnellata, e per it Pet delle bottiglie di plastica (polietilene te raftalato), mentre per il polistirene (Pp) il rincaro sfiora il 70% È mercato è letteralmente impazzito quando a metà febbraio un'anomala ondata di gelo in Texas ha messo ko decine di stabilimenti petrolchimici, cruciali per rifornire non solo per gli Stati Uniti, ma anche i mercati di esportazione. Questa tuttavia è stata solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso. I rincari e le carenze di polimeri sono «il frutto di una lunga concatenazione di eventi», spiega Gallic dell'Icis, secondo cui è improbabile che assisteremo a una vera e propria svolta «almeno fino ad aprile-maggio», quando l'offerta dagli Usa sarà tornata abbondante e saranno finite anche le pesanti manutenzioni previste dai fornitori europei e cinesi.

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Altri esperti, più pessimisti, temono che la tensione sul mercato durerà ancora 6-8 mesi. Anche il rally dei petrolio, innalzo del 30% da inizio anno, influisce sui prezzi dei polimeri. moire molti problemi all'origine dei rincari rimangono irrisolti, compreso il caos logistico nel settore dei container via mare, che contribuisce non poco a limitare e a rendere più costosi gli approvvigionamento. Anche l'offerta è lenta a riprendersi. In Texas ora il peggio è passato, ma la situazione non è ancora normalizzata, specie sul fronte dell'export; per i fornitori è prioritario recuperare Ìe consegne arretrate ai clienti Usa e ricostituire il magazzino. Inoltre anche altrove si sono verifícate difficoltà produttive, non tutte superate: al 19 febbraio la Polymers for Europe Alliance contava ben 27 casi di forza maggiore in giro per il mondo, che hanno ridotto soprattutto l'offerta di potiolefine e di Pvc. Nel frattempo la domanda corre molto più del previsto, anche in Europa dove qualche mese fa erano in pochi ad aspettarselo.

Il Vecchio continente ha chiuso il 2020 con scorte di polimeri ridotte all'osso: l'incertezza legata al Covid scoraggiava gli acquisti e incoraggia va piuttosto ad esportare, forse un po' troppo col senno di poi. Nel frattempo la Cina, riemersa in anticipo dalla pandemia, comprava a man bassa, contribuendo a riaccendere i prezzi.


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