Cultura Storia sicula

La tomba di Federico

Il mazzo di fiori

Chi lascia sulla sua tomba di alabastro rosso un mazzo di fiori (che – ne sono certo – non è gradito), sarà un siciliano o una tedesca, sarà cristiano o musulmano o ebreo o ateo, certamente è un devoto. Perché nei confronti di Federico, complice anche una certa corrente storiografica, l’atteggiamento dei più è quello proprio della devozione, molto più dell’ammirazione.

E ne deriva anche il sempre acceso dibattito se l’Hohenstaufen fosse più siciliano o più tedesco. Se si pensa all’Imperatore del Sacro Romano Impero e al suo tentativo di limitare il potere dei baroni per accentrarne il più possibile nelle competenze del monarca, viene da pensarlo teutonico. Se consideriamo il suo atteggiamento nei confronti della chiesa, o meglio del Papato, appare in tutta evidenza la sua sicilianità. E seppure gli ultimi studi storici hanno definitivamente smentito la vicenda – che adesso possiamo rubricare come leggenda - della sua infanzia vissuta tra i vicoli della Palermo antica, tra vastasi popolani suoi coetanei e quindi una sua sicilianità assunta insieme al latte materno e alle prime nozioni sull’arte del comando, noi lo vogliamo immaginare più siculo che tedesco. Quella caratteristica, diffusa assai tra gli isolani (più negli attuali che in quelli coevi dello Stupor Mundi), che rendeva l’Imperatore molto scaltro nelle contrattazioni. Una scaltrezza dimostrata quando dovette disobbedire. Perché anche l’Imperatore più potente della Terra – a volte – deve obbedire (oppure disobbedire, com’è nel caso). Deve farlo quando si presenta alla soglia di Pietro, elegante perifrasi per dire Vaticano, per dire Chiesa, per dire Papa.

Quando da Roma partì la pergamena con la “preghiera”, a Palermo la corte federiciana non poté non preoccuparsi: andare a fare la Crociata, come chiedeva il Papa, o restarsene a casa?

Andare a liberare Gerusalemme significava fare il dovere di ogni buon cristiano. Se il cristiano si chiama Federico ed è Imperatore di Germania e Re di Sicilia, il dovere di fare la crociata è nel suo stesso sangue. Non può sottrarsi al dovere di far scorrere il sangue infedele, e liberare le pietre calpestate dal figlio di Dio dall’odiato drappo con la mezzaluna.

Oppure restare a casa. Il che significa continuare a fare baldoria con le femmine di quella stessa razza infedele, di fare musica e poesia, di godere del fresco dei giardini della Conca d’Oro e, se proprio qualche testa bisogna staccarla, meglio quella dei semi-barbari che vogliono a tutti i costi la libertà di questa cosa che chiamano pianura padana, che chiamano Lombardia. Ma una cosa è infangarsi gli stivali tra l’Adda e il Mincio in missioni di due mesi, un’altra è arrostirsi la testa per un anno e forse più dove l’unica cosa bella sono i falchi, il resto è sabbia e pietre, scheletrici ulivi e infedeli cruenti e convinti.

Obbedire oppure no all’invito, prima grazioso e poi più pressante? Questo il problema di un uomo destinato a fare il milite, nonostante fosse nato poeta.

Quell’Onorio si era fatto insistente. E gli inviti tanti, sempre più continui. E poi, morto Onorio, anche il successore si mise in testa che bisognava fare la Crociata, sarebbe stata la sesta, e l’Imperatore non poteva dire di no. E Federico disse di si. E però, come sempre, se un destino è scritto, non si può cancellare: partiti per la Crociata, i cristiani furono sterminati in pochi giorni non dagli infedeli, ma da una epidemia. Lo stesso Hohenstaufen venne colpito dal morbo e dovette tornare prima a Otranto, e poi a Pozzuoli per curarsi. Il Santo Padre ritenne però questa di Federico una scusa (certo, va detto, molto ben congegnata se dovette convincere un potente virus a fare strage di poveri innocenti che non videro nemmeno Corfù, altro che Gerusalemme). Dopo la minaccia, la conferma: scomunica per l’Imperatore.

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E quel poverocristo del tedesco (già scomunicato dal Santo Padre) dovette abbozzare. Rimesso in sesto l’esercito e il suo organismo debilitato, partì per l’Oriente: era il 28 giungo 1228.

E siccome Federico era un Hohenstaufen (chissà quanti suoi sudditi, fatta eccezione per i tedeschi, avranno pronunciato quel cognome in modo più o meno originale) con in testa la corona imperiale, ma nel suo cervello si era impresso lo spirito siculo, in Terrasanta si presentò, e subito dopo decise che la migliore strategia non era quella di buttare sangue, cristiano e saraceno, ma molto più semplicemente e proficuamente accordarsi, trovare il più classico compromesso, un atto di alta politica e di efficiente strategia. Un democristiano ante-litteram. L’Imperatore incontra quindi il sultano Al-Malik al-Kamil, nipote ed erede del grande Saladino, e stila l’accordo: la sacra città di Gerusalemme passa in mano cristiana (come voleva il Papa) ma senza mura, tranne per l’area del demolito Tempio di Salomone.

Una vittoria ottenuta senza combattere, che però fece infuriare il Papa, che non riteneva crociata una crociata senza sangue.

Il tedesco Federico ubbidì al Papa, ma il siciliano Federico fece di testa sua. Come fu, e come non fu, il Papa ritirò la scomunica che incombeva sul capo coronato. Per poi tornare a scomunicare lo Svevo quando questi, tornato dalla Palestina, mosse guerra contro il Pontefice. Ed anche in questo caso, la duplice personalità del biondo imperatore emerse tutta: il tedesco inviò le truppe, per mare e per terra, per bloccare Roma; il siciliano si mosse nell’ombra della Curia vaticana, convincendo moltissimi cardiali a sollevarsi contro l’anziano Gregorio nono utilizzando un modernissimo slogan :“Io combatto il papa ma non la Chiesa”.

Ma era siculo o teutonico il grande Federico quando, e adesso ne ricordiamo il 790°, decise di deportare a Lucera, in Puglia, i musulmani di Sicilia?