Cultura Scoperta storica

Domingo de Cerratón: da Burgos a Scicli, storia di un ritrovato "camino"

Un fantasma emerge dalle pagine di storia e diventa figura centrale nella Scicli post terremoto

Madrid - Non avrei mai immaginato che una semplice chiacchierata con Padre La China, peraltro scambiata in tutta fretta alla vigilia di una mia partenza per Madrid, avrebbe potuto generare conseguenze così imprevedibili e interessanti.

In quell’occasione, Padre La China, commentando un mio articolo sulla tela del “Cristo di Burgos” e i Cerezo da me pubblicato sul giornale “on line” Ragusa News, mi comunicava la sua sorpresa nel ritrovare, presso l’Archivio di Stato di Modica, un numero impressionante di procure rilasciate dal sergente maggiore della Sergenzia di Scicli. Erano date, nei primissimi anni del Settecento, per aderire a formali richieste di comparatico avanzate dalle più illustri famiglie della Contea di Modica, concesse in nome proprio dal sergente e a volte in nome del figlio quattordicenne.

Bastò una rapida consultazione del testo dell’arciprete Antonino Carioti “Notizie storiche della città di Scicli”, edizione a cura di Michele Cataudella, per mettermi sulle tracce di un uomo, Don Domenico Ciarraton, dal nome strano e, apparentemente, sconosciuto e nuovo.

Promisi a Padre La China che avrei fatto un’eventuale ricerca presso la Biblioteca Nazionale di Madrid, non appena gli impegni e il tempo me lo avessero permesso.

Il provvidenziale arciprete Carioti scriveva nelle sue “Notizie storiche” a proposito di lui:

“Don Domenico Ciarraton, nobile di Spagna e cavagliere dell’Ordine di San Jacopo, ammogliato con donna Teresa Isco Quinquoses, dama di Valenza, provveduto della sargenzia di questa piazza d’armi (Scicli, ndr) mentre serviva di cameriere l’uno al duca di Uzzeda, Grande di Spagna, e l’altra di damicella alla duchessa moglie, passati in Palermo col duca in figura di vicere di questo regno (Sicilia, ndr), ove fu decorato di questo posto per i suoi serviggi prestati alla Corona (di Spagna, ndr), doppo alcuni anni fu in necessità, per l’impiego militare a sé commesso, portarsi qui in Sicilia e conseco due figli impuberi, l’uno per nome Don Pietro, l’altro Donna Rosalia.”

Il fatto stesso che il Carioti lo presentasse come “cavagliere dell’ordine di San Jacopo” m’indusse a cercare fra i documenti degli “Ordini Militari” spagnoli, custoditi presso l’”Archivo Histórico Nacional” e fu là che cominciarono le sorprese.

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Il nostro cavaliere era effettivamente un cavaliere di Santiago. Non fu difficile per me risalire, dunque, grazie all’archivio dell’ordine, al cosiddetto “expedientillo”, il processo inquisitoriale al quale l’ordine sottoponeva e ancora sottopone chiunque aspiri al sacro abito.

L’Ordine dei Cavalieri di Santiago è uno dei più prestigiosi ordini monastici militari (sec. XII) non solo spagnoli ma anche del mondo.

S.A.R. il principe di Asturias, Filippo di Borbone, figlio del Re di Spagna Juan Carlos I e, per costituzione e antica tradizione, erede designato al trono, riveste attualmente in esso la dignità di Comendador Mayor di Castiglia.

L’Ordine si rese necessario soprattutto dopo l’anno Mille per accogliere, proteggere e aiutare i numerosi pellegrini che, da tutta l’Europa, giungevano a Santiago di Compostela per venerare la tomba dell’Apostolo Giacomo, secondo una pia e consolidata tradizione.

Una doppia investitura con una doppia disciplina vincolava il cavaliere. Le regole militari da una parte avevano la funzione di caratterizzare la vita e l’opera dell’adepto nel mondo e la regola di Sant’Agostino dall’altra contribuiva, come guida spirituale, a fare di lui un esempio autentico e indiscusso di vita e pietà cristiana.

Questo spiega il rigore con il quale l’ordine procedeva e ancora procede nel concedere l’”abito”.

In una Spagna perennemente invasa dai mori e continuamente liberata dagli eserciti cristiani, l’immagine di Santiago “matamoros”, apparso secondo una pia e antica leggenda in aiuto dell’esercito cristiano asturiano durante l’epica battaglia di Clavijo (sec. IX), è il simbolo più potente ed efficace della “Reconquista”, l’espressione di una “cattolicità” che da sempre ha contraddistinto la nazione spagnola.

Dall’ “expedientillo”, che porta la data del 12 marzo del 1696, emergono la vita e le opere del capitano don Domingo de Cerratón (o Zerraton) con una dovizia e pignoleria di particolari tali da permetterci senza ombra di dubbio, come in un immenso puzzle, di ricostruire la storia della sua famiglia, della comunità dei Monti dell’Oca che lo espresse, dell’ambiente politico e culturale del quale fece parte.

Il processino inquisitoriale (expedientillo, appunto) dell’Ordine prevedeva, infatti, un’indagine familiare fino al quarto grado compreso che avrebbe dovuto appurare la totale assenza di “bastardia”; l’indispensabile requisito di “hidalguía” (nobiltà di lignaggio ma soprattutto d’animo); la purezza di sangue (da eventuali commistioni giudaiche o moresche); la constatazione di una vita e condotta irreprensibili, dichiarata dalla Santa Inquisizione; l’indiscutibile fede cattolica; una possidenza economica idonea tale da garantire, se necessaria, una certa indipendenza.

Il documento – davvero venerabile!- consta di circa duecentocinquantasei pagine scritte a mano a cura dell’”escribanía” dell’ordine. Come tutti i documenti antichi, richiede una trascrizione e interpretazione corretta di sigle e abbreviazioni. E’ redatto in un elegante castigliano del “siglo de oro” e, per questo, ancora più interessante e importante.

Alla rituale domanda: “Chi fu al secolo Domingo de Cerratón?” Ho cercato naturalmente, servendomi di questo specialissimo aiuto, di dare delle risposte.

Domingo nasce con molta probabilità il 29 settembre del 1658 a Villanasur, uno dei sette villaggi compresi nella “Hermandad dei Monti dell’Oca (1)” sulla strada del “Camino di Santiago”. Una comunità montana di Burgos ai confini con il territorio di Palencia. Il 29 settembre è la data del suo battesimo, contenuta in un altro venerabile documento da me rintracciato presso l’”Archivio della cattedrale di Burgos”. I genitori Pedro de Cerratón e Casilda Martínez de Cerratón lo battezzano nella chiesa parrocchiale della “pedanía”(2). Amministra il sacramento il sacerdote Juan De Porres. Sono suoi padrini Andrés Depradano, chierico e beneficiato di quella parrocchia e Maria Saez. Testimoni Miguel Jigante e Domingo Hernaez.

Tale documento ha un valore grandissimo se si pensa che non sarebbe stato rintracciato dagli abili e pur attenti inquisitori dell’Ordine di Santiago i quali, invece, trovarono altra “partida”(3) relativa a un battesimo amministrato a Domingo de Cerratón nella vicina pedanía (2) di Carrias, dove i genitori avevano abitato per lunghi periodi, datata 9 marzo 1657, un anno e mezzo prima circa del documento da me ritrovato. Sarà quest’altra “partida” a depistare gli inquisitori dell’ordine che non esiteranno a contestare al Nostro data e luogo di nascita da lui stesso dichiarati all’atto della richiesta dell’”abito”.

Con ogni probabilità quest’ultima fede di battesimo, presa per buona dagli inquisitori, si riferisce a un fratello di Domingo morto in tenerissima età, la cui perdita i genitori avevano voluto ricordare con altra gravidanza, al frutto della quale, un altro maschietto, avevano poi imposto lo stesso nome: Domingo.

Come si conviene ai rampolli delle famiglie più importanti di un certo territorio (uno zio paterno era stato alcalde (4) di Madrid e dell’Hermandad (5) dell’Oca; un altro, revisore dei conti della monarchia; uno zio del padre, giudice della Santa Inquisizione, del quale avevano ereditato le sostanze), Domingo, sin da ragazzino, fu affidato alle cure di Pietro de Colón (1651-1710), Duca di Veraguas, nipote di Cristoforo Colombo, esponente di una delle famiglie più in vista nella Spagna di Carlo II. Probabilmente, quest’affido era avvenuto al tempo in cui il duca di Veraguas era stato nominato Capitano generale di Galizia (1677-1679).

Il duca di Veraguas (e non, come erroneamente indicato dal Carioti, il duca di Uzeda) prenderà sotto la sua protezione il giovane Domingo che dapprima farà parte della sua corte personale in qualità di paggio. Lo seguirà in tutti gli spostamenti e, raggiunta la maggiore età, ne diventerà il “maggiordomo”, incarico di grande prestigio corrispondente oggi a un amministratore delegato di una moderna società.

Domingo seguirà il Duca di Veraguas anche a Valenza (1679-1680), dove l’illustre protettore ricoprirà l’importante incarico di Viceré. A Valenza con molta probabilità il Nostro conoscerà la compagna che gli resterà fedele per tutta la vita e anche dopo la morte: Teresa Izco Quinquoces, rampolla di una delle famiglie più importanti di Gandìa.

Domingo sarà sempre al fianco del Duca nelle ardite imprese da questi compiute come generale delle Galere di Spagna nel bacino occidentale del Mediterraneo, durante l’assedio di Orano, nella lotta alle scorrerie piratesche che infestavano quello specchio di mare.

Accompagnerà il Duca a Palermo nel 1696 quando succederà a Giovan Francesco Pacheco, duca di Úceda, nel difficile e delicato incarico di governare la Sicilia, devastata dal terremoto del 1693.

L’anno 1696 è una data importante nella vita di Domingo.

Già circa otto anni prima il Duca di Veraguas, suscitando le gelosie e le ire della nobiltà spagnola, lo aveva premiato, contravvenendo a tutte le consuetudini, con il grado di capitano.

Un riconoscimento sicuramente meritato al quale non era estraneo il contributo dato dal Nostro durante l’assedio di Orano e la conquista della fortezza di Mazalquivír (1688).

Come prima ricordato, il 1696 è l’anno nel quale Domingo chiede (e ottiene) l’investitura del cavalierato dell’ordine di Santiago.

Stranamente è anche la data apparsa sulla tela durante il restauro del Cristo di Burgos, dipinto alla maniera dei pittori Cerezo, padre e figlio, oggi esposta nella splendida Chiesa di San Giovanni Evangelista di Scicli come c’informa Paolo Nifosì nel suo articolo: “Il Cristo di Burgos, un’icona singolare di cui Scicli è custode.”.

E’ noto che i cavalieri di Santiago sono devotissimi del Cristo di Burgos, altrimenti chiamato di San Agustín, gelosamente custodito per secoli proprio nel monastero dei monaci agostiniani di Burgos.

E’ nota anche la pia consuetudine, sviluppatasi tra i cavalieri dell’ordine di Santiago, di commissionare pitture del Santissimo Cristo alla maniera dei Cerezo.

Nel 1696 Domingo è, dunque, a Palermo accanto al suo importante protettore il Duca di Veraguas, diventato nel frattempo viceré di Sicilia.

Rivela questo passaggio il nome della figlia, Rosalia, il primogenito portava il nome del padre Pietro.

La Sicilia in macerie smette di piangersi addosso e intraprende freneticamente una ricostruzione che ha il sapore di una silenziosa e drammatica elaborazione del lutto.

Le nuove e ardite architetture barocche operano una spettacolare e mirabile sintesi tra l’oblio della memoria e il desiderio di ricominciare. La forma moderna concepita come fame di futuro e pegno di vita nuova.

Il terremoto aveva già spazzato via le vecchie architetture comitali sulle quali si reggevano i fasti e le mollezze di un conte assente e lontano, notissimo invece alla pettegola corte di Madrid per i suoi intrighi e i suoi scandali. Di questa corte era ostaggio ogni giorno di più un debole sovrano, Carlo II, soprannominato “hechizado” (lo stregato) per la sua soggettiva impotenza a dare una discendenza a un regno sempre più frammentato e indebitato.

Il terremoto del 1693, che aveva sconvolto la contea di Modica, aveva appena turbato i pensieri del conte padrone. Anche se improvvisamente Juan Tomás Enriquez de Cabrera, questo era il suo nome, aveva provveduto a cambiare amministratore.

La fame, la miseria e il dolore erano lontanissimi da una Madrid già fibrillata per una guerra di successione, in atto aperta prima del decesso del re, avvenuto il 2 novembre del 1700.

Juan Tomás Enriquez de Cabrera, come molti nobili della corte madrilegna, avrà il grande torto di non aver saputo leggere fra le pieghe nascoste della storia.

Il duca d’Angiò, nipote di Luigi XIV, figlio del delfino di Francia,  poi Felipe V, troverà nel conte di Modica, partigiano dell’arciduca Carlo d’Austria, il suo più feroce e giurato antagonista al quale non esiterà,  in seguito,  a confiscare i beni già prima ancora delle risoluzioni del trattato di Utrecht (1713) dal quale sarà definitivamente consacrato re di Spagna.

Dal 1695 nella contea di Modica comincia dunque la ricostruzione.

Il cambio del viceré a Palermo, dal duca di Úceda al duca di Veraguas, va letto anche in questa direzione. E ancora di più si può capirlo se pensiamo che a Scicli già nel 1701(per studi più approfonditi rimando a Padre La China) il duca di Veraguas nomina sergente maggiore della IV sergenzia siciliana proprio il suo protetto, capitano Domingo de Cerratón, originario di Burgos.

Il Carioti è, in fondo, un ragazzo quando Domingo arriva a Scicli. Il nostro arciprete nasce, infatti, l’1 agosto 1683 da Giovanni Carioti e da Margherita Impera.

Il ritratto, però, che ci lascia del sergente è molto incisivo e ben circostanziato.

“Il primo avviso che diedero a questi nazionali fu il santo timore di Dio, che governava se stessi e la famiglia. La servitù, addottrinata nella stessa scuola de’ padroni, faceva una grande famiglia alla santità di essi. Loro, quasi sempre applicati all’orazione e all’esercizi della cristiana pietà, non lasciavano di volerne compagni i servidori, ed i figli ancorché teneri. La frequenza de’ sacramenti, le soprabbondanti e continue limosine, che dispensavano, erano i segni più ordinari della buona condotta di loro vita. Fra le comparse festive della città, che alcune ne fecero con molta pompa, eglino e figli in un tempo stesso comparvero quali nacquero, è vero, ma non lasciarono in mezzo alle stesse la gravità nelle loro azioni, e l’umiltà con cui l’accordavano con sant’ammirazione di tutti.”

Una vita sopra le righe, dunque. Fatta di grandi ricevimenti ma anche di preghiera e di sapiente equilibrio. Una presenza, quella di Domingo, all’interno della vecchia contea di Modica, prestigiosa, importante, vera longa manus di un potere percepito un tempo come altrove lontano ma ora, invece, prossimo e raggiungibile.

Ecco spiegato il mistero delle numerose procure di comparatico!

Scicli vantava finalmente una presenza importante che avrebbe con certezza pesato sui fragili equilibri dell’aristocrazia locale.

Il sergente maggiore partecipava, per diritto, a tutti gli eventi che potevano interessare la città e il popolo. Non è azzardato pensare, dunque, che parte della sua ricostruzione sia stata da lui personalmente pilotata.

Ma non solo la ricostruzione della città.

Domingo s’identifica con Scicli. Si dà da fare per aiutare la gente che ha perso tutto.

“Sempre ebbe l’occhio a questo rifugio (una casa di accoglienza per ragazze povere, nucleo iniziale del convento di Santa Maria degli Angeli in Scicli, ndr.) Egli provvide di letti le zitelle e di arnesi fin la cucina.”

Riscopre nella leggenda della Vergine guerriera, accorsa in aiuto dell’esercito cristiano, durante la battaglia avvenuta nel 1091 sul litorale di Donnalucata tra le truppe di Ruggero d’Altavilla e le altre capeggiate da un non meglio identificato corsaro saraceno per la liberazione dell’Isola, le profonde ansie della Reconquista spagnola. La vicenda di Santiago matamoros fa scattare in lui l’impeto di una fede purificata e sincera, suggerita dalla forte devozione “xacobea” alla quale era stato educato sin dalla più tenera età.

E’ impressionante, infatti, la somiglianza della statua equestre della Madonna delle Milizie con l’altra di Santiago matamoros.

“Il pio sargente – c’informa il Carioti – sempre ebbe l’occhio… all’eremitorio della Madonna delli Milici, e non ebbe a rossore dispensarvi dentro più ore del giorno per soprastare a’ maestri muratori che vi faticavano. Chiamò alcuni eremiti da Noto per abitare l’antico eremitorio delli Milici, per più anni non abitato, che di un solo sacerdote ed un sacristano, che serviva la chiesa.”

Il canonico Giovanni Pacetto nel suo “Memorie istoriche civili ed ecclesiastiche della città di Scicli” (ed. a cura di Antonio Sparacino) accredita addirittura un’amicizia col venerabile Girolamo Terzo, la cui presenza è ampiamente documentata presso il convento del Carmine di Scicli in quel periodo. Su tale argomento rimando, comunque, alle ricerche di Padre La China.

E’ curioso apprendere dallo stesso Carioti che

“Il popolo sciclitano l’anno 1708 circa a 2 giugno implorò l’aiuto della sua antica liberatrice e dalla chiesa che n’è due miglia lontana, condusse in processione la statua della Madonna delli Milici, gridando intanto tutti in abito di penitenza: Viva Maria e ci liberi dalle locuste. Gran fatto: tra il passare di quella statua e il morire e fuggire delle locuste fu tutto a un tempo.

…………………………………………………………………………………………………......

Tanto fu per gratitudine e in memoria di questa moderna liberazione…la città fece voto solenne di fare ogn’anno a due luglio quella processione in onore della Vergine, ma a maniera di trionfo, con macchine bizzarre, apparati e quant’altro il brio e il lieto e amabile genio de’ cittadini.

……Però in ogni anno nel sabato che precede alla Domenica di Passione, in memoria della Vergine, che in quel dì liberò da’ Saraceni la città di Scicli, si conduce in processione una statua di lei armata a cavallo, e oltre a tutte le confraternite e regolari e clero e le quattro insigni colleggiate v’intervenne una bella cavalcata di nobili e tutta la soldatesca di Scicli (sic!, ndr), che va salutando la loro Avvocata in abito di guerriera.”

Il Carioti già nella sua raccolta di “poesie divote sulle litanie di Maria Immacolata sì nel racconto dell’apparizione di Maria Vergine Militi, volgarmente detta delli Milici”, data alle stampe nel 1732, al sonetto VIII appone una breve nota, questa: “Nel portarsi processionalmente fuori la città di Scicli la statua equestre della Vergine delle Milizie.”

Tutto allora fa pensare a Domingo de Cerratón e come potrebbe non essere altrimenti?

Con quasi certezza la statua equestre della Madonna delle Milizie è frutto della sua trasfigurata devozione a Santiago matamoros.

Il Carioti parla nel suo sonetto di una processione fuori le mura con la statua equestre della Madonna. Si riferisce evidentemente alla processione del due luglio. E la statua equestre già esisteva!

Alla luce di queste importanti deduzioni, la statua equestre della Madonna delle Milizie, frutto dell’intuizione e del genio di un gagliego, si conferma, per ciò, il prototipo dei simulacri equestri venerati nella nostra contea di Modica.

Non mi pare più accettabile, per quanto sensata, dunque, l’ipotesi di Bartolo Cataudella e di altri che volevano la nostra Madonna guerriera un alter ego di San Giorgio. La statua equestre di San Giorgio di Modica e successivamente l’altra del San Giorgio di Ragusa risalgono, com’è noto,  a epoche molto più tarde. A questo punto è valido proprio il contrario.

La vita di Domingo tra noi è segnata purtroppo dal lutto. Non sappiamo con esattezza l’anno ma improvvisamente verranno a mancare i due ragazzi. Così il Carioti ci dà notizia:

“ Il Signore però tutto ad un colpo doppo alquanti giorni di febbre maligna tolse a sì degna coppia di sposi entrambi i figli e fu a…Quanto pianse questa città in accidente sì funesto, altrettanto mostrarono la loro generosità cristiana i genitori, che con eroica rassegnazione al volere divino si acchetarono.

Sepolti che furono nella Chiesa del Carmine, ove si fecero le più pie e sontuose esequie, con santa invidia ( i Cerratón, ndr.) si applicarono a beneficare co’ loro preziosi arredi le chiese di Scicli. Moltiplicarono viepiù l’elemosine a’ poveri ed il monistero di San Giovanni, che prese di mira la pietà della sposa, fu rigalato d’un nuovo apparato di seta, che teneva lesto per la sua camera, ed altre tele colorite de’ più maestri pittori, oltre d’altri generi di qualche spesa. La cappella maggiore presso a cui restava il sepolcro de’ loro figli, restò beneficata con la custodia, e la tribona, che chiude la Vergine titolare del convento.”

A questo punto la tesi del Nifosì che voleva la tela del Santo Cristo di Burgos, donata al monastero di San Giovanni da eventuali eredi della fondatrice Donna Giovanna Di Stefano, baronessa di Donnabruna, non è più sostenibile. Il quadro del Santo Cristo di Burgos da oggi ha, per fortuna, un proprietario e una storia.

La vita di Domingo si spegnerà forse per l’impossibilità di esorcizzare il grandissimo dolore che gli causò l’improvvisa perdita dei figli.

“Avanzato nell’età incanutita il sargente sposo, lo tolse alla sposa ancora giovane Iddio per mettere in opera lo che fin dall’esterno restava decretato di questo monistero. Aveva di già risolto la Donna Teresa che, se avesse rimasta vedova, avrebbe passato al monistero di San Giovanni. Ma il Signor che la serbava per quello degli Angeli si servì del padre Giovanni Birelli e di mia zia suor Anna Impera dell’Ordine de’ Minimi, acciò facesse l’elezione di questo e non dell’altro.”

Notizie di prima mano, dunque, ci offre il Carioti.

La signora “sargentessa”, come la chiama in altra occasione, influenzata dai pii consigli di padre Birelli, un santo gesuita presente nel collegio sciclitano, originario di Randazzo, e dalle non meno pressanti richieste della zia del Carioti, Anna Impera, confortata dalla santa lungimiranza del venerabile Girolamo Terzo, come c’informa invece il Pacetto, stretta una croce fra le mani, lascia la casa e il mondo per ritirarsi nel Monastero degli Angeli di cui diventerà priora a vita.

“Venduto qui (a Scicli, ndr) tutto il mobile, d’un quintale e mezzo d’argento finissimo in Messina, e le gioie preziose per il metallo, per la maestria e per le pietre di gran valore, e tutto il valsente applicato alla compra di più possessioni, quanto bastarono alla fondazione di un monistero, divenne alla fine all’impetra della bolla per la professione.”

Il monastero di Santa Maria degli Angeli nacque ufficialmente l’11 maggio del 1712 per gli atti di notar Guglielmo Giuca. Fu approvato da Mons. Termini, arcivescovo di Siracusa, il 16 dicembre dello stesso anno.

“Ella –racconta ancora il Carioti - la signora di mattina uscita all’alba e stretto a’ mani il Santissimo Crocifisso, accompagnata da mia zia Suor Anna, sole si partirono verso il refuggio (il nucleo iniziale del monastero degli Angeli che consisteva in una povera casa di accoglienza per donne povere e sfortunate, di cui si era molto dato pena il sergente in vita, ndr.) e perché dovettero far passaggio vicino la Chiesa del Carmine, ove restavan sepolti e i figli e lo sposo, inginocchiatasi in mezzo la strada, offrì a Dio quell’amara memoria, che le ricordava quel tempio, e sciolta da que’ teneri impacci, che la tennero allora, volò, recitando le litanie, al refuggio di quelle poverelle, che l’aspettavano alla porta. “   

Suor Maria Teresa, questo fu il nome che assunse da priora la moglie di Domingo, visse in povertà il resto dei suoi giorni, condividendo il pane amaro della penitenza con le altre monache e con le donne meno fortunate alle quali la sua carità aveva regalato un sorriso e un riparo. Morì all’età di cinquantaquattro anni l’1 maggio del 1727 e fu pianta da tutta la città.

Rimando agli studi di Padre la China per un eventuale approfondimento di tutta la storia del monastero.

Domingo de Cerratón è rimasto per sempre tra noi. Il suo spirito aleggia su Scicli che amò e per la quale si spese, nella quale si consumò il dramma ultimo della sua esistenza, che alla fine scelse come unica e legittima erede.

Era doveroso squarciare il velo d’ombra che ha custodito impunemente la sua meritevole memoria.

La città nuova è il suo vero monumento. La Chiesa del Carmine, la cappella nella quale riposano i suoi poveri resti.

Spero che gli amministratori vogliano ricordarlo e ricordarsi di lui.

Questo mio scritto è diretto agli uomini che verranno, ai nuovi sciclitani dei quali egli fu, in un certo passato, padre, maestro e nume.

Nella procura data il 31 agosto IX Indizione 1711 presso il Notaro Girolamo Miccichè i Giurati della città e un comitato di cittadini illustri stabilivano davanti alla massima autorità del sergente D. Mattheus Novello di ricostruire l’antica Matrice, il duomo per eccellenza, “situ et loco in quibus prius era constructa” cioè nello stesso luogo dove si trovava prima di essere distutta dal sisma del 1693.

Domingo De Cerratón purtroppo già non c’era più.

Nel 1718 il Sergente maggiore di Scicli era un altro spagnolo, Don Diego Santazar.

CREDITI

Notizie Storiche della città di Scicli, Antonio Carioti, ed. del testo a cura di Michele Cataudella

Memorie istoriche civili ed ecclesiastiche della città di Scicli, Giovanni Pacetto, a cura di Antonino Sparacino

Archivio Diocesano di Burgos, Villanasur de Rio Oca, libro 1° de bautizados, folio 63 vte-64

Archivo Histórico Nacional – Madrid

Indice de pruebas de Los Caballeros que han vestido el habito de Santiago desde el año 1501 hasta la fecha formado por Don Vicente Vignau y D: Francisco R. De Uhagón, Madrid, 1901. Biblioteca Nacional Madrid

1955 -2005 Cinquant’anni di Archivio Sette secoli di storia, Vol II a cura di Anna Maria Iozzia

Il Cristo di Burgos, un’icona singolare di cui Scicli è custode, Paolo Nifosì

RINGRAZIAMENTI

Un sentito ringraziamento va al Direttore dell’Archivio della Cattedrale di Burgos Don Matías Vicario Santamaría, presidente del Capitolo della Cattedrale, per il premuroso e competente contributo dato a questa ricerca e a Padre Ignazio La China per le notizie di fondamentale importanza già in suo possesso e gentilmente concesse.

(1) Affluente del fiume Ebro.

(2) Frazione

(3) Fede di battesimo

(4) Sindaco

(5) Confraternita=Comunità=Consorzio

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