Cultura Scicli

S. Maria de plateis di Scicli: un esempio di cantiere tardo rinascimentale

La chiesa di Santa Maria La Piazza, un edificio di cui ci era un'unica, antica, foto, prima della demolizione

La chiesa di Santa Maria La Piazza a Scicli

Scicli - Il 22 febbraio 1566, decima indizione, alla presenza del reverendo Pietro Sanchez, ispano, beneficiato della chiesa parrocchiale Santa Maria de plateis di Scicli, presenti nella chiesa pure il vice vicario del clero della città, ven/ don Pietro Calvo, don Gregorio Zisa e don Alessandro Papaleo, procuratori del detto clero, a istanza di don Baldassarre Peralta, di don Mario Assenso, Giuseppe Melfi e di don Pino Campailla, procuratori e quest’ultimo nella qualità di economo della chiesa, dopo un acceso dibattito promosso dall’università di Scicli sull’opportunità di riparare e ampliare la vecchia fabbrica del tempio, dichiaravano solennemente aperto il cantiere della Parrocchiale perché la chiesa, opportunamente ampliata e messa in sicurezza, potesse così egregiamente soddisfare le richieste sempre più esigenti dei fedeli.
L’università cittadina, riconosciuta l’importante funzione sociale svolta dal’edificio, contribuiva alle spese del progetto di ristrutturazione con trecento onze da ripartire in tre comode rate di onze cento annuali.
Il beneficiato della chiesa rinunciava per tre anni alla terza parte dei proventi e dei frutti scaturiti dai censi legati alla “Messa dell’alba”. Scattava in contemporanea una generosa colletta tra sacerdoti e chierici del vicariato finalizzata alla devoluzione della tassa sul macinato, dovuta da ognuno di loro all’università, alla “marammata” cioè alla ricostruzione. Un’operazione estremamente moderna sotto il profilo fiscale.
Fu compilato un lungo elenco, dunque, di sacerdoti e chierici nel quale figurava come generoso contribuente tra gli altri il priore don Giovanni La Piana. La somma da lui portata in detrazione d’imposta corrispondeva, infatti, a due onze.
Parte così uno dei più grandi e importanti cantieri tardo rinascimentali non solo della città di Scicli ma dell’intera Contea di Modica.
Tutto il Cinquecento e soprattutto la sua seconda metà a Scicli erano stati caratterizzati da uno speciale boom economico che s’identificava nella proliferazione di fabbriche civili ed ecclesiastiche rivolte in specie a soddisfare le nuove ed emergenti esigenze di una città che nel corso del Quattrocento era lentamente scivolata dall’antica rocca di san Matteo verso le fertili e lussureggianti pianure in vista del mare.
L’operazione nasceva sotto gli auspici e la benedizione del vescovo di Siracusa, Mons. Giovanni Orozco y Arce.
Anche tra i privati e non solo fra uomini di chiesa si scatenò una pia gara di emulazione destinando lasciti cospicui ed elemosine alla ricostruzione della Parrocchiale.
Il 3 dicembre 1569 si celebrava con una messa solenne la presa di possesso del nuovo beneficiato, il magnifico rev/do don Giuseppe di Tommasi, canonico membro del capitolo della cattedrale di Siracusa e segretario del vescovo.
Di Tommasi aveva nominato per la circostanza suo procuratore in Scicli il rev/do don Lazzaro de Zisa.
La celebrazione si svolse in un tripudio di popolo, tra canti accompagnati dal suono dell’organo e cori salmodianti.
Effetto immediato della presa di possesso del Zisa, procuratore del Di Tommasi, fu la committenza di una grande cona che avrebbe dovuto presiedere e abbellire la nuova abside della Parrocchiale i cui lavori di consolidamento e di ampliamento dovevano essere stati con molta probabilità già ultimati.
Il 31 ottobre 1570, alla presenza dei testimoni, il rev/do Cataldo Cascata, don Francesco Murriali e l’onorato Nuzio la Piana, si davano appuntamento nello studio del notaio il rev/do Gregorio Impanito “monacus ordinis minoris santi Francisci” di Mineo “faber deorator” e l’onorato “magister Bernardinus Nigro ditto lo greco faber pitture” della città di Siracusa.
Entrambi firmavano in solidum un contratto d’opera “quam vice nomine et pro parte magistri Hyeronimj Fugiti, neapolitanj etiam faber deorandi”.
L’artista napoletano rappresentato dal monaco e dal Nigro non era tuttavia presente forse perché ancora in viaggio. Arriverà a Scicli, infatti, in un secondo momento per ratificare ogni singola parte del contratto stipulato dai suoi procuratori, confermando l’obbligazione di prestazione d’opera.
L’interlocutore privilegiato di tutta questa operazione era il mag/co Giuseppe de Melfis, procuratore della fabbrica di Santa Maria de plateis.
Gli artisti nel contratto s’impegnavano dal primo novembre successivo e per tutti i giorni feriali a colorare e dorare una grande cona da situarsi sull’altare maggiore con figure a rilievo e di diverso spessore per un “salario o mercede” pari a onze diciotto da liquidarsi in moneta d’argento
“a primo die mensis novembris pro exsequentis in ante qontinuatis diebus fabrilibus ab eijs aliqua tempus interpellatur fulcire colorare coloribus finissimis vulgo dittu fini jncarnare et dorare cum oro tamen procur/ mag/ci Joseph ditto nomine et ad omnes alias expensas jpsorum fabrorum integram conam altaris majoris et rettius loquendo cappelle altaris majoris ditte parrochialis ecclesie et figuras eiusdem cone tam relevatas quam quam dimidij relevationis et quolibet jbi relevantes cum qompetentibus fulcitura coloribus jncarnatura et doratura et hoc pro salario et mercede unc/ decem octo// p. g. ultra dittum annum recipientes de quo quidem salario ipsi fabri dittis nominibus et jnsolidum ut supra presentjaliter manualiter anualiter jn moneta argentea ut q/ttu fuit”.
Da subito il Melfi s’impegnava alla presenza del rev/do don Gregorio Zisa e del vice vicario come da mandato del rev/mo Mons. Vescovo di Siracusa a corrispondere, a semplice richiesta degli artisti, un anticipo di onze due e tarì dodici, importo da prelevare da una somma di onze tre e tarì diciotto già accantonata per la bisogna.
Il pagamento di tutta l’opera sarebbe avvenuto in due tranche: onze sei a metà del lavoro e le altre onze sei a suo completamento.
Il 20 novembre 1570, presenti il ven/ don Giacomo Mancarella e ancora l’onorato Nuzio La Piana, il maestro Geronimo Fugito “faber dorandi”, questa volta presente a Scicli, dopo aver ascoltato la lettura del contratto, stipulato giorni prima dai suoi procuratori, effettuata dal notaio in “vulgari eloquio” lo accettava e lo ratificava in ogni sua singola parte confermando la responsabilità del progetto in solido col maestro Bernardino Niger.
All’atto della ratifica il Melfi corrispondeva il primo anticipo pattuito di onze 2 e tarì 12.
Il 23 dicembre 1570 però si presentarono delle difficoltà per il decoratore napoletano. L’oro di cui aveva bisogno doveva procurarselo a Palermo e per questo si sarebbe dovuto recare nella capitale dell’isola. Il Melfi concedeva al Fugito un termine massimo, l’inizio della Quaresima, entro il quale sarebbe dovuto essere di ritorno a Scicli con il materiale necessario per finire l’opera.
Il Fugito sarebbe dovuto tornare tassativamente per quella data, pena una denuncia per inadempimento da presentare al foro della Gran Corte. L’ “jmaginarius dorator” avrebbe dovuto spalmare circa 300 panetti d’oro sulla “Cona” per un importo di onze cento e tarì otto sborsati dal Melfi e incassati dal napoletano e dal Niger. Per ratificare l’atto il notaio aveva dato a entrambi un termine di giorni quindici.
Ma il Fugito non mantenne la promessa.
Il 7 luglio 1571 il magnifico Giuseppe Melfi, procuratore ed economo della fabbrica della chiesa di Santa Maria de plateis, incaricava due sciclitani, Bernardo de Michelio e Mario de Buscarino, di recarsi a Palermo per rintracciare il Fugito e costringerlo a finire l’opera lasciata a metà
“qonveniend/ mag/ris hyeronimus fugito jmaginarius dorator/ neapolitanus degentem in ditta urbe vel alibi jn hoc regno Sicilie et ab huiusmodi mag/ro hyeronimo petend/ quod in q/tti vim nomina et dilationem post positis habeat/ et debeat/ se reduxisse in hac terra Sicli ad effettum explendi opus per eum inceptum dorandi seu aurum muniendi conam cappelle majoris ditte ecclesie sante marie de plateis juxta formam q/ttus qonventionis jniti inter dittum mag/cum de melfis ditto nomine et ven/ fratrem gregorium Jmpanito et mag/rum bernardinum de nigro aliter Greco a me fierj rogati die 27 mensis ottobris (31.10.2020, ndt) pret/ elapsi xiiij ind/ 1570 ratificati predittum mag/rum hyeronimum fugito cum jnsolidum obligatione virtute attus ipsius ratificationis et jnsolidum obligationis in pede calendatj q/ttij redatti celebrati die xx mensis novembris inde sequentis”.
Vicenda singolare, questa, ma non unica nella storia della committenza di opere d’arte.
Bernardino Nigro si rivelò essere un intermediario, un appaltante, cioè, che si rivolgeva ad artisti conosciuti e non, regnicoli e anche di fuori regno, per l’esecuzione di progetti a lui affidati. Nel nostro caso la presenza di un decoratore proveniente dalla scuola napoletana è di estremo interesse.
Come di grande interesse è la presenza ripetuta tra i testimoni degli atti sopra citati di Nuzio La Piana.
Giovanni la Piana, il celebre priore del Priorato dei Santi Filippo e Lorenzo di Scicli, di notevole erudizione, autore di un dizionario poetico “Lima Poetarum”, precettore del Littara di Noto, risultava, come ormai ben sappiamo, direttamente coinvolto nell’ampliamento della parrocchiale. Quale rapporto di parentela lo legava al Nuzio La Piana di cui sopra?
L’esistenza di un gruppo di artisti (il monaco decoratore Gregorio Impaniti di Mineo, Geronimo Fugito di Napoli, lo stesso Bernardino Nigro) a Scicli con una buona dose di verità giustificherebbe l’esecuzione della Tavola dei Re Magi, oggi presente al Museo Bellomo di Siracusa, commissionata dal La Piana.
La “Tavola”, infatti, reca la data del 1570, stesso anno della committenza dell’abside. La presenza a Scicli del Fugito, artista di scuola napoletana che doveva anche godere di una discreta fama negli ambienti della pittura siciliana di metà Cinquecento, giustificherebbe ampiamente il ricorso nella Tavola a motivi tipici della pittura fiamminga e alla “profusione di dorature” già notata da Paolo Nifosì e assente nelle opere conosciute del Niger.
Nel Cinquecento Napoli fu nel Meridione d’Italia il grande centro diffusore di arte fiamminga e soprattutto di cartoni provenienti dalle Fiandre, spesso utilizzati da artisti di bottega per la realizzazione delle loro committenze. L’impiego della doratura potrebbe rivelare senz’ombra di dubbio ormai l’intervento del Fugito sulla Tavola.
Cadrebbe, dunque, qualsiasi ipotesi di un ricorso da parte del La Piana a pittori palermitani, netini o siracusani per la sua esecuzione. È più logico pensare che il priore l’abbia commissionata direttamente al Fugito, giacché l’artista era attivo proprio a Scicli. Resterebbe così in parte confermata la felice intuizione di Francesca Campagna Cicala, autrice della scheda del dipinto redatta per il Museo Bellomo di Siracusa, di ascrivere l’opera a Bernardino Niger o comunque al suo intorno. Incastrerebbero perfettamente anche le altre attribuzioni del Bottari e della Barricelli, citate da Paolo Nifosì nel suo articolo “La Tavola dei Re Magi e il suo committente il priore Giovanni La Piana”, che sottolineavano l’impronta fiamminga nella pittura.
La cona che presiedeva l’altare maggiore in S. Maria de Plateis purtroppo è andata perduta. Nella perizia di demolizione della chiesa firmata dall’ing. Bartolomeo Emmolo il 6 marzo 1884 si parla solo di spianamento del Cappellone. Il 7 maggio 1883 il cantore Paolo Pisani aveva speso “£. 27.75 per trasporto da Santa Maria la Piazza al Carmine di panche della sagrestia, di 2 confessionali, di un cantarano, di un tavolino, di 3 seggiolini, di 8 quadri mezzani, di un quadro delle Anime purganti”. Il 13 Dicembre 1883 si smontava l’organo. Il 13 novembre 1883 si erano smontati gli altari, asportato il pavimento e provveduto allo sgombro delle sepolture.
Alla “Cona” del Fugito, dell’Impanito e del Niger nessun accenno.
Forse era andata distrutta durante il terremoto del 1693 insieme a tante altre importanti opere d’arte presenti a Scicli.
Se la mia suggestiva ipotesi trovasse ulteriore conferma negli atti notarili del tempo come spero che avvenga, forse la Tavola dei Re Magi sarebbe l’unica testimonianza pervenuta fino a noi di un tempo di grande splendore che vide artisti di discreto livello cimentarsi in un cantiere tardo rinascimentale. Una storia nuova e sorprendente della committenza di opere d’arte in quest’angolo di Sicilia a torto creduto fino a qualche anno fa isolato e marginale.

CREDITI
AA.VV., Notiziario Storico di Scicli, a cura del Comune di Scicli, Vol. II, Luigi Scapellato, La “Nuova” Maestranza/ La demolizione della chiesa di Santa Maria la piazza, 1997
Carioti Antonino, Notizie storiche della città di Scicli, a cura di Michele Cataudella, vol. I e II, Comune di Scicli, 1994
Nifosì Paolo, La Tavola dei Re Magi e il suo committente, il Priore Giovanni La Piana, Archivio Storico Ibleo, 2020
I puntuali riferimenti archivistici saranno pubblicati nel mio prossimo lavoro sulla storia dell’università di Scicli.
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