Auto e motori La svolta epocale

Stop auto benzina e diesel, 100mila posti di lavoro in meno

Le ragioni del clima contro quelle dell’occupazione, lo spauracchio agitato dalle aziende energetiche

https://immagini.ragusanews.com//immagini_articoli/30-06-2022/stop-auto-benzina-e-diesel-100mila-posti-di-lavoro-in-meno-500.jpg Stop auto benzina e diesel, 100mila posti di lavoro in meno

 Roma – La data epocale è meno lontana di quanto può sembrare: fra tredici anni, nel 2035, il mercato europeo sarà completamente migrato verso mezzi a zero emissioni, elettrici o a idrogeno. Se l’obiettivo Ue di rendere obbligatoria l’immissione sul mercato Ue di auto nuove a zero emissioni (e il divieto quindi della vendita dei motori a combustione interna) è ambizioso sul piano della transizione ecologica, diventa particolarmente sfidante sul piano economico e sociale. La svolta approvata dall’Europarlamento in scia alla guerra ucraina avrà conseguenze per tutto il settore automotive e per l’industria, che dovrà accelerare i tempi della sua transizione. E che è già alle prese con gli effetti della pandemia, quelli della crisi dei semiconduttori e con un’ormai cronico ritardo nella consegna di auto nuove.

Il rischio denunciato dai costruttori e dai sindacati è che le conseguenze più difficili da affrontare possano arrivare sul piano dell’occupazione, non solo quella diretta delle case automobilistica, ma anche quelle di un indotto che verrebbe in buona parte dismesso. Già a dicembre 2021, quando il provvedimento era ancora solo una proposta, Anfia - Associazione nazionale filiera industria automobilistica - e Clepa - Associazione europea della componentistica – denunciavano duramente i danni occupazionali ed economici derivanti dalla messa al bando dei motori a combustione interna evidenziando che, in particolare, l’Italia rischia di perdere al 2040 circa 73.000 posti di lavoro, di cui 67.000 già nel periodo 2025-2030.

I calcoli sono stati aggiornati ora da Assogasmetano, Assopetroli-Assoenergia e Federmetano: in una nota congiunta inviata al governo Draghi, affermano che "non consentire più la vendita di nuove autovetture e veicoli commerciali leggeri con motore endotermico, benché utilizzabili con combustibili rinnovabili low-carbon e carbon-negative, significa stroncare il percorso d'investimento già intrapreso da anni" dalle filiere fossili e cancellare "oltre 100.000 posti di lavoro solo in Italia". Le associazioni di settore sottolineano le "drammatiche ripercussioni che le misure europee sulla messa al bando del motore endotermico al 2035 avranno sul sistema distributivo, economico, industriale e occupazionale del nostro Paese”. Posticipare la svolta al 2040, come chiesto dal nostro esecutivo, non cambierebbe granché lo scenario.

Le argomentazioni, tuttavia, appaiono speciose. Ma quanto tempo ci vuole a concludere questi “programmi e investimenti per contribuire in modo concreto e immediato alla lotta ai cambiamenti climatici e alla salvaguardia dell'ambiente, in un'ottica di economia circolare” che le filiere industriali italiane automotive e carburanti sostengono di star portando avanti? Non è possibile riconvertire gran parte dei lavoratori nelle nuove attività legate ai motori alimentati da fonti pulite o rinnovabili? Le associazioni rivendicano che è enorme il contributo in termini di abbattimento delle emissioni di Co2 ottenibile con l'uso di combustibili rinnovabili low-carbon e carbon-negative nei veicoli endotermici leggeri e pesanti.

La considerano una soluzione imprescindibile, assieme alla mobilità elettrica, per traguardare la decarbonizzazione dei trasporti in modo sostenibile anche sul piano economico, industriale, occupazionale e sociale. In realtà, tutto questo gran daffare millantato finora non ha ottenuto il minimo risultato su qualità dell’aria, inquinamento atmosferico e clima. Le loro sedicenti politiche energetiche non bastano e procedono troppo lentamente: da decenni gli esperti avvertono che è necessario accelerare al massimo verso le fonti pulite se non vogliamo uccidere il pianeta, già giunto a un punto di non ritorno, e forse questo è davvero il momento giusto.

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Addirittura sostengono che avallare la proposta Europea "implica rinunciare ai benefici ottenibili con queste tecnologie e impostare la mobilità del futuro essenzialmente su una sola tecnologia, con conseguenti incertezze dovute a una mancata diversificazione del rischio, affidandosi a soluzioni non ancora mature - in termini di veicoli e infrastrutture - ed esponendosi a una dipendenza da materie prime (terre rare, litio, ecc.) e tecnologie propri di altri paesi extraeuropei, principalmente asiatici, nel tentativo di convertire l'industria nazionale o europea per colmare un gap difficilmente recuperabile". Cosa che, in realtà, già avviene per gas e petrolio. Si dessero una mossa e assumessero personale specializzato, anziché pensare solo ai profitti dei dirigenti e agitare lo spauracchio di licenziamenti che spesso praticano comunque, con o senza crisi. 


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