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Venerdì 09 Dicembre 2016 - Aggiornato 09/12/2016 00:07 - Online: 167 - Visite: 41349087

 

02/10/2016 22:28

Notizia letta: 3361 volte

Palazzo Beneventano e il suo mistero

Le carte parlano

Palazzo Beneventano e il suo mistero
 
 

Scicli - Un singolare contratto da me recentemente ritrovato presso i fondi dell’Archivio di Stato di Ragusa, sezione di Modica, mi ha suggerito alcune considerazioni su Palazzo Beneventano, uno dei palazzi più belli, emblematici ed enigmatici non solo della città di Scicli ma dell’intero Sudest siciliano.
Un vero e proprio alone di mistero circonda, infatti, questo splendido edificio di cui a tutt’oggi si sconoscono le date della sua progettazione, le maestranze che intervennero in esso e i tempi della sua fabbricazione.
Eppure, rovistando tra le carte ingiallite dell’Archivio, qualcosa comincia a emergere.
Il 22 dicembre del 1752 Don Carmelo Beneventano sigla un contratto nel quale s’impegna a corrispondere onze sei e venti tarì a un doratore di Palermo, un tale Filippo Bruno, perché questi possa:
“di tutto punto dorare, perfezzionare e finire quelle due anteporte dentro e fuori con tutti l’intagli dentro il palazzo di detto Beneventº, nec non li due cantarani, ed una cascia a banco d’intaglio di tutto suo attratto, e mastria alias pro pretio oz. 6.20 ex pacto”.
Don Carmelo, a fine lavoro, avrebbe pagato l’artigiano in contanti, come da espressa volontà manifestata dalle parti.
Questa scrittura, apparentemente insignificante, ci fornisce tuttavia alcune preziosissime informazioni.
Intanto ci testimonia che, a quella data, il “palazzo” esisteva già. Con molta probabilità, era stato da poco terminato. Non si spiegherebbe altrimenti l’intervento del decoratore di Palermo chiamato a dorare e a realizzare a regola d’arte due sue “anteporte”.
Dagli atti da me consultati presso l’Archivio di Stato di Ragusa, sezione di Modica, emerge una regia molto autoritaria e centralizzata a guida della famiglia Beneventano. Mi sentirei di escludere, in verità, che la scrittura riguardasse un secondo o terzo palazzo di famiglia e che non si riferisse all’attuale.
Al decoratore erano stati commissionati pure due “cantarani” e “una cascia a banco” d’intaglio, mobili necessari nel Settecento per arredare una casa importante da poco costruita.
La seconda considerazione che mi sorge spontanea riguarda l’esigenza avvertita da un ricco patriziato locale di circondarsi di artisti e artigiani di alto livello, quasi sempre reclutati a Malta o a Palermo.
Una gara felice tra clero, alta borghesia ed esteti visionari ha consegnato, in effetti, a noi posteri una città gioiello che oggi il mondo c’invidia e ammira.
Una Madonna guerriera, incursioni saracene, angeli e demoni come sicuri custodi del tempo, tutto in essa si combinava e la religiosità andava felicemente a braccetto con la vita civile per un gusto barocco del vivere.
I turbanti di pietra, scolpiti nelle cornici del maestoso palazzo Beneventano, raccontano ancora al passante, al forestiero, all’indigeno misteriose e dolorose leggende di mare.
Ma che cosa fu davvero nei secoli Scicli, Xicle o Scichili o Sicle o Sciklá?
Un luogo eterno del mito, una verità terribile e scomoda o, semplicemente, una memoria indecifrabile purificata ad arte dal vento della Storia?

CREDITI
Archivio di Stato di Ragusa, sezione di Modica

© Tutti i diritti riservati all’Autore

Un Uomo Libero.

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