Cultura Musica

A gentile richiesta. In viaggio verso Scicli con Franco Battiato

16 dicembre 1997

Dopo la richiesta di un nostro lettore, Antonio, pubblichiamo l'intervista a Franco Battiato del dicembre 1997.


“Abito in una casa di collina e userò la macchina tre volte al mese, con duemila lire di benzina, scendo giù in paese…e le lucertole attraversano la strada, com’è diverso e uguale il loro mondo dal mio…”

Ci inerpichiamo per la strada che da Giarre va a Milo, a 700 metri di altezza sull'Etna: la grandine batte forte, le ruote della station wagon slittano sulle curve che portano a casa di Franco Battiato. Sono le 5 del pomeriggio, sembra notte fonda. Franco ci aspetta nella villa il cui parquet profuma di feccia di vino: suo padre aveva un camion, trasportava botti, lui ha voluto recuperarne il profumo facendo realizzare il pavimento con il legno di quelle botti. E' tornato un'ora fa da Siviglia, dove ha tenuto un concerto il giorno prima, è distrutto: ci chiede com'è il tempo a Scicli, mette sulle spalle un piumino color panna, partiamo. Insiste per sedersi davanti, affianco ad Eugenio che guida. Litighiamo subito, lui non vuole mettere la cintura di sicurezza. Mi chiede se abbiamo previsto interventi programmati del pubblico alla fine della nostra conversazione, dico di sì; vuole tornare a casa per le undici, gli assicuro che per quell'ora saremo di nuovo a casa sua. Entrambi sappiamo che non è vero. Mi domanda per l'ennesima volta se ci saranno passerelle di politici, gli ripeto per l'ennesima volta di no. E' contento, Franco, del successo che sta avendo il suo ultimo album ("L'imboscata"  n.d.r.) in Argentina, stamani ha concesso un'intervista telefonica al maggior quotidiano di quel paese. In 2 ore e 40 parliamo di tutto: della rielezione di Enzo Bianco, del partito dei sindaci, di Antonio Di Pietro, del ruolo di visibilità che Giovanni Falcone aveva all'interno del pool antimafia di Palermo, del suo desiderio di conoscere Antonino Caponnetto, della svolta sociale dell'ultimo De Andrè e della sua recente verbosità, de "La valigia dell'attore" di De Gregori, di Carmen Consoli e della sua scelta di vivere in Sicilia, delle gaffe del compianto presidente del Catania Calcio Massimino, dell'invidia che a Catania alcuni provano per la riuscita delle sue iniziative culturali... Mi dice che lui ha imparato a compatire, in tre anni di direzione artistica dell'estate catanese, la gente che si dispiace del successo degli appuntamenti culturali in cui non è protagonista, e che "purtroppo" riscuotono il plauso generale.

Battiato non finisce un attimo di raccontarci aneddoti: su tutti, quello accaduto a Verona, qualche anno fa, mentre stava cantando "Centro di gravità permanente". Un intero settore del pubblico, all'inizio del ritornello, alzò la destra facendogli il saluto romano: lui scoppiò a ridere e non riuscì a proseguire la canzone. Facciamo benzina in un'area di servizio, il gestore, riconosciuto il passeggero, insiste per non farci pagare; lo convinco, dopo aver penato qualche minuto, ad accettare le 70.000 lire per la benzina: capita anche questo.

Arriviamo a Scicli con 40 minuti di ritardo sull'orario previsto, via Mormina Penna è un brulicare di persone.
Scendiamo. Anche i Carabinieri stentano a credere che sia tutto vero. Chi si aspettava di incontrare un uomo solo, triste, chiuso, introverso, pieno di sé, si è dovuto ricredere subito: Franco Battiato è un concentrato di energia, vitalità, autoironia, umiltà. La rappresentazione che i media ne danno è falsa almeno quanto l'immagine di uomo minuto, magro, sciupato che a volte sembra di vedere in TV. Uno che a calcio giocava nel ruolo di libero ("sempre stato libero in vita mia") non può che essere un armadio. Raccontiamo subito di quel tizio che a Siviglia è andato a trovarlo in camerino dicendogli: "So che giorno sedici andrai a Scicli, in Sicilia". Battiato non si dà pace, pensa che glielo abbia mandato io. Racconta della sua infanzia tribale, vissuta per strada, a Riposto, 18.000 abitanti, un armonium quello del prete (“i primi accordi su di un organo da chiesa in sacrestia ed un dogmatico rispetto verso le istituzioni”).

Quindi la società matriarcale di sciasciana memoria, la figura della zia materna, che aveva una scuola di taglio e cucito, "taglio e cucito anche psicologico: tra i 4 e 12 anni ho rubato tutti i segreti dell'osservazione e della malizia delle donne". "Ho imparato la chitarra da autodidatta, osservando i chitarristi delle feste paesane: ho sempre avuto un grande spirito di osservazione, oltre a una memoria elefantiaca. Per questo a scuola non ho mai studiato: ricordavo parola per parola la lezione che il professore aveva spiegato il giorno prima, gliela ripetevo e lui si gasava.." A 9 anni, la Domenica delle Palme, mentre saliva i gradini di una chiesa, la percezione di una dimensione altra: "Ho avvertito per la prima volta cosa sia la trascendenza, il sottile dell'esistere".

E poi le trasferte con la squadra di calcio, "sembrava che ogni paese avesse un'aura, che la somma delle persone che vi abitavano gli desse un unico spirito, una personalità.." L'incidente al naso all'età di 12 anni durante una partita spezza sul nascere la carriera calcistica: "E' stata la mia fortuna". Suo padre muore quando lui ha 18 anni: aveva già deciso di trasferirsi al Nord, "prendere la valigia ai tempi era una necessità". Resta sei mesi a Roma, in una pensione vicino Piazza Esedra, ma la capitale non fa per lui: preferisce le città chiuse, che non sono di transito, "con una leggera vena di malinconia" mi ha spiegato in macchina. Si iscrive all'università a Milano, Lingue e Letteratura Straniera, dà 4 esami, con voti alti, al quinto litiga con la professoressa, non diventerà mai un insegnante di lingue. Incide le sottomarche dei dischi di Sanremo col "nome d'arte" di Francesco Battiato, riesce a farsi assumere al Cab 64, dove lavorano Lino Toffolo, Giorgio Gaber, Ombretta Colli, Cochi e Renato, Enzo Jannacci. Dice di aver recuperato canzoni siciliane del '500, sono improvvisazioni inventate da lui con qualche reminescenza dialettale sentita dalla nonna: "Scinni l'acqua ra funtana…"

I viaggi in Medio Oriente diventano l'occasione di uno "sforzo di apprendimento veloce: ho imparato a vivere nel liquido amniotico del deserto, ho cantato il nomadismo ma non sono un pazzo di quella vita, ho viaggiato con la mentalità del sedentario".

A 25 anni il servizio militare: "Non ho mai marciato in vita mia, mi ha sempre dato fastidio l'idea del branco, della truppa, durante le esercitazioni vedevo gli altri strisciare per terra nel fango, mi sembravano come in un girone dantesco, tra il comico e il patetico". Bellissima la barzelletta che Battiato regala al pubblico di Palazzo Spadaro: il dottor Turi Patané dopo 30 anni di assenza di Scicli decide di tornare nella sua città, sperando di riabbracciare gli amici di un tempo. Il barbiere lo vede con la valigia alla stazione e gli chiede: "Turi, stai partennu?" Quando si dice che il tempo da noi scorre più lentamente e l'importanza che diamo a noi stessi è sempre eccessiva.

Insieme al professor Pitrolo percorriamo la sua carriera partendo da "Fetus", 1971: Battiato ci chiede subito di non essere troppo tecnici con le domande, perchè teme che il grosso pubblico perda il filo. Saltiamo a piè pari al '79, "L'era del cinghiale bianco", simbolo della dicotomia tra autorità spirituale e autorità materiale: arriva il successo, la fama.

Battiato si è stancato di essere considerato uno che fa la sperimentazione, decide di diventare un cantante popolare. Dice di preferire la canzone in lingua italiana, per quanto abbia cantato in latino, greco, arabo, persiano, inglese, tedesco, spagnolo e siciliano. Le uniche 2 canzoni scritte da lui nel dialetto appreso a Riposto usano questa lingua in modo strumentale, è il percorso poetico ad imporre il siciliano e non viceversa. E qui Franco regala un accenno a "Era de Maggio", canzone in napoletano il cui testo è del grande poeta Salvatore Di Giacomo: in macchina l'aveva canticchiata per me ed Eugenio spiegandoci quanto odiosa a suo parere sia l'oleografia in cui è rimasta intrappolata la musica napoletana, fatta di luoghi comuni e toni straziati.

Nel 1980 pubblica "Patriots" e denuncia: "la musica contemporanea mi butta giù". Il riferimento è alla musica contemporanea classica di quegli anni: "Sono contro la musica tonale fatta da chi non la sa fare; oggi ci sono però gruppi americani d'avanguardia che fanno una musica classica che non mi butta giù..."

"Detesto gli elementi autobiografici nelle canzoni, in Prospettiva Nevskj arrivo a simulare addirittura una contemporaneità tra me e quella situazione, situazione che ho ricostruito secondo un mio personalissimo percorso interiore. Mi capita spesso di cantare umori, stati d'animo di cui ho sentito parlare ad altri, basti pensare a "L'animale", o a "Lettera al Governatore della Libia", dove addirittura simulo un'atmosfera da ventennio fascista, incespicando con una pausa prima della parola "Libia", così come faceva il Duce nella retorica pomposa del tempo".

"La mia tecnica compositiva negli anni '80 diventa il collage di parole, dopo il collage di musiche degli anni '70: viviamo in una civiltà sloganistica, fatta di parole inchiodate a un istante, parole di cui non conosci l'origine e la destinazione. Io le unisco in un frullato in cui appaiono apparentemente slegate. Per esempio, nel prossimo album, che uscirà tra un anno, dico che "mia cognata ha vinto 4.500 dollari alla slot - machines": è una frase che piove lì improvvisamente, in maniera acontestuale". (progetto abortito o semplice presa in giro in stile Battiato? n.d. r.)

Gli chiediamo di parlarci de "La voce del padrone", 1981, album della dissacrazione dei miti: " A Beethoven e Sinatra preferisco l'insalata...". Battiato confessa di avere sempre amato molto Beethoven, molto meno Sinatra e la visione hollywoodiana del mondo: "posso anche bere una coppa di champagne, nella misura in cui soddisfa la mia sete, ma non vivere in funzione di esso, della moquette degli alberghi di lusso". La Voce del Padrone ci permette di parlare anche della teoria del centro di gravità permanente elaborata da Gurdjeff: "Mi è arrivata una freccia avvelenata, se mi chiedo chi è stato il veleno avrà tutto il tempo di mettersi in circolo e di uccidermi. Allora è meglio che intanto mi curi. Gurdjeff riassume la tensione tipica di tutte le costruzioni del pensiero religioso, volto alla costruzione dell'homo novus, alla "metanoia" (dal greco: cambiare mente), a quello che il cattolicesimo chiama "pentimento", aggiungendo la nozione di colpa a quella dell'evoluzione dell'essenza della persona. Questo desiderio di crescita, banalizzando, viene sintetizzato da Gurdjeff nella teoria del centro di gravità permanente come luogo utopico della propria autoconsapevolezza e della massima evoluzione.. Sapere di essere fondamentalmente un assassino e migliorarsi è molto meglio che sentirsi benefattore e perpetuare i propri errori. Vi risparmio, a questo proposito, il mio giudizio sui politici che appaiono in televisione..."

Parliamo di "Cuccurucucu", la canzone che più di tutte "mi ricorda i miei primi 18 anni trascorsi in Sicilia: Cuccurucucu è un fonema che negli anni '20, '30 ricorreva nelle canzoni sudamericane un po’ come oggi ricorre il "baby" in quelle anglosassoni. E' una canzone di divertita nostalgia, del resto dico che "da quando sei andata via non esisto più", al di là del fatto che la frase sia o meno autobiografica".

"L'arca di Noè" e "Voglio vederti danzare" ci danno lo spunto per parlare del suo amore per le movenze orientali, per la sensualità di quel mondo fatto di dervisci e danzatori: Franco spiega come nel percorso poetico di quell'album l'Arca sia rappresentata "dalle affinità elettive, dall'intesa che può esserci con una persona con cui non hai mai parlato e con cui hai scambiato solo uno sguardo, uno sguardo sul mondo..."

Passiamo a parlare d'amore nelle canzoni di Battiato, della triplice nozione di amore-eros (Sentimento nuevo), amore-protezione (La Cura), amore-agape (E ti vengo a cercare). "E' comunque un tema poco ricorrente nelle mie canzoni; mi piace giocare sull'ambiguità tra l'amore provato per un'altra persona e l'amore per Dio; in "E ti vengo a cercare" disambiguo solo alla fine, con la "Passione" di Bach. Nanni Moretti ha citato questa canzone in "Palombella rossa" ma in tono serio, avrei preferito che la dissacrasse".

Il tempo stringe e in brevi battute lambiamo il tema del silenzio e della solitudine, in Battiato "sinonimo di gioia", del suo incontro con il mondo dell'opera ("mi dicevano: "datti all'ippica", l'ho fatto"), delle sue esperienze pittoriche ("Dire che Franco Battiato è un pittore è un po’ come dire che Piero Guccione canta"), del suo ritorno in Sicilia ("Vivere più a sud per cercare il mio destino"), della sua ammirazione per le scelte radicali di Socrate, Landolfi, Benedetti Michelangeli, Majorana ("Ammirare scelte radicali non significa farle, anche se forse io qualcuna l'ho fatta"), dell'incontro con Manlio Sgalambro in seguito a una polemica sul Corriere della Sera che Battiato recupera nella memoria solo dopo una nostra domanda.

Concludiamo chiedendogli di dirci quali emozioni, quali pulsioni, quali "correnti gravitazionali" lo hanno attraversato nell'incrociare gli sguardi, i volti, i gesti del pubblico del Palazzo Spadaro: ci dice che la nostra sembra una comunità in salita, quindi in crescita e che la soglia d'attenzione soprattutto dei giovani è stata elevatissima, molto superiore alla sua, ancora stanco del viaggio di ritorno dalla Spagna. Parte l'applauso, gli chiedo se possiamo passare agli interventi del pubblico, mi dice che preferisce fare gli autografi e salutare ad uno ad uno le persone che da mezza Sicilia sono venute a Scicli per lui. Ne avrà per 40 minuti. Un panino e un bicchiere di Coca Cola, poi subito a Milo. Sulla strada di ritorno io ed Eugenio lo convinciamo ad addormentarsi un po’. Si sveglia nei pressi di Catania e telefona ad alcuni amici raccontando della serata: "Dovevate esserci, non capita spesso di incontrare un pubblico così attento, in quel palazzo per un'ora e mezzo mi è sembrato di veder respirare quelle persone con un unico polmone, tutti con lo stesso tempo, lo stesso ritmo, quasi a voler trattenere il fiato per non perdere una sillaba, una nota di quel che dicevo..." 
 

                                                                                                                                                  Giuseppe Savà


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