Economia Pro e contro

Case a 1 euro, in Sicilia è una moda: i nuovi borghi in svendita

Alti costi a carico e contesto di degrado: i due grossi problemi del modello di business immobiliare

Una vista di Delia, tra gli ultimi comuni ad aver aderito all'iniziativa al ribasso

 Ragusa - Saranno anche i “borghi più belli d’Italia”, però non vuole viverci nessuno. O meglio, può permettersi di viverci chi è in pensione e ha un buon assegno o un bel gruzzolo da parte per la vecchiaia, oppure i nababbi: industriali del Nord, cantanti e attori stranieri, che si tolgono lo sfizio di comprare un casolare come ottava o nona casa. Perché se costa un euro, vuol dire che per renderlo vivibile tocca aggiungerci almeno 5 zeri. Dopo gli apripista Gangi e Sambuca, l’ultimo borgo siciliano ad aderire in questi giorni al progetto “case a 1 euro” è quello medievale di Troina, del libero consorzio comunale di Enna, di cui ha parlato perfino la Cnn. E infatti, come rivela il sindaco Sebastiano Venezia, le richieste sono arrivate soprattutto dall’estero: dagli Usa alla Turchia, dalla Germania al Brasile, dall’Inghilterra al Perù. “Molti potenziali acquirenti sono già venuti a visitare il Borgo di Troina, con l'intento di acquistare una casa per trasferirvisi in alcuni periodi dell'anno”. Appunto: per gran parte dei 12 mesi queste dimore resteranno comunque vuote e, in assenza di investimenti sull’economia del territorio, i paesini che le ospitano finiranno come teatrini che alzano e abbassano il sipario solo se c’è pubblico in sala, resort esclusivi senza vita vera, propria. Gioiellini perfettamente ristrutturati, ma pur sempre vuoti: un territorio abitato, senza essere vissuto. L’unico vantaggio per il Pil regionale saranno gli spicci in tasca alle maestranze locali, e per i pochi passanti la probabilità di non essere centrati in testa da un cornicione pericolante.

La mappa aggiornata delle cittadine con immobili a 1 euro copre quasi tutta l’Isola: l’arabo-normanna Bivona e Cammarata, nel cuore del Parco dei Monti Sicani, entrambe in provincia di Agrigento; Regalbuto, nell’Ennese; Salemi, vicino Trapani; Mussomeli, in provincia di Caltanisetta; Saponara, nel Messinese. Pure Augusta, nel Siracusano, ha appena aderito all’iniziativa. Covid permettendo in estate a Sambuca dovrebbe partire l’operazione-bis, “case a 2 euro”. S’alza la posta, e stavolta si procederà con la divertente formula dell’asta al rialzo: chissà se prenderanno in considerazione anche i centesimi. Ma di chi sono queste residenze storiche e disabitate, cedute a cifre simboliche? Risponde il sindaco di Delia, nel Nisseno, iscritta anch’essa a fine gennaio nell’elenco delle case in svendita: “Negli anni spesso mi sono trovato a parlare soprattutto con emigrati di prima generazione - spiega Gianfilippo Bancheri - che non potendo più venire a Delia a causa dell’età avanzata, lamentavano il fatto di avere degli immobili che non potevano più utilizzare e sui quali pagavano dei tributi”. Per molti proprietari, quindi, sarebbe meglio rinunciare e disfarsene. Nonostante il bonus 110% che, in qualche caso, poteva dare una mano. Dov’è l’inghippo? In due nodi: gli alti costi di ristrutturazione e la povertà del contesto in cui sono posti questi luoghi. Gli acquirenti hanno una serie di oneri: sostenere tutte le spese degli atti notarili, pagare geometra e architetto per presentare un progetto di recupero, iniziare i lavori entro 2 anni dall'acquisto, stipulare una polizza fideiussoria in favore del Comune. Operai e materiali sono costi fissi: non variano secondo la località ma in base alla grandezza della struttura, spesso importante. Significa ricostruire e mettere interamente a norma facciate, infissi, impianti idrici ed elettrici, a volte le stesse fondamenta.

E tutto nel rispetto dei vincoli urbanistici cui sono sottoposte le abitazioni nei centri storici. Il saldo finale può arrivare a centinaia di migliaia di euro. Poi c’è l’altro problema, il territorio circostante. Se si sono spopolate, un motivo dev’esserci: mancanza di lavoro, servizi, collegamenti, socialità. Quando si viene a visitarli ci si rende conto che la corriera non passa, che gli unici due negozi aperti sono a 20 chilometri, che le barriere architettoniche non sono state abbattute, che dietro la collina c’è una discarica a cielo aperto, che al centralino del municipio non risponde nessuno, che al bar è difficile parlare d’altro che del risultato di San Luca-Licata. Si rendono conto che, oltre la propria casetta, è da ristrutturare anche tutto il contesto che le sta attorno: è un problema anche per i giovani imprenditori che proverebbero a convertire gli immobili in strutture ricettive e ristorative. Dunque da persone non proprio benestanti, per cui è troppo anche solo continuare a pagarci l’Imu, queste case finiscono nei patrimoni immobiliari di ricchi pensionati che tornano nelle contrade natie, se hanno ancora qualche amico o parente, oppure in mano all’artista famoso o al manager che passa l’inverno in una metropoli e trova piacevole un mesetto in isolamento tra canyon, agrumeti e paste ‘ncasciate che ha letto su Montalbano. Non saranno certo quattro vip in visita una volta l’anno a risollevare la depressione economica di questi posti, altrimenti splendidi per architettura e paesaggio, che è stata ed è alla base del loro abbandono.


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