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Covid, e se anche la protezione del booster scadesse dopo 4-5 mesi?

Il virus, seppure azzoppato, c’è ancora e non ha mai circolato così tanto

 Roma - Il calo dei contagi Covid di questi giorni è salutato da molti osservatori come foriero della fine dell’epidemia. È passato più di un mese dal picco assoluto di positivi registrati in Sicilia in un giorno, i 13.231 nuovi postivi dell’11 gennaio. Poi c’è stato un crollo, ma a metà: come si evince dal grafico allegato ricavato da Google, dalla fine del mese scorso la curva calante si è appiattita assestandosi sui 5-6mila casi quotidiani, e non è più scesa allo stesso ritmo. Numeri che, seppur calanti, restano comunque ancora abbondantemente oltre i “picchi” passati, che prima di gennaio sull’Isola non erano mai arrivati neanche a 2mila casi quotidiani.

Lo tsunami d’inizio anno stenta a scendere con la progressione delle “ondine” precedenti e, senza vaccini, sarebbe stata una strage. Il virus è guidato dall’istinto di sopravvivenza: meno letalità in cambio di più contagiosità, per non sparire del tutto: sono parecchi quelli che pur vaccinati hanno ripreso già 2-3 volte il Coronavirus, ma senza conseguenze gravi. Infezioni alimentate non solo dalla maggiore trasmissibilità ma anche dall’assenza di restrizioni per i vaccinati, asintomatici quanto si vuole ma potenzialmente sempre contagiosi. D’altronde è proprio continuando a circolare tra la gente, con queste grosse cifre, che si rischia che il Covid muti ancora: in una variante più contagiosa ma ancor meno mortale, con cui dunque convivere senza allarme sanitario; oppure in una variante nuova, che scompagini la barriera dei vaccini.

Questo sarebbe lo scenario più disarmante: non è possibile escluderlo a priori ma per la scienza - che continua ogni giorno a studiare questo virus, comunque differente dagli altri - resta il meno papabile. Inoltre, è vero che il booster rialza lo scudo contro gli effetti gravi, chi al 70 chi al 90% (la reazione è ancora molto individuale), ma su quanto duri la rinnovata protezione non v’è certezza. Intanto dall’1 marzo per immunocompromessi e soggetti fragili, come già in altri paesi, ci sarà anche in Italia la quarta somministrazione, col nuovo siero Novavax.

Cosa accadrà dopo, dipenderà "da quello che ci dirà la scienza sul calo della nostra immunità e sulla circolazione del virus in un futuro più o meno prossimo" ha dichiarato il ministro della Salute, Roberto Speranza. "Nella storia della vaccinazione non si era mai arrivati a dare quattro dosi così ravvicinate fra loro – nota, tra gli altri, il virologo dell’Università Bicocca Francesco Broccolo -, il massimo erano state tre, con le prime due ravvicinate e la terza distanziata". E molti vaccinati guariti e ricontagiati, in possesso della cosiddetta immunità ibrida, in realtà sono già arrivati alla quinta. Sebbene efficaci contro Omicron, gli attuali sieri sono stati comunque studiati sulle precedenti e ormai scomparse varianti.

"Diverso è se si farà un vaccino specifico contro una variante – riflette l'immunologo della Statale di Milano, Sergio Abrignani -, allora non sarà una quarta dose ma un vaccino nuovo”, con cui re immunizzare da capo l’intera popolazione. A meno che, come dicevamo, l’eventuale nuova mutazione non sia più debole della Omicron: la ventilata ipotesi del richiamo annuale avrebbe senso solo in questo contesto, cioè se l’epidemia degradasse in endemia, alla stregua dell’influenza stagionale. Con la rapidità con cui il virus muta, la pausa di riflessione non può essere troppo lunga. La speranza resta che Omicron si dilegui senza figliare, prima dell’inevitabile scadenza della terza dose. 


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