Lettere in redazione Musica d'autore

La Cura di Franco Battiato? Non è una canzone d'amore

Riceviamo e pubblichiamo

La Cura di Franco Battiato? Non è una canzone d'ampre

«La cura», celeberrima canzone del 1996 di Franco Battiato e Manlio Sgalambro, è conosciuta pure da chi non frequenta abitualmente la musica del cantautore etneo, e anche da chi non ha mai aperto un libro del filosofo di Lentini. E’ conosciuta da tutti proprio perché parla in maniera eccelsa ed estremamente coinvolgente di temi amorosi.
Sicuramente un amante può promettere di proteggere l’amata (parlo di un uomo verso una donna, ma di questi tempi diciamo pure: e viceversa o anche diversamente), di salvarla dalle ingiustizie e dai fallimenti del nostro tempo, dalle sue manie. E addirittura di superare le correnti gravitazionali per eliminare la vecchiaia e guarirla da tutte le malattie. In più vivere il silenzio e la pazienza per conoscere le vie che portano all’essenza, dove tra i profumi d’amore nemmeno la bonaccia di agosto calma i sensi.
Ma quello che voglio dimostrare è che «La cura» non è una canzone d’amore! Per quale motivo? Perché essa promette l’Impossibile. «La cura» è soltanto una illusione! Il “tranello”, e ritornerò su questo tema, sta proprio nelle «leggi del mondo» che l’amante conosce e che vuole donare al suo essere speciale. Questo è il passaggio più arcano ed esoterico del testo, che non deve sfuggire ad una mente addestrata al pensiero.
Gli amanti – non lo si può negare - cercano di sfidare la dura Realtà testimoniando l’Amore, ma il Reale – fino a prova contraria - inghiotte quasi sempre tutto il bello del cosmo. Il tempo spesso logora e non trasfigura nel bene l’esistenza. E’ il caso di quando la “Forma” distrugge il “Contenuto”.

Il testo, infatti, è tutto un controcanto al concetto di «cura» heideggeriano, che esprime la struttura dell’esserci, la condizione di un ente che progetta continuamente le sue possibilità, le quali però lo riconducono sempre alla situazione originaria dell’esser «gettato nel mondo».
Proviamo a vedere quale sarebbe la Legge: l’essere è trascendenza. Ma dal momento che è anche l’apparire dell’ente, l’essere è già sottratto a un suo preteso «in sé per sé», ed è consegnato all’ente, in particolare a quell’ente che è l’esistenza dell’uomo. Non solo c’è questo legame, ma l’essere è un «evento», un puro fatto senza fondamento: è questa l’accidentalità dell’essere.
E ora proviamo a vedere il Contenuto: il progetto dell’esistenza è un «essere nel mondo» che non si esaurisce in un semplice atto conoscitivo, ma è anche «affettività». Il progetto è apertura radicale, ma è qualcosa che non è garantito da alcun fondamento metafisico. Tale esistenza può essere «autentica» solo in quanto si costituisce come «essere per la morte». Ciò non significa suicidarsi, ma liberarsi dalla tendenza ad assumere qualsiasi altra possibilità dell’esistenza come qualcosa di definitivo. Così l’esistenza non si irrigidisce in un progetto definitivo, ma rimane sempre aperta alla propria possibilità estrema.

Ecco che con questa canzone Battiato e Sgalambro – che immagino se la ridano alla grande come in questa foto - hanno teso «L’imboscata» (titolo dell’album in cui è contenuta la canzone) a milioni di amanti che mentre si baciano, si abbracciano e si scambiano effusioni amorose, in realtà stanno affondando con tutto il Titanic verso qualcosa di talmente vago e indefinito in cui – exstrema ratio, per restare a Heidegger – «solo un Dio ci può salvare».
Qui il mistico Battiato (che sa che nella teologia cristiana l’Amore vince la Morte) e l’empio Sgalambro (per il quale Dio è datore di morte e per il quale siamo tutti contemporanei de «La morte del sole») forse si sarebbero divisi, ma resta “eterno” almeno il loro “divertentissimo gioco”. Peccato che – per motivi diversi – oggi nessuno dei due ci può dire la sua. Fin de tout.

 Nella foto, Franco Battiato e Manlio Sgalambro nel 1994 (da La Sicilia 20/06/1994)


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