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Robert De Niro: i suoi 80 splendidi anni

Tassista, mafioso, pugile. Ruoli drammatici e comici. Oltre 100 film, tutti con un elemento in comune: la ricerca maniacale della perfezione

https://www.ragusanews.com/immagini_articoli/18-08-2023/gli-80-splendidi-anni-di-robert-de-niro-500.jpg Gli 80 splendidi anni di Robert De Niro


“Nulla è più offensivo di un attore che recita la propria personalità”. Eccolo Robert De Niro, attore in perenne ricerca di personaggi, 80 anni tondi il 17 agosto, sostenitore dei Democratici e fiero oppositore di Donald Trump. Una vita sentimentale turbolenta con sette figli da quattro diverse compagne e padre di Gia dallo scorso maggio. 

Una vita trascorsa recitando davanti a una macchina da presa, salvo un paio di regie e ricoprendo ruoli di tutti i tipi, sempre con il suo marchio di fabbrica: la maniacale ricerca della chiave per immergersi nelle personalità dei suoi protagonisti. Ha recitato in oltre 100 film, 104 per l'esattezza, a partire da Tre camere a Manhattan (Trois chambre à Manhattan), regia di Marcel Carné del 1965, fino a Killers of the flower moon, che uscirà il prossimo ottobre, diretto dal suo amico e sodale storico Martin Scorsese. E in mezzo, ruoli e titoli leggendari. E anche risate con molte commedie.

Robert Anthony De Niro Jr. nasce nel Greenwich Village, un quartiere di Manhattan. Figlio unico di Robert De Niro Sr. (1922-1993), un artista statunitense di origini irlandesi e italiane: i nonni paterni erano originari di Ferrazzano, in Molise, da cui emigrarono nel 1890. I suoi genitori divorziano quando lui ha due anni e Robert cresce con la madre Virginia Admiral (1915-2000), poetessa e pittrice nel quartiere di Little Italy. Ed qui che assorbe le maggiori influenze culturali per le sue origini italiane: De Niro stesso, in effetti, si definisce italo-americano. 

Un legame forte con il nostro Paese, al punto che il 18 ottobre 2006, De Niro venne naturalizzato italiano, senza rinunciare alla cittadinanza statunitense. E un legame forte anche con Little Italy: nel vicino quartiere di Tribeca De Niro ha messo radici, promuovendo il nascente Film Festival nel 2003 e sviluppando un'impresa immobiliare che oggi gli permette di fare cinema come hobby personale. 

Timido, pallido, insicuro, “Billy Milky”, come veniva chiamato, inizia frequentando l'Actors Studio di Lee Strasberg e il Conservatory di Stella Adler, due maestri dai quali apprende le tecniche del metodo Stanislavskij, il celebre maestro russo che incalzava i suoi attori con “Ne veryu”, “Non ci credo”. E l'aderire totalmente al personaggio interpretato, è diventato il tratto distintivo e inimitabile di De Niro.

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De Niro è un perfezionista e costruisce la propria carriera sulla dimensione della metamorfosi, sia fisica che psichica. “Una delle prime cose che fece De Niro per prepararsi a C’era una volta in America - scrive Cristopher Frayling nella sua monografia su Sergio Leone, Danzando con la morte - fu quello di studiare il comportamento degli anziani, organizzare una serie di prove di trucco ed esercitarsi nell’invecchiare la voce: un procedimento speculare per le ricerche compiute per Il padrino parte II, per il quale aveva guardato ripetutamente registrazioni dell’interpretazione di Marlon Brando nel ruolo di don Vito Corleone per cogliere l’inizio della raucedine della sua voce”. 

E pensare che non gli era riuscito di ottenere il ruolo di Sonny Corleone, ma il regista Francis Ford Coppola lo chiamò per il ruolo del giovane Don Vito nel sequel della fortunatissima saga. Per prepararsi, De Niro passò sei mesi nella zona di Corleone, in Sicilia, per imparare il siciliano. Nella versione originale del film, De Niro recita addirittura in italiano e con uno spiccato accento siciliano. E tutto questo gli diede il suo primo Oscar come coprotagonista nel '75.

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Quando dovette prepararsi per Taxi Driver, dell'amico Scorsese, si preparò diventando realmente un tassista, guidando molte ore al giorno per le strade di New York. Nel film, De Niro interpreta Travis Bickle, reduce del Vietnam e tassista notturno con problemi psichici. Il personaggio è considerato uno dei più rappresentativi e disturbanti della storia del cinema moderno, oltre che una delle più grandi interpretazioni di sempre: l’uomo qualunque che nasconde in sé la follia. E Taxi Driver vinse la Palma d'oro a Cannes.

E ancora prima, nel ‘73 per Batte il tamburo lentamente in cui è un giocatore di baseball affetto da linfoma di Hodgkin, De Niro si trasferì ad Atlanta, passando settimane intere ad allenarsi coi giocatori.

Nel 1977, De Niro collaborò di nuovo con Scorsese per il musical New York, New York. In quel caso imparò a suonare il sassofono per interpretare alla meglio il personaggio del sassofonista Jimmy Doyle. Nel 1981 vinse il Premio Oscar come miglior attore per la sua interpretazione del pugile italoamericano Jake LaMotta in Toro scatenato di Martin Scorsese. Il film, ispirato all'autobiografia del pugile, fu preparato con estrema cura da De Niro, che si allenò con il vero LaMotta. Poi fece fermare la produzione per quattro mesi per mettere su quei trenta chili ingurgitando per settimane birra e patate. Una "dieta" che gli consentì di interpretare il pugile a carriera finita: il patetico, commovente ex campione che si carica davanti allo specchio ripetendo come un mantra “sono il più forte sono il più forte sono il più forte”. E la determinazione, e la forza, di De Niro lo testimonia (anche) il fatto di essere riuscito a girare due capolavori contemporaneamente. Quando ha iniziato le riprese di Taxi Driver infatti era ancora impegnato con il set di Novecento di Bernardo Bertolucci e per accontentare i due registi riuscì a lavorare in Italia dal lunedì al venerdì e negli Usa nei weekend. Sempre a proposito di Taxi Driver, sembra che una delle scene più rappresentative del film, con lo schizzato protagonista davanti allo specchio che prova la sua pistola e ripete “ma dici a me? Stai parlando con me?”, fosse stata completamente improvvisata da De Niro che si sarebbe inspirato al Marlon Brando di Riflessi in un occhio d'oro. 

Per non parlare di un'altra frase simbolo, la citatissima “sei solo chiacchiere e distintivo” di Gli intoccabili, un altro film di enorme successo, realizzato insieme a un altro grande amico di origini italiane, il regista Brian De Palma, con cui fra l’altro De Niro ha iniziato a fare cinema. 

Ma l'arte del perfezionista e istrionico De Niro, emerge anche nel continuo passaggio tra l’età giovanile e la vecchiaia di David “Noodles” Aaronson in C’era una volta in America (1984), da molti considerato il capolavoro di Sergio Leone. Fino al ringiovanimento realizzato in digitale in The Irishman (2019), di Scorsese, dove il volto da quarantenne deve uniformarsi al corpo reale da ultrasettantenne.

E tra i suoi grandi personaggi (e film), forse merita una citazione a parte l’epopea della sconfitta messo in scena da Michael Cimino con Il cacciatore, cinque Oscar per quello che è considerato il testamento di un’era della storia americana: gli anni 70, del dopo-Vietnam. E quell'assurda sfida alla roulette russa, con l'amico Nick (Christopher Walken). 

Nel corso degli anni e dopo 2 Oscar e il Leone d’Oro alla carriera, De Niro si è anche concesso il lusso di cambiare registro all'insegna della “leggerezza” e dell'autoironia. Ecco allora, nel 1999, Terapia e pallottole, film in cui veste i panni del temuto e potente boss con attacchi di panico Paul Vitti, che all'atterrito psicoterapeuta Ben Sobel (Billy Crystal), a cui si rivolge in maniera molto poco convenzionale, dice frasi del tipo: "Se io parlo con te, e tu mi dici che sono finocchio, io t'ammazzo. Ci siamo intesi?". E quando il dottore prova ad obiettare "a lei nessuno ha mai detto di no, vero?", Paul Vitti/De Niro risponde: "Beh, di solito dicono: no, no, ti prego, non uccidermi".

Poi, ancora, negli anni 2000, la trilogia Ti presento i miei, dove veste i panni dell'ex agente Cia Jack Byrnes che si diverte a mettere sotto torchio e a "tenere d'occhio" Gaylord Fotter, il malcapitato fidanzato della figlia, dall’improbabile nome, interpretato da Ben Stiller. Le commedie "rispetto ai film drammatici, impongono meno restrizioni, mescolano vari piani, comici e seri e permettono agli attori di osare di più", disse nel 2010 sul set di Manuale d’amore 3 di Giovanni Veronesi, dove era è Adrian, un professore americano di Storia dell’arte che ha scelto di vivere a Roma dopo il divorzio. E diede l'ennesima prova di grande professionalità: “Conoscevo qualcosa della vostra lingua - disse - ma i dialoghi del film richiedevano una conoscenza più approfondita. Così mi sono messo a studiare. Mi auguro di aver recitato in un italiano sufficientemente buono”. Occorre aggiungere altro? Buon compleanno maestro.


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